Dall'11 aprile 2003 sono stati pubblicati 6420 articoli

AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Ernia perineale: trasposizione nel muscolo otturatore internoUno studio retrospettivo ha valutato l'esito della trasposizione nel muscolo otturatore interno per il trattamento dell’ernia perineale in 34 cani. Il tempo mediano di follow-up era di 345 giorni (intervallo, 22-1423 giorni). Si osservavano complicazioni in 10 soggetti. Dopo la chirurgia si verificavano tenesmo (n = 9), dischezia (7), costipazione (3), stranguria (4), ematochezia (2), incontinenza urinaria (2), diarrea (1), infezioni delle vie urinarie (1) e megacolon (1). La retroflessione della vescica al momento della valutazione iniziale della chirurgia non era un fattore di rischio di complicazioni. Un anno dopo l'intervento, il 51,2% dei cani era libero da complicazioni.

In tre casi si sviluppava un'ernia perineale sul lato opposto 35-95 giorni dopo l'intervento. Il tasso di recidiva a un anno era del 27,4%. Il tempo mediano prima della recidiva era di 28 giorni dopo l'intervento (intervallo, 2-364 giorni). Il tenesmo postoperatorio era un fattore di rischio per lo sviluppo di recidive.

E' stata utilizzata la trasposizione del muscolo otturatore interno per il trattamento primario dell'ernia perineale nel cane. Si osservavano recidive fino a un anno dopo l'intervento. Il tenesmo era un fattore di rischio di recidiva dopo trattamento dell'ernia perineale con trasposizione del muscolo otturatore interno, concludono gli autori.


“Internal obturator muscle transposition for treatment of perineal hernia in dogs: 34 cases (1998–2012)” Magen Shaughnessy, Eric Monnet. Journal of the American Veterinary Medical Association. February 1, 2015, Vol. 246, No. 3, Pages 321-326




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Complicazioni della castrazione negli equiniUno studio retrospettivo ha determinato l’incidenza di complicazioni e ha identificato i fattori di rischio associati allo sviluppo di complicazioni dopo castrazione in 311 cavalli, 10 muli e 3 asini.
Si confrontavano le cartelle cliniche degli equini sottoposti a castrazione convenzionale annotando età, razza, tecnica chirurgica (castrazione chiusa vs semichiusa e utilizzo di legature), anestesia (anestesia generale vs sedazione in stazione con anestesia locale) e somministrazione ripetuta di anestetici EV, somministrazione di antibiotici e antinfiammatori e dati riguardanti il trattamento e l’evoluzione delle complicazioni. Si analizzava inoltre l’associazione tra dosi aggiuntive di anestetici durante l’intervento e complicazioni.

Sviluppavano complicazioni dopo l’intervento 33 equini su 324 (10,2%); 32 guarivano e uno veniva soppresso a causa di uno sventramento. I soggetti sottoposti a castrazione semichiusa avevano una probabilità significativamente superiore di sviluppare complicazioni rispetto a quelli sottoposti a castrazione chiusa. I soggetti che ricevevano dosi aggiuntive di anestetici per mantenere una anestesia generale adeguata sviluppavano complicazioni più frequentemente rispetto a quelli che non richiedevano questo trattamento.

L’incidenza delle complicazioni era bassa e la maggior parte delle variabili valutate non era significativamente associata allo sviluppo di complicazioni dopo castrazione negli equini, concludono gli autori. Tuttavia, i risultati suggeriscono che la scelta della tecnica chirurgica (chiusa vs semichiusa) è un fattore importante a questo proposito. Ulteriori studi dovrebbero indagare se la durata della chirurgia è associata alle complicazioni dopo castrazione negli equini.


“Incidence, management, and outcome of complications of castration in equids: 324 cases (1998–2008)” Isabelle Kilcoyne, et al. Journal of the American Veterinary Medical Association. March 15, 2013, Vol. 242, No. 6, Pages 820-825


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Patch duodenale sieroso per la rottura del colon in un pappagalloUn pappagallo Ecletto delle isole Salomone (Eclectus roratus solomonensis) di 444 grammi e quattro anni di età, femmina intera, veniva visitato per la presenza di ostruzione del colon. Il pappagallo aveva un'anamnesi di assenza di defecazione e mancanza di appetito da tre giorni, a seguito del trattamento di una distocia effettuato mediante rottura percutanea dell'uovo e rimozione manuale dei frammenti attraverso la cloaca. Durante questa procedura si sviluppava una lacerazione della mucosa della cloaca, che veniva riparata attraverso una cloacotomia mediana. Il pappagallo diveniva in seguito letargico e mostrava ritardato svuotamento gastrointestinale.

