Dall'11 aprile 2003 sono stati pubblicati 6351 articoli

AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Complicazioni dell'ochiectomia a cielo aperto e chiusoUno studio ha confrontato l’orchiectomia con tecnica a cielo chiuso eaperto nel cane e le complicazioni associate. Si effettuava uno studio clinico prospettico controllato cieco randomizzato di 73 casi di cui si registravano tutte le complicazioni durante e nei 10 giorni dopo l'orchiectomia, in cani che soddisfacevano i criteri di inclusione standardizzati. La variabile attiva era la tecnica chirurgica di orchiectomia a cielo aperto o chiuso.

I cani sottoposti a orchiectomia a cielo aperto andavano incontro a un numero significativamente maggiore di complicazioni rispetto a quelli sottoposti a orchiectomia a cielo chiuso [24 su 34 (70%) versus 18 su 39 (46%), P = 0,04]. I soggetti sottoposti a tecnica a cielo aperto avevano una probabilità statisticamente maggiore di sviluppare complicazioni scrotali (21 su 34, 61%) rispetto a quelli sottoposti a tecnica a cielo chiuso (13 su 39, 33%; P = 0,02).

L'orchiectomia a cielo aperto era associata a un tasso di complicazioni complessivamente maggiore durante i primi 10 giorni successivi alla chirurgia, rispetto all'orchiectomia a cielo chiuso. Inoltre, la tecnica a cielo aperto era associata a una maggiore probabilità di complicazioni scrotali quali tumefazione, contusione e dolore, rispetto alla tecnica a cielo o chiuso, concludono gli autori.


“Comparison of postoperative complications in healthy dogs undergoing open and closed orchidectomy (pages 521–526)” K. H. Hamilton, E. R. Henderson, M. Toscano and G. P. Chanoit. Journal of Small Animal Practice. Volume 55, Issue 10, pages 521–526, October 2014.


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Patologie dei seni nasali del cavallo: opzioni postoperatorieUno studio descrive i risultati del trattamento chirurgico delle patologie seno-nasali del cavallo seguito da uno specifico trattamento postoperatorio. Si rivedevano le cartelle cliniche dei cavalli sottoposti a trattamento chirurgico di una patologia seno-nasale dal 1996 al 2007. Nel periodo postoperatorio, i flap nasali venivano riaperti con il soggetto in stazione e sedato. Si registravano il numero di cavalli che richiedevano un ulteriore trattamento (debridement e/o lavaggio), il numero mediano di giorni postoperatori prima della riapertura del lembo, il numero mediano di volte in cui il lembo veniva aperto e la durata mediana dell'ospedalizzazione. Si determinavano la sopravvivenza a breve e lungo termine e la frequenza di complicazioni.

Si includevano nello studio 91 cavalli. Il flap veniva riaperto con il soggetto in stazione mediamente tre giorni dopo l'intervento. In questa occasione, 39 cavalli (43%) richiedevano un ulteriore trattamento; 89 soggetti (97%) sopravvivevano fino alle dimissioni. La complicazione più frequentemente incontrata era l'infezione della linea di incisione (29%). Nessun soggetto richiedeva un’emotrasfusione. Il tasso di recidiva era del 5% per le cisti dei seni paranasali, del 12% per l'ematoma progressivo dell’etmoide e del 50% per le neoplasie.

L’asportazione precoce delle lesioni primarie, seguita dallo zaffamento del seno e dalla rivalutazione del cavallo in stazione in un ambiente più controllato offre un'opzione sicura ed efficace per la valutazione e il trattamento completi delle patologie seno-nasali, concludono gli autori. Con questa tecnica, è possibile ridurre il tempo chirurgico, l'emorragia postoperatoria, le complicazioni a lungo termine e il tasso di recidiva delle patologie dei seni paranasali trattate mediante lembo frontonasale o mascellare.


"Evaluation of a novel post operative treatment for sinonasal disease in the horse (1996–2007)" S. K. Hart and k. E. Sullins. Equine Veterinary Journal. January 2011. Volume 43, Issue 1. (pages 24–29)



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Protesi anulari extraluminali per il collasso tracheale cervicale nel caneUno studio retrospettivo ha descritto le complicazioni, l'esito a lungo termine e la progressione della malattia in 23 cani con collasso tracheale extratoracico trattati mediante posizionamento chirurgico di anelli extraluminali disponibili in commercio. L'intervista con i proprietari condotta > 10 mesi dopo l'intervento determinava la risposta alla chirurgia, la progressione dei segni clinici dopo l'intervento e la frequenza di somministrazione dei farmaci. Per i cani sopravvissuti si effettuava una rivalutazione a lungo termine (> 10 mesi dopo la chirurgia), inclusi l'esame radiografico e la tracheoscopia, se indicato.

Dei 23 cani considerati, 22 sopravvivevano fino alle dimissioni dopo l'intervento. I segni clinici erano migliorati in tutti i cani 2 settimane dopo la chirurgia e alla rivalutazione a lungo termine. In 14 soggetti (65%) non era necessario un trattamento medico per i segni respiratori dopo la chirurgia. In quattro soggetti (17%) si diagnosticava una paralisi laringea in momenti diversi dopo l'intervento, ma solo nel 9% la diagnosi era effettuata entro 48 ore dall'intervento. In due soggetti si applicavano anelli aggiuntivi tra quelli precedentemente posizionati e un soggetto veniva trattato con una protesi endoluminale per collasso tracheale intratoracico. Tre soggetti mostravano segni clinici riferibili a progressione del collasso tracheale. Sulla base del questionario, tutti i proprietari erano soddisfatti dell'esito dell'intervento.

Il trattamento del collasso tracheale cervicale grave con anelli extraluminali disponibili in commercio determinava un miglioramento complessivo della qualità della vita e risultati a lungo termine buoni, con un terzo circa dei cani che richiedevano un trattamento medico continuo. La maggior parte dei cani non presentava segni clinici riferibili a progressione della malattia dopo la chirurgia.

“Long-Term Outcome, Complications and Disease Progression in 23 Dogs After Placement of Tracheal Ring Prostheses for Treatment of Extrathoracic Tracheal Collapse.” Chisnell HK, Pardo AD.Vet Surg. 2014 Jun 7.


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Gel piastrinico autologo per le ulcere da decubito del caneLe ulcere da decubito croniche sono caratterizzate da fase infiammatoria autoperpetuante, difettosa formazione di matrice extracellulare, mancanza di riepitelizzazione, elevata presenza di citochine pro-infiammatorie, elevata attività proteasica e diminuita attività dei fattori di crescita. Le piastrine possono giocare un ruolo importante nel processo di guarigione. I granuli piastrinici alfa rilasciano diversi tipi di fattori di crescita (GFs) e citochine. I GFs sono particolarmente importanti durante la fase di riepitelizzazione e neovascolarizzazione così come sono coinvolti nel reclutamento di cellule mesenchimali e nella sintesi della matrice extra-cellulare.