Si effettuava una celiotomia sulla linea mediana e una cloacotomia per risolvere l’ostruzione del colon, durante la quale il colon gravemente dilatato si lacerava. Il difetto veniva suturato con sutura semplice a punti staccati e si applicava un patch sieroso utilizzando l’adiacente duodeno.

L’animale si svegliava senza complicazioni dall’anestesia ed emetteva feci voluminose con sforzo lievemente aumentato entro un’ora dall’intervento. Dopo 3 settimane la defecazione avveniva normalmente e l’appetito era normale.

L’applicazione di un patch sieroso duodenale per la riparazione della rottura del colon era efficace in questo soggetto, concludono gli autori. Le ostruzioni gastrointestinali sono rare negli uccelli ma dovrebbero essere considerate nei soggetti con rigurgito, ridotta emissione fecale e dilatazione gastrointestinale. Poiché gli uccelli sono privi di omento, l’utilizzo del vicino duodeno per il patch sieroso può essere considerato una valida opzione in chirurgia aviare.




"Use of a duodenal serosal patch in the repair of a colon rupture in a female Solomon Island eclectus parrot" Jeleen A. Briscoe, R. Avery Bennett. Journal of the American Veterinary Medical Association. April 1, 2011, Vol. 238, No. 7, Pages 922-926



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Giovedì, 29 Maggio 2008 12:31

Tracheostomia permanente nel cavallo

Tracheostomia permanente nel cavalloLa tracheostomia permanente può essere sicura ed efficace in alcuni casi specifici nel cavallo. Uno studio ha valutato retrospettivamente 82 cavalli trattati mediante tracheostomia in stazione nel corso di dieci anni. Le diagnosi dei soggetti trattati erano: cicatrici nasofaringee (n = 59), condropatia aritenoidea (55) e/o emiplegia laringea (20).

Complessivamente, 57 dei 64 cavalli (89%) per i quali era disponibile un follow-up a lungo termine tornavano all'utilizzo precedente (prestazioni western, riproduzione e passeggiate). Tutti i proprietari eccetto uno erano soddisfatti dei risultati.

Le complicanze postoperatorie erano di entità moderata; quelle che si verificavano prima delle dimissioni includevano deiscenza parziale (n = 8), ipertermia transitoria (10) e tumefazione eccessiva (13). Le complicanze comparse dopo le dimissioni includevano deiscenza parziale (n = 3), inversione della cute (2) e stenosi della tracheotomia che richiedeva un intervento.

Con un tempo di sopravvivenza a un anno del 97% e un tempo stimato libero da malattia di 9,7 anni, la tracheostomia in stazione, concludono gli autori, sembra essere un'opzione sicura ed efficace per i cavalli con ostruzioni delle vie aeree che non possono essere trattate in altro modo.



“Indications for and short- and long-term outcome of permanent tracheostomy performed in standing horses: 82 cases (1995-2005)” Chesen AB, Rakestraw PC. J Am Vet Med Assoc. 2008 May 1;232(9):1352-6






Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Lesioni del carapace: riparazione vuoto-assistitaUna femmina di Testuggine gigante delle Seychelles (Geochelone gigantea) veniva visitata a causa di una necrosi focale del carapace. Il curettage rivelava un’area di necrosi del guscio di 14,5 x 11,5-cm, formazione di ascessi profondi e osteomielite sostenuta da patogeni batterici (Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus aureuse Pseudomonas spp) e fungini.

Dopo un esteso curettage, si effettuava una chiusura vuoto-assistita che incorporava materiale di bendaggio impregnato di argento. La ferita era considerata riparata dopo 55 giorni, momento in cui era presente uno strato di tessuto epidermico con cheratinizzazione progressiva e ossificazione sottostante. Nei successivi 67 giorni proseguiva la cheratinizzazione con normale pigmentazione.

I risultati, concludono gli autori, suggeriscono che la riparazione vuoto-assistita con materiale di bendaggio impregnato di argento può fornire vantaggi rispetto ai metodi tradizionali per il trattamento delle lesioni del guscio nei cheloni, tra cui: guarigione più rapida, miglior aspetto estetico, maggior controllo della contaminazione batterica e costi complessivi inferiori.