Il gel piastrinico (PG) viene definito come un emocomponente autologo o eterologo ottenuto dall’attivazione di un concentrato piastrinico con calcio e sostanze attivanti biologiche o farmacologiche. Nonostante il crescente interesse degli ultimi anni, i dati scientifici disponibili sulle applicazioni cliniche del gel piastrinico sono ancora molto limitati in medicina veterinaria.

Uno studio ha valutato l’influenza dell’applicazione del gel piastrinico sulle ulcere da decubito croniche nel cane. L’ipotesi degli autori era che il gel piastrinico potesse accelerare il processo di guarigione in confronto alle garze impregnate di paraffina. Allo scopo di testare tale ipotesi è stato eseguito uno studio clinico prospettico randomizzato (RCCT), controllato in cieco.
Nello studio sono stati inclusi cani che manifestavano ulcere da decubito bilaterali nella regione del trocantere femorale o nella regione della spalla, persistenti da oltre 4 settimane senza segni di miglioramento clinico.

Il sangue dello stesso paziente è stato sottoposto ad una doppia procedura di centrifugazione per ricavare il plasma ricco di piastrine (PRP). Dall’attivazione di quest’ultimo con trombina autologa e gluconato di calcio è stato ottenuto il gel piastrinico autologo (PG) entro 3-5 minuti.

Nel protocollo terapeutico, per ogni paziente, il lato da trattare è stato scelto in maniera randomizzata. Un lato è stato sottoposto ad applicazione topica di PG sulla superficie dell’ulcera (gruppo G). Il lato controlaterale è stato utilizzato come controllo, e ha subito il posizionamento di una garza impregnata di paraffina come strato di contatto del bendaggio sulla superficie dell’ulcera (gruppo C).

Per eseguire uno studio obiettivo entrambi i gruppi sono stati sottoposti allo stesso tipo di bendaggio, gli animali sono stati ricoverati nelle medesime condizioni e l’osservatore era ignaro della randomizzazione eseguita. Le ferite sono state monitorizzate clinicamente ogni cinque giorni, fino al giorno 25. La superficie di ferita aperta è stata misurata in cm2 mediante un software di planimetria digitale. La guarigione si definiva completa quando l’ulcera veniva coperta completamente con il nuovo epitelio.

L’analisi statistica è stata eseguita mediante software STATA. Il Runs test per dati cardinali è stato eseguito per stimare la variabilità dei dati randomizzati, valutando l’omogeneità iniziale tra gruppo G e C. La percentuale media di riduzione dell’area di ferita è stata confrontata tra i due gruppi usando il t-test. L’evento della guarigione completa è stato confrontato tra i due gruppi usando il test del chi2. I valori di P inferiori 0,05 venivano considerati statisticamente significativi.

Soddisfacevano i criteri di inclusione 18 cani (36 ulcere). Tutti i cani hanno completato lo studio prospettico. Le ferite erano localizzate al grande trocantere in 13 cani e nella regione della spalla in 5 cani. Il tempo medio dell’insorgenza della ferita prima dello studio era di 18 settimane (mediana 14 settimane). All’inizio dello studio, le serie randomizzate sono risultate statisticamente omogenee (n1=17, n2=19; r=22) e i due gruppi erano quindi comparabili. Durante lo studio, sono state valutate e misurate 216 superfici di ferita e sono state eseguite 87 applicazioni di PG.

La concentrazione piastrinica media ha subito un incremento di 4,75 volte dal sangue intero (275 x 106 ± 55,88/mL) al PRP (1307 x 106 ± 238,47/mL). Durante l’applicazione non è stato riscontrato alcun problema. Il PG è stato sempre ben tollerato e non si sono verificati effetti avversi. Ogni coltura di PG è risultata negativa.

Nel gruppo G, la superficie media di ferita era di 8,18 ± 4,27 cm2 all’inizio dello studio e 0,51 ± 0,79 cm2 al termine dello studio. Nel gruppo C la superficie media di ferita era di 7,52 ± 2,82 cm2 all’inizio dello studio e 6,47 ± 2,32 cm2 al termine dello studio. Nel gruppo G, 3 ulcere (16,7%) hanno manifestato una guarigione completa a 20 giorni dall’inizio dello studio e 10 (55%) a 25 giorni. Nessuna ferita del gruppo C ha manifestato una guarigione completa durante lo studio. La differenza nel tasso di guarigione completa tra i due gruppi è risultata statisticamente significativa a 25 giorni (chi2=13,85, P=0,0002).

Mettendo a confronto la percentuale media di riduzione dell’area di ferita tra gruppo G e C in relazione all’inizio dello studio, è stata osservata una differenza statisticamente molto significativa (P<10-4) ad ogni tempo di studio. Le differenze tra i due gruppi risultavano inoltre molto significative (P<10-4) ad un confronto con i tempi immediatamente precedenti. Analizzando l’influenza del tempo di insorgenza della ferita prima dello studio, le ulcere del gruppo G con durata oltre la mediana (14 settimane) hanno manifestato una più alta riduzione rispetto alle ferite al di sotto della mediana a 20 giorni (t=3,2383, P=0,0051) e 25 giorni (t=2,599, P=0,0194). Nessuna differenza è stata osservata nei tempi precedenti (P>0,05) e nel gruppo C in ogni tempo di studio (P>0,05).

Il presente studio è stato il primo RCCT sull’utilizzo del PG in ulcere cutanee croniche da decubito bilaterali nel cane. Lo studio ha dimostrato che le ferite trattate con PG guariscono in maniera significativamente più rapida di quelle trattate con garze impregnate di paraffina.

Le proprietà di consistenza ed adesività ottenute con la rapida attivazione hanno reso agevole l’applicazione topica del PG. La qualità tecnica della produzione è stata confermata dalla negatività degli esami microbiologici, dalla buona concentrazione di piastrine (simile a quanto riportato da altri autori) e dall’ottimo risultato clinico ottenuto.

L’analisi eseguita confrontando separatamente ogni tempo con il precedente suggerisce che l’efficacia del PG risulta persistente nel tempo dopo ogni applicazione. La maggior riduzione dell’area di ferita (a 20 e 25 giorni) nelle ferite presenti da oltre 14 settimane può essere interpretata con l’assunzione che il PG possa essere più efficace nei tessuti biologicamente compromessi, con lesioni croniche spontanee non sperimentali, come descritto da altri autori in medicina umana.

Lo studio ha dimostrato i vantaggi dell’applicazione del PG in comparazione alle convenzionali garze impregnate di paraffina nel trattamento di ulcere cutanee croniche da decubito. Possiamo quindi considerare il PG come un trattamento efficace ed economico per le ulcere da decubito nel cane, concludono gli autori.



“Autologous Platelet Gel to Treat Chronic Decubital Ulcers: A Randomized, Blind Controlled Clinical Trial in Dogs (pages 726–733)” Adolfo Maria Tambella, Anna Rita Attili, Fabrizio Dini, Angela Palumbo Piccionello, Cecilia Vullo, Evelina Serri, Paolo Scrollavezza and Gilles Dupré. Veterinary Surgery. Volume 43, Issue 6, pages 726–733, August 2014



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Giovedì, 04 Maggio 2006 11:59

Il trauma addominale

Il trauma addominaleSi è tenuto a Verona il Seminario SCIVAC dal titolo “Patologie chirurgiche delle pareti addominale e toracica” (22-23 aprile). Di trauma addominale ha parlato a fondo Luca Formaggini, libero professionista di Novara.

L’eziologia del trauma addominale vede al primo posto gli incidenti stradali (6-13% del totale dei traumi addominali) che spesso provocano il coinvolgimento dell’addome insieme a traumi a carico di altre sedi; sono poi in causa ferite da arma da fuoco, ferite da morso, cadute dall’alto, schiacciamenti e maltrattamenti. Le conseguenze possono essere ernie, lacerazioni della parete muscolare dell’addome, perforazioni, contusioni, rotture ed avulsioni di organi addominali, pneumoperitoneo, versamenti (emo- ed uro-addome), peritoniti settiche e biliari. In caso di traumi addominali perforanti ci si trova sempre di fronte a notevole contaminazione, con conseguente necessità di eseguire una celiotomia esplorativa urgente. Nel trauma addominale chiuso, invece, non è sempre indicata l’immediata esplorazione chirurgica ed il punto cruciale dell’intervento medico è proprio la valutazione delle conseguenze del trauma stesso in modo da poter adottare le scelte terapeutiche più opportune.

L’esame clinico è il primo passo del percorso diagnostico ma non è sicuramente in grado, da solo, di consentire una corretta decisione operativa. E’ comunque possibile verificare la presenza di ematomi, tumefazioni cutanee che potrebbero suggerire la formazione di un’ernia, fratture pelviche o vertebrali. Il segno di Cullen consiste nella presenza di ematomi in sede ombelicale o prepubica; pur non essendo molto sensibile può indicare emoperitoneo. Il riscontro di dispnea può suggerire un’ernia diaframmatica, mentre vomito, diarrea od ematochezia possono essere associate a rotture d’organo. La rottura della vescica non sempre impedisce la minzione e quindi non va esclusa solo sulla base di questo riscontro.
L’addome può presentarsi disteso, in caso di presenza di abbondante versamento liquido o asimmetrico, ad esempio per rottura del tendine prepubico; quest’ultima è spesso gestibile con una certa tranquillità, ma può diventare un’emergenza se si verifica un incarceramento della vescica o del piccolo intestino. L’emorragia acuta è la prima causa di instabilità emodinamica e morte in seguito ad un trauma addominale: oltre ai classici segni clinici (pallore delle mucose, tachicardia, aumento del tempo di riempimento dei capillari) è utile ricordare che i due punti più significativi per indagare l’eventuale presenza di emorragia sono addome e spazio retroperitoneale.

Nel corso dell’esame clinico è necessario stabilire un accesso venoso ed eseguire il primo prelievo di sangue per avere subito i valori di ematocrito, proteine totali, glicemia, urea, lattati ed equilibrio acido-base (Minimum Data Base); sarà poi utile procedere a prelievi in serie per seguire il paziente con un trend di valori, ricordando che anche in presenza di emorragia interna l’ematocrito all’inizio può essere normale. Nel cane il riscontro di iperglicemia (140-150 mg/dl) nel soggetto traumatizzato è un segno prognostico sfavorevole e richiede immediate cure volte alla stabilizzazione emodinamica. La concentrazione di lattati è utilizzabile per definire il grado di shock. Il paziente va sempre cateterizzato, al fine di poter valutare la produzione di urina, importante test per valutare il grado di perfusione tissutale.

In sede diagnostica, nell’ottica di valutare correttamente le conseguenze del trauma e soprattutto la necessità di compiere una celiotomia esplorativa urgente, si possono utilizzare diverse metodiche. La paracentesi, anche utilizzando la tecnica dei quattro quadranti è un mezzo poco sensibile e può portare a numerosi risultati falsi negativi, visto che risulta diagnostica solo per presenza di abbondante liquido addominale (nell’ordine di 10 ml/kg di peso dell’animale). Il lavaggio peritoneale diagnostico è un metodo sensibile e specifico che forse proprio nell’eccessiva sensibilità trova il suo limite: si possono infatti avere molti falsi positivi (dovuti soprattutto a lesioni della parete addominale); in medicina umana è stato abbandonato sia perché portava ad un elevato numero di celiotomie non necessarie, sia perchè invasivo, analogamente alla paracentesi, potenzialmente associato a complicanze (perforazione di organi cavi, vasi splenici o della stessa milza), e non in grado di evidenziare lesioni retroperitoneali.

L’esame radiografico, poco sensibile analogamente alla paracentesi per evidenziare la presenza di versamento addominale, è molto utile per rilevare gas libero in addome, fatto quasi sempre associato alla rottura di organi cavi nonché indicazione assoluta per la chirurgia d’urgenza. La sede da controllare con particolare attenzione, laddove si raccoglie il gas, è collocata tra fegato e diaframma.

L’ecografia attualmente è considerata la tecnica diagnostica elettiva per sospetti traumi addominali: in particolare si parla di FAST, ovvero Focused Abdominal Sonography for Trauma, un rapido esame ecografico che sonda in modo standardizzato quattro aree dell’addome; è una tecnica che presenta una sensibilità del 96%, una specificità del 100%, è operatore-indipendente (cioè i risultati sono analoghi chiunque sia ad eseguire materialmente l’esame) e risulta ripetibile e rapida: in meno di sei minuti è possibile evidenziare la presenza di liquido in addome, quindi già durante la stabilizzazione di base del paziente. Al FAST è possibile associare un lavaggio peritoneale diagnostico o una paracentesi ecoguidata, per appurare la natura del liquido presente.
Unico limite del FAST è il fatto che non rileva rotture di organi non associate a versamento addominale; in medicina umana il paziente traumatizzato viene esaminato con la Tomografia Computerizzata. Non disponendo, in genere, della TC è comunque possibile utilizzare il FAST in associazione, ad esempio, all’esame radiografico.