“Vacuum-assisted closure for treatment of a deep shell abscess and osteomyelitis in a tortoise” Michael J Adkesson, Erika K Travis, Martha A Weber, John P Kirby, Randall E Junge. J Am Vet Med Assoc. October 2007; 231(8): 1249-54.




aria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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L’aldosterone in cardiologia umana e veterinariaIl ruolo dell’aldosterone nell’insufficienza cardiaca è stato oggetto di un recente simposio organizzato a Bordeaux (Francia) che ha riunito oltre 60 cardiologi di medicina umana e veterinaria provenienti da 12 paesi, nonché ricercatori provenienti da tutto il mondo. Durante il simposio, organizzato da Ceva Santé Animale e presieduto da Jonathan Elliott (RVC, Londra, UK) e Mark Oyama (University of Pennsylvania), è stato dedicato molto tempo al confronto e allo scambio di esperienze tra veterinari e medici cardiologi. Il risultato è stato un meeting divulgativo e stimolante, in cui si è potuto fare il punto sullo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche e dei più recenti sviluppi clinici nell'uomo e negli animali.

Gli effetti dell’Aldosterone

Le prime due presentazioni sono state svolte dalla dr.ssa Nicolette Farman e dal dr. Frédéric Jaisser, entrambi medici presso l’Inserm (Institue National de là santé et de la recherche mèdicale, Francia). Il dr. Farman ha iniziato spiegando che l’aldosterone, prodotto nella zona glomerulare della corteccia surrenale in risposta ad una caduta della pressione sanguigna e/o dei livelli di sodio a livello renale, è stato identificato nel 1953.

Successivamente si è scoperto che l’aldosterone si lega ai recettori dei mineralcorticoidi (MR), identificati nel nefrone distale nel 1987. Le ricerche iniziali si focalizzarono sugli effetti renali dell’aldosterone, che è noto per indurre un aumento nel numero e nell’attività delle proteine sodio-trasportatrici e dei canali e in tal modo stimolare il riassorbimento di sodio e la ritenzione idrica.
Il dr. Farman ha spiegato come più di recente, anche in altri tessuti ed organi come il cuore, i vasi sanguigni, gli occhi, il cervello, il tessuto adiposo e la cute sia stata identificata la presenza di MR. Sebbene il loro ruolo a questi livelli non sia ancora noto, tuttavia, come specificato da Frédéric Jaisser nella sua relazione, in numerosi studi condotti sui roditori si è visto come l’attivazione degli MR sia collegata allo sviluppo di una fibrosi miocardica e perivascolare. Una situazione analoga può verificarsi anche nel cane, infatti recenti studi istologici hanno dimostrato che l’arteriosclerosi (l’ispessimento e il restringimento delle arterie intramiocardiche) e la fibrosi miocardica sono di comune riscontro in cani con insufficienza cardiaca (Falk et al, 2006).

Inoltre il dr. Farman ha spiegato come il cortisolo può legarsi agli MR, ma questo nel rene viene evitato dalla coespressione dell’enzima 11 beta-idrossisteroido deidrogenasi (HSD2). Nel cuore e nei vasi sanguigni, invece, l’attività dell’ HSD2 è ridotta, ciò significa che in questi tessuti il cortisolo può attivare gli MR. Questa situazione può avere conseguenze sul piano clinico: elevati livelli di aldosterone così come di cortisolo giocano, indipendentemente l’uno dall’altro, un ruolo importante nel progressione dell’insufficienza cardiaca e causano un incremento della mortalità nei pazienti umani affetti da insufficienza cardiaca (Güder et al, 2007).

Benefici clinici degli antagonisti dell’aldosterone nell’uomo

Johann Bauersachs, dell’Ospedale universitario di Würzburg (Germania), e il prof. Bertram Pitt, della University of Michigan School of Medicine (Usa), hanno esposto i benefici clinici arrecati dagli antagonisti dell’aldosterone nell’uomo, presentando due ampi studi: il Rales (“Randomised Aldactone evaluation study”) e lo studio Ephesus.