E’ infine possibile ricorrere alla diagnosi laparoscopica; è un sistema sensibile ma richiede l’anestesia dell’animale (opportunamente stabilizzato) e prevede l’insufflazione di CO2 in cavità addominale e quindi un aumento della pressione addominale stessa.

Si arriva quindi al trattamento: va tenuto presente che tutti i pazienti con trauma addominale si trovano in condizioni di shock, con inadeguata ossigenazione dei tessuti rispetto alle loro necessità; la rianimazione prevede pertanto la correzione del debito di ossigeno, l’eliminazione dell’acidosi tissutale, il ripristino del normale metabolismo aerobico. Gli interventi terapeutici in questa fase saranno focalizzati al ripristino dei valori pressori, alla normalizzazione della frequenza cardiaca, all’ottenimento di un’adeguata produzione di urina, al raggiungimento di un normale stato del sensorio.

Le condizioni pericolose per la vita dell’animale sono ipotermia, acidosi e coagulopatia: insieme formano la cosiddetta “triade mortale” e conseguentemente vanno riconosciute e trattate.
La normalizzazione dell’animale va monitorata strumentalmente, in quanto alla “normalità clinica” nella maggior parte dei casi si accompagna la persistenza di deficit perfusivi importanti.
Particolare attenzione merita la normalizzazione dei valori pressori: si parla infatti di stabilizzazione normo- o ipotensiva (in pratica portare la pressione ematica del paziente a livelli normali o volutamente più bassi del normale); la stabilizzazione ipotensiva può essere consigliata in pazienti con compromissione dell’efficienza respiratoria (l’eccesso di fluidi può causare gravi danni polmonari) oppure in soggetti che hanno appena risolto una grave emorragia (una fluidoterapia troppo aggressiva potrebbe far riprendere l’emorragia stessa).

Diversamente si può optare per la stabilizzazione normotensiva (più indicata per la salvaguardia della funzione renale). I migliori risultati si ottengono somministrando piccoli volumi di soluzione salina ipertonica (6 %), eventualmente associata a destrano od etamido; la stabilizzazione a piccoli volumi migliora la perfusione tissutale, richiama liquido dall’endotelio edematoso, riduce la migrazione dei neutrofili. In pazienti con ematocrito inferiore al 15% ed emoglobina inferiore a 6 g/dl è indicata la terapia trasfusionale; si segnala la possibilità di recuperare il sangue dello stesso soggetto dalla cavità addominale (a patto che non siano presenti ovvie contaminazioni di origine gastroenterica od urinaria): è sangue che ha perso i fattori della coagulazione ma le emazie sono comunque in grado di svolgere la loro funzione.

La chirurgia va affrontata quando il soggetto è stato stabilizzato; a volte l’intervento chirurgico non può venire rimandato ed anzi è parte della stabilizzazione; in questo caso può essere opportuno eseguire una prima seduta chirurgica che consenta di ottenere una rapida emostasi, controllare la contaminazione, chiudere temporaneamente l’addome. Il paziente va quindi monitorato e trattato (attenzione, come detto, alla presenza di ipotermia, acidosi e coagulopatia) e solo a stabilizzazione avvenuta si procederà alla chirurgia definitiva, cui seguirà un nuovo periodo di monitoraggio.







Si ringrazia il Dott. Francesco Cervino, libero professionista di Trieste, per i dati forniti.

Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Lunedì, 05 Novembre 2007 12:30

Trauma toracico: terapia medica o chirurgica?

Trauma toracico: terapia medica o chirurgica?La gestione del trauma toracico e delle sue conseguenze è stata al centro del primo intervento di Eric Monnet (Professore di Chirurgia dei piccoli animali presso la Facoltà di Veterinaria dell’Università del Colorado) al 57° Congresso SCIVAC (“Le sfide nella chirurgia dei tessuti molli”) svoltosi a Perugia dal 26 al 28 di Ottobre. Molto apprezzate dai 900 partecipanti le relazioni di Monnet, al pari di quelle degli altri relatori invitati al congresso e in particolare dei relatori italiani, tra cui spiccavano chirurghi apprezzati come Paolo Buracco e Giorgio Romanelli.

L’intervento ha individuato in modo semplice ed esaustivo l’approccio professionale a questa non infrequente situazione clinica nella pratica quotidiana. Innanzitutto, la classificazione: si distinguono traumi toracici da corpo contundente e traumi toracici penetranti. Nel caso di traumi da corpo contundente (si tratta quasi sempre di incidenti automobilistici o di cadute dall’alto), l’elasticità della gabbia toracica dei piccoli animali permette l’assorbimento di traumi anche violenti, senza che la superficie esterna manifesti alcun segno visibile. In questi casi, se un animale è portato in ambulatorio con un’anamnesi di trauma da incidente stradale senza lesioni esterne, la prima verifica va diretta alla situazione degli organi interni; dobbiamo infatti ricordare che è proprio l’elasticità della gabbia toracica che favorisce la trasmissione dell’energia cinetica proveniente dall’urto al cuore, ai polmoni e alle pleure, ma anche alle costole e alle fasce muscolari che governano il respiro.

L’assenza di lesioni cutanee può altresì essere concomitante a pneumotorace (fino all’87% dei casi dei soggetti traumatizzati, secondo la casistica del Prof. Monnet), cioè a una penetrazione d’aria all’interno dello spazio pleurico, dovuta alla disarticolazione traumatica dell’integrità morfo-funzionale interna della gabbia toracica. Pneumotorace che può quindi essere chiuso, cioè senza lesioni cutanee evidenti e in cui l’aria penetra all’interno dello spazio toracico per lesioni polmonari parenchimali o per lesioni dell’esofago o delle vie aeree di conduzione.

Esistono poi i traumi toracici penetranti che sono tanto più gravi quanto più sono in grado di interessare livelli tissutali profondi. Questi traumi possono dipendere da morsi, da ferite da punta, proiettili ed impalamenti. Se la profondità del taglio raggiunge la superficie pleurica si manifesta un pneumotorace aperto, perché l’aria esterna penetra nella pleura dove vige, in condizioni fisiologiche, una pressione negativa rispetto all’esterno.

Inoltre, il percorso traumatico può divenire via di accesso di alcuni processi: 1) dall’esterno verso l’interno per infezioni batteriche i cui agenti possono provenire dalla superficie cutanea lesionata del soggetto traumatizzato, dalla cavità orale in caso di morso da un altro animale o dall’agente traumatico stesso, oppure 2) dall’interno verso l’esterno per le ernie polmonari.