Il primo studio si è incentrato sull’uso di spironolattone, un antagonista dell’aldosterone, associato alla terapia standard, su un campione di 1.663 pazienti umani con grave insufficienza cardiaca cronica (New York Heart Association, classe III o IV) (Pitt et al, 1999). I pazienti soffrivano di disfunzione ventricolare sinistra ischemica (55%) o non-ischemica (45%), e sono stati curati entrambi con un ACE inibitore e un diuretico (terapia standard). Il risultato dello studio Rales mostra una riduzione della mortalità complessiva del 30%, valore statisticamente altamente significativo, nel gruppo trattato con terapia standard più spironolattone rispetto al gruppo controllo.

Lo studio Ephesus, invece, ha coinvolto 6.632 pazienti con insufficienza ventricolare sistolica sinistra secondaria a infarto del miocardio (Pitt et al, 2003) a cui è stato somministrato l’antagonista dell’aldosterone eplerenone. La mortalità complessiva dei pazienti trattati con eplerenone è stata ridotta del 15%, con un 21% di riduzione specificatamente per l’arresto cardiaco.
Il dr. Faied Zannad (Inserm, Francia) ha quindi spiegato che in entrambi gli studi gli effetti positivi in termini di sopravvivenza erano collegati a una riduzione del livello sierico di N terminal propeptide of type III collagen peptide (PIIINP), che è un marker di fibrosi del miocardio. Il dr. Zannad ha poi descritto come, nell’uomo, la fibrosi sia collegata a disfunzioni sistoliche e diastoliche, così come a un aumento del rischio di aritmie e di arresto cardiaco.

Il dr. Bauersachs ha quindi esposto ulteriori possibili meccanismi mediante i quali l’aldosterone può provocare un aumento della mortalità in pazienti affetti da insufficienza cardiaca: è stato dimostrato nell’uomo e in modelli animali (topo) che può provocare disfunzioni endoteliali (vasi sanguigni), attivazione piastrinica e un indebolimento delle cellule staminali endoteliali, coinvolte nella riparazione vascolare.

Nell’uomo, ha spiegato il dr. Bauersachs, si è visto che gli antagonisti dell’aldosterone hanno un’azione clinica anche in pazienti con livelli plasmatici normali di aldosterone. Dalle ricerche del dr. Bauersachs è emerso che l’espressione cardiaca degli MR è aumentata nei pazienti con insufficienza cardiaca. Secondo un’altra teoria, in condizioni di stress ossidativi, il cortisolo, anziché l’aldosterone, può attivare gli MR presenti nel cuore e nei vasi sanguigni. Quindi, in pazienti che mostrano livelli plasmatici di aldosterone normali, l’effetto benefico degli antagonisti dell’aldosterone potrebbe essere correlato a un antagonismo per gli RM nei confronti del cortisolo piuttosto che dell’aldosterone.

L’aldosterone nell’insufficienza cardiaca del cane

Il dr. Bauersachs ha quindi descritto alcuni studi sperimentali sul cane, che dimostrano come l’aldosterone sia collegato a fibrosi atriale e al perdurare della fibrillazione atriale (Yang et al, 2008), così come ad un aumento della fibrosi reattiva e riparativa (Suzuki et al, 2008).

Il punto fino a cui questi modelli sperimentali riflettano la realtà della patologia associata alla malattia cardiaca spontanea nel cane (dovuta a malattia valvolare degenerativa piuttosto che a cardiomiopatia dilatativa) sono stati dibattuti durante il simposio. Sia il dr. Bauesachs che il prof. Robert Hamlin (PhD, dipl. Acvim, Ohio State University, Usa) hanno avanzato la teoria che il processo dell’insufficienza cardiaca cronica, in particolare lo stadio finale della patologia, sia indipendente dall’eziologia e che, in assenza di ulteriori modelli sperimentali, questi studi hanno valore sia clinico che scientifico.

L’efficacia dello spironolattone nell’insufficienza cardiaca del cane

Claudio Bussadori, (DMV, MD, dipl. Ecvim-CA, PhD) ha presentato i risultati di un ampio studio clinico sull’uso dello spironolattone nel cane affetto da malattia valvolare degenerativa, che ha portato alla registrazione europea centralizzata di un medicinale veterinario con spironolattone. Sono stati inseriti in questo studio multicentrico condotto in doppio cieco placebo-controllo 221 cani provenienti da 32 cliniche veterinarie europee (Italia, Francia, Germania e Belgio). Per essere inseriti nello studio, i cani dovevano manifestare almeno un sintomo tra tosse, dispnea o sincope, e almeno un segno tra riduzione dell’attività, della mobilità o un’alterazione del comportamento.