Ai traumi toracici, sia chiusi che aperti, si associano molto spesso fratture delle costole che a loro volta possono generare lesioni polmonari parenchimali. In questi casi, è possibile assistere anche a fenomeni di emotorace, e la raccolta ematica contribuisce ulteriormente a indebolire l’attività degli organi toracici.

Esiste una situazione di frattura concomitante di almeno due costole adiacenti che genera il cosiddetto “torace a valvola”: si tratta di un fenomeno di asincronia respiratoria di sezioni della parete toracica delimitate dalle costole adiacenti fratturate; clinicamente, l’animale traumatizzato mostrerà un eccessivo rientro della sezione toracica interessata in fase di inspirazione e un eccessivo spostamento verso l’esterno in fase di espirazione; ciò accade perché in quella sezione toracica viene a mancare la funzione regolatrice delle costole fratturate sulla spinta verso l’interno esercitata dalla azione concomitante della pressione intrapleurica e dei muscoli intercostali. In questi casi, sarà possibile notare un tentativo di polipnea che si tramuterà velocemente in dispnea a causa del dolore causato dal movimento paradosso sulle strutture traumatizzate.

Qualunque sia la manifestazione clinica del trauma toracico, l’approccio clinico dovrà tendere all’immediata stabilizzazione delle principali funzioni vitali del soggetto e prevede protocolli sia medici che chirurgici a seconda delle differenti manifestazioni cliniche. Il primo strumento da usare è il fonendoscopio: l’auscultazione dell’attività cardiaca e della funzione respiratoria ci daranno un primo riferimento sullo stato delle funzioni vitali e sull’eventuale presenza di un pneumotorace.

Immediatamente dopo, va fatto seguire un tracciato elettrocardiografico per valutare con attenzione lo stato di compromissione dell’attività cardiaca: i versamenti di varia natura e le compressioni intratoraciche possono generare ad esempio aritmie o fibrillazioni che dovranno essere opportunamente riconosciute e trattate. L’uso del pulsossimetro ci permetterà di individuare lo stato di ossigenazione del sangue. Infine, l’indagine radiografica ci darà delle utili indicazioni in merito alla eventuale presenza di fratture costali, alla funzionalità pleurica e polmonare e alla presenza di pneumotorace. Grazie alla valutazione del reperto radiografico, sarà possibile decidere di effettuare una “centesi” (con una siringa da 60 ml e un ago da 20G) che permetterà al Veterinario di identificare la natura del liquido presente nella cavità toracica o, in taluni casi, di aspirare aria dall’interno della cavità toracica e contribuire alla corretta risoluzione del pneumotorace.

Quali sono i principali interventi medici da effettuare? Il paziente viene sottoposto a fluidoterapia, sia con colloidi che con cristalloidi, mediante infusione endovenosa lenta. Contemporaneamente, se esiste un’alterazione dell’attività cardiaca, si applica un protocollo terapeutico volto alla sua stabilizzazione. Quindi, in caso di fibrillazione ventricolare si farà uso di lidocaina come farmaco di prima scelta per la sua efficacia stabilizzatrice immediata e, allo stesso tempo, di breve effetto (1-2 mg/kg per via endovenosa lenta, cioè 60-100 mcg/kg per ogni minuto di infusione endovenosa). Si può anche usare la procainamide che possiede il vantaggio della somministrazione orale (la posologia EV lenta è di 10 mg/kg, cioè 25-50 mcg/kg per ogni minuto di infusione).

Allo stesso tempo, si tenterà di ristabilire la corretta funzionalità respiratoria e la corretta ossigenazione dei tessuti: il paziente verrà intubato per controllare la ventilazione polmonare. In presenza di traumi con soluzioni di continuo sarà necessario procedere alla sintesi chirurgica della breccia operatoria; dovrà essere prestata massima attenzione, in caso di impalamento, nell’estrazione dell’oggetto causa del trauma: infatti, una sua estrazione “alla cieca” potrebbe causare ulteriori traumi o dislocazioni. In tutti i casi, sarà necessario applicare una terapia antibiotica (preferibili le cefalosporine) e antidolorifica (preferibile il fentanil, un oppiaceo che va somministrato per via endovenosa, 2-4 mcg/kg ogni due ore).

Una trattazione a parte merita la gestione del pneumotorace traumatico: in caso di forma chiusa, la situazione dovrebbe risolversi nell’arco di pochi giorni, mediante l’applicazione della terapia medica già descritta: ossigenoterapia, fluidoterapia e trattamento antidolorifico. Se la forma chiusa dovesse persistere per più di quattro giorni, si procede alla sternotomia mediana, durante la quale lo spazio pleurico viene occupato con soluzione fisiologica sterile per identificare il punto in cui avviene la perdita d’aria e procedere alla sutura polmonare; nel caso in cui il danno fosse troppo esteso si procede alla lobectomia parziale o completa; oggi questa pratica chirurgica è facilitata dall’utilizzo di suturatici meccaniche che contemporaneamente sezionano il tessuto lesionato e suturano i margini con due file di punti metallici. Tale procedura chirurgica si applica anche nel pneumotorace aperto.





Si ringrazia la Dott.ssa Stefania Tarallo, libera professionista di Castelplanio, per i dati forniti.

Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Martedì, 06 Novembre 2007 15:25

Ernia perineale: pessi, chiusura o entrambe?

Ernia perineale: pessi, chiusura o entrambe?Come orientarsi nella scelta della tecnica chirurgia più opportuna per la riduzione dell’ernia perinale del cane? Ne ha parlato Paolo Buracco (Ordinario di Clinica Chirurgica Veterinaria presso la Facoltà di Veterinaria dell’Università di Torino) al 57° Congresso SCIVAC (“Le sfide nella chirurgia dei tessuti molli”, Perugia 26-28 di Ottobre 2007).

Il Professor Buracco ha dapprima effettuato un excursus sulla costituzione anatomica dell’area perineale, evidenziando il gran numero di porzioni muscolari che contribuiscono a comporre il diaframma pelvico, nonché le numerose connessioni anatomiche con altri muscoli che si trovano nella stessa area topografica e che hanno le loro terminazioni tendinee a livello delle vertebre coccigee; tutti questi muscoli, nel loro insieme, sovrintendono ai movimenti della coda e all’attività della defecazione. Queste attività sono regolate dalla branca caudale del nervo pudendo, noto come nervo rettale e dalla branca perineale dello stesso nervo; esistono poi terminazioni nervose parasimpatiche che derivano dal plesso pelvico e ortosimpatiche che derivano dai nervi ipogastrici.

L’ernia perineale (EP) non ha trovato ancora un esaustivo inquadramento ezio-patogenetico; vengono individuate due grandi classi di ipotesi. La prima riguarda i disturbi endocrini, con particolare riferimento alla frequenza di EP in caso di tumori testicolari. Inoltre, in un lavoro scientifico pubblicato nel 2005, è stata dimostrata l’ipotesi che la riduzione dei recettori androgenici nei muscoli del diaframma pelvico è un importante fattore di rischio nello sviluppo della EP; si pensa invece alle patologie prostatiche come a fattori predisponenti. Ci sono poi i fattori costituzionali: sembra infatti che la EP interessi maggiormente i soggetti di sesso maschile, molto probabilmente perchè, a parità di tutte le altre condizioni, nella femmina le connessioni muscolari del muscolo elevatore del retto sembrano essere più robuste. Un altro fattore costituzionale è la maggiore frequenza di EP in soggetti di razze “a coda rudimentale”: anche in questo caso è interessato il muscolo elevatore che, in questi soggetti, risulta fisiologicamente meno sviluppato. Inoltre, lo stesso muscolo può andare incontro ad atrofia senile o neurogenica. Esiste infine una teoria suffragata da un lavoro scientifico pubblicato sempre nel 2005 che indica come importante fattore costituzionale l’eccesso di produzione prostatica dell’ormone relaxina contemporaneo a un eccesso di recettori per lo stesso ormone sulla superficie del muscolo; l’insieme di questi due fattori causerebbero l’atrofia muscolare e quindi la EP.

L’EP può presentarsi con diversi quadri clinici; di solito si manifesta in forma caudale (cioè fra lo sfintere esterno e il muscolo elevatore), ma esiste anche la forma dorsale, ischiatica e ventrale. L’EP si manifesta con diverse lesioni rettali che si differenziano in “sacculazione”, quando l’espansione si manifesta in un solo lato, “dilatazione” che è una sacculazione bilaterale e “deviazione”, detta anche “flessione del retto”, ma tutte originano dalla formazione di un diverticolo, cioè da una erniazione della mucosa attraverso una soluzione di continuo della muscolatura liscia. E questo “impegno” diviene via via costante, alterando il normale transito delle feci che si disidratano.

Per la diagnosi esiste un segno patognomonico: eseguendo l’esplorazione digito-rettale è assai complicato procedere cranialmente; seguendo, invece, la sacculazione, il dito giunge a toccare la cute dell’area mediale alla tuberosità ischiatica. Con la stessa esplorazione è possibile rilevare anche la prostata e la vescica. Però se la vescica è ripiena, potrebbe non essere apprezzabile la deviazione del retto. Esistono alcuni segni che possono poi facilmente ricondurre ad EP: tenesmo, alterazione del transito fecale (dalla costipazione alla diarrea fino all’incontinenza fecale).

Questa diagnosi clinica andrà confermata da indagini strumentali quali l’esame radiografico con o senza contrasto (di solito, non è necessario il contrasto, perché è facile apprezzare la massa fecale statica a livello di colon e di retto) e l‘esame ecografico dell’addome e dei testicoli per evidenziare situazioni patologiche prostatiche o/e testicolari. Nella diagnosi differenziale bisogna prestare attenzione alla possibile presenza di ascessi e neoplasie, non solo a carico della prostata.

La riduzione della EP consiste nel ripristinare il corretto transito fecale. Nel predisporre questa pratica chirurgica è necessario prepararsi ad un intervento di tipo bilaterale, cateterizzare l’animale per evitare sia l’intrappolamento dell’uretra in uno dei punti di sutura sia la prostatectomia per via perineale, olte che per facilitare lo svuotamento della vescica; occorre poi evacuare le feci dal retto (per clistere o per azione digitale) e i due seni paranali ed effettuare una sutura a “borsa di tabacco” intorno all’ano per evitare contaminazioni intraoperatorie. L’animale va posto in decubito sternale con il treno posteriore sollevato. I punti di repere per la breccia chirurgica sono il grande trocantere e le tuberosità ischiatiche ed iliache; spesso, all’apertura della breccia fuoriesce abbondante liquido sieroso o siero-emorragico.

Il Professor Buracco ha poi descritto le diverse tecniche chirurgiche disponibili:
1. La tecnica standard (detta anche apposizionale) che prevede l’utilizzo di 2-3 suture in filo riassorbibile tra sfintere esterno e coccigeo; il legamento andrebbe trapassato e non circondato dalla sutura per evitare di intrappolare il nervo ischiatico; in questo caso, il rischio è la tenuta della erniorrafia perché non avviene la trasposizione del muscolo otturatore interno
2. La trasposizione del muscolo otturatore interno che prevede l’applicazione di tutti i passaggi già descritti nella tecnica standard e, successivamente, uno scollamento del muscolo otturatore dalla tuberosità ischiatica mediante scollaperiostio; il muscolo diviene in questo modo più mobile ed è suturato al muscolo sfintere.
3. Come la tecnica precedente, con l’aggiunta di una rete di polipropilene, così come illustrato in un lavoro pubblicato nel 2007 su 59 casi.
4. Come la tecnica precedente, ma utilizzando la fascia lata dell’arto ipsilaterale
5. In alternativa alla fascia lata può essere utilizzata la sottomucosa intestinale suina; anche in questo caso si tratta dei risultati pubblicati in un lavoro scientifico nel 2002.
6. Erniorrafia utilizzando il muscolo semitendinoso del lato opposto a quello dell’ernia.

Va infine effettuata la castrazione del soggetto, che in pochi giorni riduce il volume della prostata e sembra ridurre in modo drastico il rischio di recidive, dimostrando che non è per nulla chiaro quali siano i meccanismi che regolano la formazione di EP. Peraltro, la castrazione non riduce il tenesmo defecatorio che è sempre presente in caso di EP.

Tutte le tecniche chirurgiche descritte possono essere seguite da recidiva e causare anche prolassi rettali più o meno evidenti; in tutti i casi è possibile ridurre il problema con una sutura a borsa di tabacco che consente una defecazione lubrificata e che viene normalmente rimossa dopo 24-48 ore.

Se le ernie sono molto gravi, si può effettuare una colopessi sul fianco sinistro. Comunque, il Professor Buracco consiglia di effettuare qualunque tipo di “pessi” contestualmente all’erniorrafia; nel caso specifico della colopessi, se questa si esegue prima dell’erniorrafia, si riduce l’ingombro nello spazio perineale, facilitando l’ erniorrafia.