I cani selezionati erano in classe ISACHC II o III per l’insufficienza cardiaca, e tutti ricevevano un ACE inibitore ed eventualmente altri farmaci autorizzati come furosemide, digossina e L-carnitina. I cani sono stati divisi in due gruppi e hanno ricevuto spironolattone (2 mg/kg/die, assieme al cibo), oppure un placebo, per un periodo di 15 mesi.
L’endpoint primario era l’exitus, correlato a cause cardiache, l’eutanasia dovuta a rigurgito mitralico o un grave peggioramento della patologia, definita come la necessità di un trattamento cardiaco non autorizzato o una dose di furosemide superiori a 10 mg/kg die.

Il professor John Bland, (Department of Health statistics presso l’University of York, Uk) ha poi spiegato che, in questi studi, non è stato possibile stimare un periodo medio di sopravvivenza (il tempo in cui la metà dei cani sono morti), poiché in questo studio sono deceduti pochi cani per poter fare una valutazione. Il tasso di sopravvivenza stimato fu dell’84% nei cani trattati con spironolattone e del 66% per i cani di controllo (P=0,017). Ciò significava una riduzione del 55% nel rischio di mortalità o di peggioramento della patologia cardiaca in cani trattati con spironolattone.

Considerando solamente la mortalità dovuta a morte cardiaca o all’eutanasia conseguente a rigurgito mitralico, i tassi di sopravvivenza a 15 mesi furono del 92% e 73% rispettivamente per i gruppi spironolattone e controllo (P=0,0071).

Ciò dimostra una riduzione del 69% del rischio di mortalità per scompenso cardiaco (p <0.05), notevolmente superiore a quello osservato nello studio equivalente umano, pari al 31% su 3 anni2. Per contestualizzare questi risultati, il professor Bland ha spiegato che l'entità del beneficio è stata tale che, se fosse stata una sperimentazione clinica nell'uomo, lo studio sarebbe stato interrotto per ragioni etiche, in modo che tutti i pazienti potessero ricevere spironolattone. Il Prof. Bland ha confermato inoltre la validità scientifica dei metodi impiegati per l’analisi statistica, ampiamente validata anche in medicina umana.

Il dr. Bussadori ha concluso spiegando come i benefici clinici nei cani non possono essere descritti con l'effetto diuretico dello spironolattone, ma che siano piuttosto legati ad un’azione contro il rimodellamento e la fibrosi cardiaca, descritte in cani con MMVD.

In generale, è stato affascinante il confronto tra esperienze di medicina umana e veterinaria e il congresso ha evidenziato gli elementi emergenti circa gli effetti complessi dell’aldosterone sul metabolismo, gli effetti dannosi dell'aldosterone nello scompenso cardiaco e gli effetti benefici del blocco dell’aldosterone in pazienti umani e animali.