Se c’è un importante impegno vescicale, è opportuno operare un ancoraggio dei dotti deferenti alla parete addominale: si tratta in pratica di scavare con una pinza dei tunnel nella parete muscolare addominale, inserire in questi tunnel i dotti deferenti e suturarli a se stessi.

I problemi post-operatori sono legati, oltre al rischio di recidive, alla possibile alterazione della continenza fecale che normalmente deriva da lesioni nervose o/e muscolari; se la EP cronicizza si può manifestare una ipotrofia dello sfintere anale che è di difficile identificazione prima dell’intervento chirurgico e che può essere fatta risalire ad una complicanza della EP.










Si ringrazia Stefania Tarallo, Med Vet di Castelplanio, per i dati forniti.

Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Martedì, 06 Novembre 2007 15:24

Piotorace: trattamento medico o chirurgico?

Piotorace: trattamento medico o chirurgico?Come riconoscere e trattare una pleurite purulenta (empiema o piotorace) è stato il secondo argomento trattato da Eric Monnet (Università del Colorado) al 57° Congresso SCIVAC (“Le sfide nella chirurgia dei tessuti molli”, Perugina, 26- 28 Ottobre).

In effetti, le infiammazioni della pleura possono anche presentarsi in forma secca, sierofibrinosa e piogranulomatosa; di solito la pleurite secca è precedente ai versamenti pleurici e si manifesta con respirazione rapida e superficiale, dolore toracico poco chiaro, tosse non produttiva e, all’auscultazione, rumore di sfregamento delle pleure. La forma sierofibrinosa si accompagna a malattie infettive di vario genere, come la leptospirosi ed il cimurro, ma anche a infestazione da larve parassitarie come l’Aelurostrongylus nel gatto o la Spirocerca lupi nel cane, mentre la forma piogranulomatosa si presenta frequentemente in caso di peritonite infettiva felina come conseguenza della vasculite generata dal virus e che interessa tutte le sierose.

Il piotorace è causato da un’infezione batterica o micotica polifattoriale; gli anaerobi obbligati (Fusobacterium e Bacteroides) sono presenti sia nel cane che nel gatto; sono specifici per il cane i Gram positivi filamentosi come Nocardia ed Actimomyces, mente nel gatto si riscontra frequentemente Pasteurella multocida. La contaminazione batterica origina da ferite toraciche penetranti, corpi estranei migranti, perforazione dell’esofago, estensione di polmoniti batteriche, infezioni cervicali, lombari e mediastiniche, setticemia.

Il piotorace si riscontra con maggior frequenza nei cani adulti di grossa taglia e nei gatti meticci, adulti, maschi. Tutte le infiammazioni pleuriche e, in particolare, il piotorace sono patologie a decorso subdolo, perché l’animale è portato alla visita quando la situazione clinica è già in stato avanzato; la sintomatologia è priva di riferimenti patognomonici e il proprietario riferisce di una difficoltà respiratoria con respiro frequente, superficiale e dispnoico, febbre, perdita di peso, intolleranza all’esercizio, letargia.

All’auscultazione della parete toracica, si riscontra una attenuazione dei toni cardiaci (soprattutto a livello ventrale) e dei suoni polmonari, ma con presenza di suoni ipersonici ottusi soprattutto alla percussione delle aree appena al di sopra della porzione ventrale del torace; se l’infezione cronicizza si manifesta shock settico, ipotermia e disidratazione.
E’ importante verificare la frequenza cardiaca perché in caso di frequenza ridotta si deve sospettare l’interessamento del pericardio.
Alla visita clinica fa riscontro la conferma strumentale:
1. L’analisi del sangue riscontra una forte leucocitosi neutrofila;
2. L’indagine radiografica identifica il versamento pleurico, mediante una radiopacità che oscura il profilo cardiaco, una retrazione dei lobi polmonari dalla parete toracica, una visibilità delle scissure interlobari e un arrotondamento degli angoli costofrenici.
3. Si dovrebbe sempre effettuare una toracentesi per valutare le caratteristiche del liquido pleurico e poter identificare se il liquido infiammatorio è settico o meno. In generale tutti gli essudati pleurici contengono un livello molto elevato di proteine (superiore a 3 µg/dl) con un peso specifico superiore a 1.018 ed un conteggio cellulare superiore a 30 x 103 cellule/µl.
4. Gli essudati posso essere distinti in settici e non settici:
a. Gli essudati settici sono tipici del piotorace con presenza di fluido viscoso, opaco, maleodorante e di colore variabile dal bianco, al giallo, al verde e al rosso. Il fluido può coagulare o contenere dei detriti fibrinosi; la presenza di macrofagi e plasmacellule indica che il fluido è presente da diverso tempo in cavità toracica. Il fluido contiene numerose cellule degenerate, rendendo spesso difficile il conteggio cellulare accurato; il fluido è molto utile per identificare i batteri coinvolti, ma bisogna “trattare” il campione con molta cura, facendo in modo che giunga in brevissimo tempo al laboratorio di analisi e comunque non oltre le 24 ore se non si è potuto utilizzare un terreno appropriato.
b. Gli essudati non settici hanno un aspetto sierofibrinoso o sieroematico; ad esempio, la FIP genera un essudato non settico trasparente, viscoso e di colore giallo; le proteine totali sono molto alte (fino a 8 µg/dl) e se si effettua l’elettroforesi si osserva una prevalenza della frazione gammaglobulinica; il conteggio cellulare non supera i 15 x 103 cellule/µl con una prevalenza di neutrofili non degenerati e di macrofagi.

E’ chiaro che un fenomeno patologico così aggressivo deve essere affrontato in modo altrettanto aggressivo oltreché rapido, tenuto conto che la prognosi è riservata, ma non disperata. Inizialmente, va instaurato un protocollo di reidratazione per via endovenosa e il trattamento antibiotico; quest’ultimo dovrà tener conto dei riscontri degli antibiogrammi se già presenti, altrimenti, dovranno essere somministrati antibiotici per via endovenosa; gli antibiotici migliori sono quelli ad ampio spettro per via endovenosa, come l’ampicillina sodica (20 mg/kg IV, tre volte al giorno), l’enrofloxacina (5 mg/kg IV, due volte al giorno), la clindamicina (11 mg/kg due volte al giorno); quest’ultima è particolarmente indicata perché è dotata di una forte capacità di controllo nei confronti dei germi anaerobi, come Bacillus fragilis. La via endovenosa favorisce anche il controllo delle eventuali forme di setticemia che derivano dal piotorace. A questo trattamento endovenoso, va fatto seguire un trattamento orale con gli stessi principi attivi per 4-6 settimane. Laddove si sospetti la presenza di CID (coagulazione intravascolare disseminata) dovrà essere somministrata eparina in ragione di 100 U.I./kg tre volte al giorno.

Quando la fluidoterapia e l’azione degli antibiotici avranno iniziato a stabilizzare la situazione, sarà necessario intervenire con una sonda toracostomica per drenare il liquido pleurico in eccesso; va precisato che potrebbe essere necessaria l’applicazione di una sonda bilaterale nel caso in cui il drenaggio dovesse avvenire in modo inadeguato. La manualità chirurgica, da eseguire in anestesia locale e sedazione, andrà praticata con un tubo delle massime dimensioni possibili, per evitare le occlusioni causate dai tappi di fibrina. Il drenaggio potrà avvenire in modo continuo o in modo intermittente, in entrambi i casi si dovrà fare attenzione a mantenere attivo il processo e pervio il tubo; l’andamento dell’aspirazione va verificato mediante esame radiografico.

Quando l’aspirazione sarà terminata, si procederà al lavaggio pleurico, due volte al giorno mediante instillazione lenta di soluzione fisiologica o Ringer riscaldati, in ragione di 20 ml/kg fino a quattro volte al giorno, facendo attenzione che il processo non causi difficoltà respiratoria; peraltro un 25% di questo liquido instillato verrà assorbito dal paziente. Nel liquido non vanno inseriti antibiotici perché causano irritazione locale e possono riattivare il processo infiammatorio. Il fluido deve rimanere in cavità pleurica per un’ora; mediante questa tecnica, sarà possibile identificare anche l’evoluzione del piotorace, grazie alla valutazione di laboratorio del liquido di risulta; un decorso corretto dovrebbe volgere alla guarigione nell’arco di 3-5 giorni. In letteratura, viene segnalata una guarigione nel 50-60% dei casi trattati.

Se ciò non accade e se il riscontro radiografico evidenzia un’area incapsulata, si deve procedere alla toracotomia per via sternale media; all’apertura della cavità occorre verificare l’opportunità di separare i polmoni dal mediastino per l’eventuale a presenza di ispessimenti, aderenze e piccoli ascessi. Tutte le aderenze e le sacche di fluido vanno separate con cautela e va inoltre valutata la consistenza del parenchima polmonare; vanno verificate tutte le situazioni di alterazioni o/e lacerazioni del parenchima a cui deve seguire la riparazione o la rimozione del tessuto danneggiato; in caso di epatizzazione irreversibile, si deve procedere alla lobectomia parziale o completa. Bisogna controllare anche il pericardio.
Prima della chiusura della cassa toracica va effettuato un energico lavaggio con soluzione cristalloide riscaldata e va mantenuto il drenaggio per alcuni giorni.

Esiste la possibilità che le aderenze, soprattutto in forme di piotorace cronico, impediscano ai polmoni di riespandersi all’entità originaria; in alcuni casi, è consigliabile una “decorticazione chirurgica della pellicola fibrinosa”, un intervento chirurgico che separa l’essudato organizzato dalla pleura viscerale. La pratica non è di facile applicazione, ma ha successo se effettuata con una tecnica accurata.

In genere i gatti rispondono meglio al trattamento medico, mentre i cani a quello chirurgico.


Trauma toracico: terapia medica o chirurgica?



Si ringrazia la Dott.ssa Stefania Tarallo di Castelplanio per i dati forniti.
Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Prognosi della torsione splenica primaria nel caneUno studio retrospettivo ha determinato la percentuale di cani che sopravvivevano fino alle dimissioni e ha identificato i fattori associati al decesso prima delle dimissioni in 102 cani sottoposti a intervento chirurgico per torsione splenica primaria (PST) confermata.

Sopravvivevano fino alle dimissioni 93 cani sul 102 (91,2%). I Pastori tedeschi (24/102 [23,5%]), gli Alani (15/102 [14,7%]) e i Bulldog inglesi (12/102 [11,8%]) costituivano il 50% dei casi. I fattori di rischio significativamente associati al decesso prima delle dimissioni includevano la peritonite settica presente alla visita iniziale, l’emorragia intraoperatoria e lo sviluppo postoperatorio di difficoltà respiratorie. Non si trovavano evidenze istopatologiche di neoplasia splenica in nessun caso.

I risultati suggeriscono che la prognosi dei cani sottoposti a splenectomia per PST è favorevole. Si identificavano alcuni fattori di rischio di decesso prima delle dimissioni, tra i quali la peritonite settica preesistente, l’emorragia intraoperatoria e lo sviluppo postoperatorio di difficoltà respiratorie, concludono gli autori.


“Primary splenic torsion in dogs: 102 cases (1992–2014)” Whitney DeGroot et al. Journal of the American Veterinary Medical Association. March 15, 2016, Vol. 248, No. 6, Pages 661-668



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Ernia diaframmatica di rene e grasso perirenale in un coniglioSi visitava un coniglio (Oryctolagus cuniculus) d’affezione incrocio-Lionhead di 6 anni e 2,08 kg, maschio sterilizzato, per la presenza di starnuti e di un incrementato sforzo respiratorio. Sulla base degli esami radiografici si poneva una diagnosi di ernia diaframmatica del grasso perirenale retroperitoneale e del rene destro.

Nove mesi più tardi, un esame clinico rivelava l’aumento della frequenza e dello sforzo respiratorio e una lieve diminuzione del peso corporeo. Le radiografie del torace rivelavano una ridotta ventilazione polmonare e l’ulteriore dislocazione craniomediale del rene destro, rispetto alla valutazione iniziale, che suggerivano un’erniazione progressiva del grasso perirenale retroperitoneale.

Durante la celiotomia esplorativa, si osservava una lacerazione della porzione tendinea dorsale destra del diaframma. Si riscontrava la dislocazione del rene destro e del grasso perirenale nel torace. Si effettuava un’erniorrafia diaframmatica dopo aver riposizionato il rene destro e il grasso perirenale nello spazio retroperitoneale. L’animale si riprendeva senza complicazioni dall’anestesia e dall’intervento chirurgico. I segni clinici non recidivavano nei 16 mesi successivi.

Nei conigli con aumentato sforzo respiratorio è consigliabile includere l’ernia diaframmatica del rene e del grasso perirenale nella diagnosi differenziale. Il trattamento chirurgico appropriato può consentire un esito di successo, concludono gli autori.

“Clinical diagnosis and surgical management of diaphragmatic retroperitoneal perirenal fat and kidney herniation in a pet rabbit.” Ruey-Shyuan Wu, Che-Chu Chu, Hsien-Chi Wang, Kuan-Sheng Chen. Journal of the American Veterinary Medical Association. June 15, 2016, Vol. 248, No. 12, Pages 1399-1403


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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