Fonte: Ceva Vetem



Bibliografia

Bauersachs J, Fraccarollo D (2003), Aldosterone antagonism in addition to angiotensin converting enzyme inhibitors in heart failure. Minerva Cardioangiol 51(2): 155-164
Falk T, Jönsson L, Olsen LH, Pedersen HD (2006). Arteriosclerotic changes in the myocardium, lung, and kidney in dogs with congestive heart failure and myxomatous valvular disease. Cardiovasc Pathol 15: 185-193.
Güder G, Bauersachs J, Frantz S, Weismann D, Allolio G, Ertl G, Angermann CD, Stork S (2007), Complementary and incremental mortality risk prediction by cortisol and aldosterone in chronic heart failure. Circulation 115(13): 1754-1761
Pitt B, Zannad F, Remme WJ, Cody R, Castaigne A, Perez A, Palensky J, Wittes J. (1999). The effects of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure. N Eng J Med 341: 709-717.
Pitt B, Remme W, Zannad F, Neaton J, Martinez F, Roniker B, Bittman R, Hurley S, Kleiman J, Gatlin M (2003). Eplerenone, a selective aldosterone blocker, in patients with left ventricular dysfunction after myocardial infarction. N Engl J Med 348: 1309-1321.
Rastogi S, Mishra S, Zacà V, Alesh I, Gupta RC, Goldstein S, Sabbah HN (2007). Effect of long-term monotherapy with the aldosterone receptor blocker eplerenone on cytoskeletal proteins and matrix metalloproteinases in dogs with heart failure. Cardiovasc Drugs Ther 21: 415-422.
Shroff SC, Ryu K, Martovitz NL, Stambler BS (2006). Selective aldosterone blockade suppresses atrial tachyarrhythmias in heart failure. J Cardiovasc Electrophysiol 17: 534-541.
Stambler BS, Laurita KR, Shroff SC, Hoeker G, Martovitz NL (2009). Aldosterone blockade attenuates development of an electrophysiological substrate associated with ventricular tachyarrhythmias in heart failure. Heart Rhythm 6: 776-783.
Suzuki G, Morita H, Mishima T, Sharov VG, Todor A, Tanhehco EJ, Rudolph AE, McMahon EG, Goldstein S, Sabbath HN (2002). Effects of long-term monotherapy with eplerenone, a novel aldosterone blocker, on progression of left ventricular dysfunction and remodeling in dogs with heart failure. Circulation 106: 2967-2972.
Yang S-s, Han W, Zhou H-y, Dong G, Wang B-c, Huo H, Wei Na, Cao Y, Zhou G, Xiu C-h, Li W-m (2008). Effects of spironolactone on electrical and structural remodeling of atrium in congestive heart failure dogs. Chin Med J 121: 38-42.








Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Benazepril per l’insufficienza mitralica asintomatica: il parere dei cardiologi del CHIEFIn relazione al resoconto “Insufficienza cardiaca asintomatica: effetto del benazepril. I risultati di uno studio al centro del quarto incontro del CHIEF (Canine Heart-failure International Expert Forum) - fornito a vet.journal da un collega presente al seminario (N.d.R) -, i sottoscritti membri del CHIEF desiderano precisare quanto segue.

Lo studio in oggetto è uno studio retrospettivo, non randomizzato, non in cieco (come erroneamente riportato nel testo). In queste circostanze non è credibile che la decisione di trattare o non trattare un animale sia stata assolutamente casuale. Inoltre, molti dei dati relativi all’”outcome” (momento di insorgenza dei sintomi di scompenso cardiaco, data e causa della morte) sono stati raccolti mediante contatto telefonico con i proprietari, con possibili bias di informazione.

Nell’ambito della classificazione delle evidenze scientifiche a supporto di una particolare terapia uno siffatto studio retrospettivo occupa una posizione di livello decisamente inferiore rispetto ad uno studio prospettico.
Gli studi prospettici (Classe I e II dell’evidence based medicine) sull’argomento fino ad oggi effettuati nel cane non hanno evidenziato significativi benefici derivanti dall’utilizzo degli ACE-inibitori in fase asintomatica.

I sottoscritti membri del CHIEF guardano con interesse ai risultati emersi dallo studio, che per la prima volta suggeriscono un beneficio derivante dall'utilizzo degli ACE-inibitori in fase asintomatica, aprendo pertanto nuove opportunità di ricerca. I sottoscritti membri del CHIEF ritengono, tuttavia, che solo uno studio prospettico ben controllato possa dare un'evidenza scientifica certa dei benefici della terapia (tra l'altro gli stessi autori dell'articolo lo riconoscono nella discussione) e che in assenza di ciò i risultati di questo studio non rappresentino “un’evidenza scientifica in grado di smentire ciò che fino ad ora era considerato un dogma”.

In attesa di uno studio prospettico che possa confermare o confutare i risultati di questo studio retrospettivo, i sottoscritti membri del CHIEF ritengono che la somministrazione di ACE-inibitori non debba essere inclusa nelle linee guida di terapia dell’insufficienza mitralica del cane nella fase asintomatica (classe 1A) e che la scelta o meno di somministrare il farmaco rientri esclusivamente nel libero arbitrio di gestione del paziente secondo scienza e coscienza.

Scritto letto e firmato:
Dott. Bartolo Celona
Dott. David Chiavegato
Dott.Gino D’Agnolo
Dott.ssa Fortunata Farina
Dott. Francesco Migliorini
Dott. Marco Poggi
Prof.ssa Cecilia Quintavalla
Prof. Alberto Tarducci
Dott. Alessandro Zani


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Insufficienza cardiaca asintomatica: effetto del benazeprilLa condivisione dei risultati emersi da uno studio retrospettivo sui benefici riscontrati nel trattamento con benazepril dell’insufficienza cardiaca canina in fase asintomatica è stata l'obiettivo della quarta sessione del CHIEF (Canine Hearth-failure International Export Forum), un comitato di esperti cardiologi che si riunisce periodicamente per discutere i temi più attuali di cardiologia (Origgio, 15 gennaio 2009). Il comitato ha chiarito inoltre alcuni aspetti della terapia dell’insufficienza cardiaca relativamente all’utilizzo delle diverse molecole registrate in medicina veterinaria. Sin dalla prima sessione, poi, il comitato CHIEF si è proposto di definire linee guida per la diagnosi ed il trattamento dell’insufficienza cardiaca nel cane.

Il prof. Pouchelon (Direttore dell’Unità Medica dell’Università di Parigi) ha presentato una relazione sul trattamento dello stadio Ia dell’insufficienza cardiaca del cane (Classificazione ISACHC, International Small Animal Cardiac Health Council). La prima parte ha riguardato il passato, cioè tutte le più importanti pubblicazioni dedicate a questa condizione senza però riuscire a dare risposte certe. Nella seconda parte invece, Pouchelon ha illustrato l’ultimo studio effettuato dal suo gruppo di ricerca sull’effetto del benazepril sull’aspettativa di vita e l’insorgenza di sintomatologie cardiache in cani affetti da Malattia asintomatica della valvola mitrale (Stadio Ia). In questo studio, retrospettivo in doppio cieco, sono stati analizzati 141 cani, di cui 48 Cavalier King Charles e 93 di altre razze. I soggetti, tutti in fase 1a, asintomatica con rigurgito mitralico da medio a grave, sono stati divisi in due gruppi, uno trattato con benazepril, l’altro non trattato. Si è valutato il tempo di sopravvivenza e il tempo di insorgenza dei sintomi.

In entrambi i casi si è rilevato un effetto benefico del benazepril: un tempo di sopravvivenza medio di 3,3 anni, contro 1,9 anni nel gruppo non trattato; per quanto riguarda l’insorgenza dei sintomi, il 25% dei soggetti non trattati dopo 1,5 anni ha manifestato sintomatologia, rispetto a 0 soggetti del gruppo trattato. Tale effetti sono stati rilevati solo nelle altre razze, mentre non si è manifestato alcun beneficio nel gruppo King Charles. E’ questo un aspetto fondamentale dello studio, infatti si è confermata la necessità, in tutti i lavori di cardiologia, di separare i King Charles dagli altri cani, per poter avere una valutazione reale ed obiettiva degli effetti di trattamenti cardiologici.

Il contenuto e la procedura dello studio sono stati positivamente commentati dagli esperti presenti. Il Prof. Porciello, il Dr. Venco e il Prof. Guglielmini hanno manifestato la loro soddisfazione per una pubblicazione che “cambia l’approccio alla terapia”, definendola, insieme agli altri presenti, un’evidenza scientifica in grado di smentire ciò che fino ad ora era considerato un dogma. Nessuno fino ad oggi aveva infatti dimostrato alcun effetto (sia esso positivo che negativo) del benazepril quando somministrato nella fase asintomatica dell’insufficienza cardiaca.

Alla luce del lavoro del Prof. Pouchelon, tutti i membri del CHIEF inoltre si sono ripromessi di rivedere tale assioma, valutando l’introduzione di una terapia in fase asintomatica, in attesa comunque di uno studio prospettico che confermi i risultati dello studio retrospettivo, nonché di valutare la possibilità di rendere la classificazione degli stadi dell’insufficienza cardiaca più facilmente identificabile.

Nella seconda parte è stato affrontato il tema dell’effetto benefico del benazepril sul rimodellamento cardiaco e sulla prevenzione dei danni renali secondari all’insufficienza cardiaca. Pouchelon, chiamato in causa sull’argomento, ha confermato l’azione positiva della molecola su questi effetti secondari e, rifacendosi ai risultati di autorevoli pubblicazioni scientifiche, ha confermato l’utilità del trattamento anche sotto questo aspetto, sebbene, come d’accordo con tutti i membri del CHIEF, risulti difficile quantificare il grado di efficacia. Questo sia per mancanza di parametri di misurazione precisa, sia per il numero di fattori che influenzano queste due complicanze dell’insufficienza cardiaca.

Infine i presenti hanno espresso un parere sulla gestione globale della terapia del paziente mitralico. Tutti hanno confermato l’utilizzo dell’ACEi, associato a furosemide, spironolattone e, in fase avanzata, a inotropo. Nessuno ha preso in considerazione la sospensione del trattamento con ACEinibitori, né l’utilizzo di inotropo da solo, anche negli stadi finali dell’insufficienza cardiaca.



“Effect of benazepril on survival and cardiac events in dogs with asymptomatic mitral valve disease: a retrospective study of 141 cases” Pouchelon JL, Jamet N, Gouni V, Tissier R, Serres F, Carlos Sampedrano C, Castaignet M, Lefebvre HP, Chetboul V. J Vet Intern Med. 2008 Jul-Aug;22(4):905-14.






Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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La  vitamina C  trasforma le cellule staminali di topo in cellule muscolari cardiacheUna segnalazione online su Circulation: Journal of the American Heart Association, riporta che l'acido ascorbico è stato in grado di favorire la conversione delle cellule staminali embrionali di topo in cellule muscolari cardiache.

"Anche se il valore dei risultati di questo studio è assai preliminare rispetto al loro impatto sulla vita umana, questa linea di ricerca ha implicazioni enormi per la futura gestione dei pazienti che sviluppano un'insufficienza cardiaca", dice Robert O. Bonow, M.D., presidente della American Heart Association.

L'importanza clinica dell'identificazione di un meccanismo che trasformi le cellule staminali in cellule miocardiche differenziate è ben prevedibile.

Sono state testate 880 sostanze biologicamente attive, tra cui farmaci e vitamine (approvati dalla FDA americana), per valutarne la capacità di trasformare le cellule staminali in cellule miocardiche.
Per riconoscerne la trasformazione in cellule miocardiche al microscopio, queste cellule sono state geneticamente modificate affinchè emettessero una colorazione verde fluorescente.
Tra le 880 sostanze testate, una sola emetteva questo segnale, l'acido ascorbico.

Oltre alla fluorescenza, le cellule trattate con vitamina C mostravano altre prove della conversione in cellule miocardiche, ad esempio la presenza di actina e miosina e il battito spontaneo e ritimico.

L'effetto dell'acido ascorbico sulla differenziazione cardiaca sarebbe indipendente dal suo effetto antiossidante.

Il vero significato di questa scoperta risiede nella capacità di generare più efficacemente cellule cardiache dalle cellule staminali.
Dimensioni cardiache radiografiche del parrocchettoUno studio ha definito i valori di riferimento normali delle dimensioni cardiache dl parrocchetto ondulato (Melopsittacus undulatus), una delle specie aviarie d'affezione più diffusa nel mondo. Dopo le valutazioni cliniche e radiografiche (radiogramma laterale e ventrodorsale), si includevano nello studio 27 parrocchetti adulti clinicamente sani (10 femmine e 17 maschi). Si ottenevano proiezioni radiografiche laterali e ventrodorsali di alta qualità. Sui radiogrammi ventrodorsali si misuravano l'ampiezza cardiaca e toracica, la distanza tra la terza la quarta costa, l’ampiezza del sinsacro, l’ampiezza del coracoide e la distanza tra le clavicole. Si calcolava il rapporto tra l'ampiezza cardiaca e gli altri indici menzionati. La correlazione di ciascun indice anatomico con l'ampiezza cardiaca veniva valutata mediante modello di regressione lineare. In tutti i modelli si includevano il sesso e il peso corporeo.

L'ampiezza cardiaca media + SD era pari a 10,8 +/- 0,6 mm, con limiti inferiori e superiori di 9,5 e 12,0 mm. I risultati mostravano una correlazione significativa tra ampiezza cardiaca e ampiezza toracica. Non si osservavano associazioni significative tra peso, sesso e ampiezza cardiaca.

I valori e i rapporti ottenuti nello studio possono essere utilizzati come valori di riferimento delle normali dimensioni cardiache nel parrocchetto, per l'identificazione radiografica della cardiomegalia in questa specie, concludono gli autori.


“Radiographic reference limits for cardiac width of budgerigars (Melopsittacus undulatus).” Velayati M, Mirshahi A, Razmyar J, Azizzadeh M. J Zoo Wildl Med. 2015 Mar; 46 (1): 34-8.


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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