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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Sabato, 09 Febbraio 2019 21:15

Animali e cambiamenti climatici

vacche caldoL’economia relativa agli animali da reddito riveste un ruolo di primo piano su quella globale ed è necessario che la sicurezza alimentare sia garantita a livello mondiale. Le conseguenze dei cambiamenti climatici non si limitano solo alla produzione vegetale, ma influenzano anche la produzione animale e, in particolare, la quantità e qualità del latte, la produzione di carne e la fertilità.

La presenza di fattori stressanti è una costante in moltissimi contesti ambientali, e può esacerbarsi a seguito di cambiamenti climatici. Lo stress da calore sembra essere il principale fattore che influenza negativamente la produzione animale. Quindi, al fine di supportare quest’ultima, è fondamentale identificare gli animali termo-tolleranti resistenti al clima agro-ecologico specifico di una determinata zona.

Gli individui rispondono ai cambiamenti ambientali modificando le loro caratteristiche fenotipiche e fisiologiche. Pertanto, la sopravvivenza del soggetto spesso dipende dalla sua capacità di far fronte o adattarsi alle condizioni presenti. Quindi, per sostenere la produzione animale in un ambiente esposto a cambiamenti climatici, gli animali devono essere geneticamente idonei e avere capacità di sopravvivenza in ambienti molto diversificati.

Recentemente, è stato rivolto un notevole interesse alla ricerca di biomarker capaci di identificare gli animali con tratti genetici superiori e, quindi, economicamente vantaggiosi. L’individuazione di tali biomarker potrebbe avere anche importanti riscontri sulla possibilità di trovare una soluzione all'adattabilità animale ai cambiamenti climatici.

 

“Review: Adaptation of animals to heat stress” Sejian V, et al. Animal. 2018 Dec;12(s2):s431-s444. doi: 10.1017/S1751731118001945. Epub 2018 Aug 24.

Disciplina Practice management

SCCLa conta delle cellule somatiche (SCC, somatic cell count) è comunemente usata per monitorare la salute della mammella e per diagnosticare l’infezione intramammaria subclinica (IMI, intramammary infection) nelle bovine da latte.

Uno studio ha valutato le performance di due test utilizzati per la SCC, il test Somaticell (ST, Somaticell test) e il test della mastite californiana (CMT, California mastitis test), comparandole con quelle della metodica di riferimento (contatore di cellule DeLaval, DCC).

I campioni di latte prelevati da 111 bovine da latte in asciutta e 92 bovine che avessero partorito nei 4-7 giorni precedenti sono stati analizzati con le 3 metodiche (DCC, ST e CMT); è stato inoltre valutato l’effetto della temperatura del latte/reagente sulle prestazioni dei test. Il ST è stato eseguito simulando condizioni di campo, usando latte a 37°C invece che a 0-8°C come raccomandato dal produttore. Le prestazioni dei test per la diagnosi dell’IMI (DCC SCC >200.000 cellule/ml) sono state valute calcolando l’area sottesa alla curva (AUC, area under the curve) e il coefficiente kappa (k) al cut-point ottimale per ciascun test.

Rispetto alla metodica di riferimento, il ST eseguito simulando condizioni di campo ha ottenuto una AUC=0,68 e una k=0,24 nelle vacche in asciutta e una AUC=0,74 e k=0,40 nelle vacche in lattazione. Il CMT ha ottenuto risultati molto migliori rispetto al ST con una AUC=0,88 e k=0,77 nelle vacche in asciutta a una AUC=0,87 e k=0,76 nelle vacche in lattazione. La SCC con il ST diminuiva all’aumentare della temperatura della miscela latte/reagente.

Il ST è progettato per l’uso su latte a 0-8°C, quindi per l’utilizzo in azienda su campioni di latte refrigerato. Ciò non lo rende adatto come test di screening in condizioni di campo per diagnosticare l’IMI poiché la temperatura del latte supera il range raccomandato per il test.

 

Evaluation and comparison of 2 on-farm test for estimating somatic cell count in quarter milk samples from lactating dairy cattle” Kandeel SA, et al. J Vet Intern Med. 2018 Jan; 32(1):506-515.

dermatite gangrenosaUno studio ha descritto gli aspetti epidemiologici, eziopatogenetici, anatomopatologici e diagnostici della dermatite gangrenosa (GD, Gangrenous Dermatitis), una malattia dei polli e dei tacchini che provoca gravi perdite economiche nel settore del pollame a livello mondiale.

I batteri patogeni principalmente responsabili della GD sono Clostridium septicum, Clostridium perfringens di tipo A e, occasionalmente, Clostridium sordellii; in alcuni casi possono essere coinvolti anche Staphylococcus aureus e altri batteri aerobi. Diversi fattori immunosoppressivi di tipo infettivo e/o ambientale possono predisporre alla GD. Le lesioni cutanee sono considerate la principale via d’ingresso dei microrganismi coinvolti. La GD è caratterizzata da una mortalità acuta in soggetti che sviluppano lesioni a carattere sieroematico a carico della cute e del tessuto sottocutaneo, enfisema ed emorragie. Anche il muscolo scheletrico sottostante può essere coinvolto. L’ulcerazione dell’epidermide può anche essere osservata in casi complicati da S. aureus. Microscopicamente, si osservano comunemente necrosi dell’epidermide e del derma, edema sottocutaneo ed enfisema. I bastoncelli Gram-positivi possono essere identificati all’interno del sottocute e nei muscoli scheletrici, solitamente associati ad un minimo infiltrato infiammatorio.

La diagnosi di GD può essere sospettata sulla base di anamnesi, segni clinici e lesioni anatomiche macro- e micro-scopiche. Tuttavia, la conferma dovrebbe basarsi sulla dimostrazione della presenza degli agenti eziologici mediante coltura, PCR, immunoistochimica e/o test degli anticorpi fluorescenti.

 

“Gangrenous dermatitis in chickens and turkeys” Gornatti-Churria CD, et al. J Vet Diagn Invest. 2018 Mar; 30(2):188-196.

MastiteLa soluzione di rilascio di ossido d’azoto (SRNO) è una formulazione liquida che rilascia ossido nitrico, un radicale libero caratterizzato dalla presenza di un elettrone spaiato, capace di esercitare un’azione antimicrobica ad ampio spettro.

Uno studio ha voluto indagare l’efficacia e la sicurezza di questa soluzione come potenziale trattamento antimicrobico in corso di mastite bovina (MB).

Lo studio ha previsto l’esecuzione di 3 esperimenti per valutare: a) gli effetti della SRNO su Staphylococcus aureus ed Escherichia coli in un modello in vitro; b) l’effetto sul latte ottenuto da bovine da latte con mastite clinica; e c) le conseguenze della somministrazione di SRNO in bovine da latte sane secondo un modello dose-escalation in vivo. Le concentrazioni dei metaboliti dell’ossido d’azoto sono state valutate da campioni di sangue mediante la quantificazione della metaemoglobina e dei nitriti; inoltre, sono state calcolate la concentrazione di nitriti da campioni di latte e la conta delle cellule somatiche (CCS) per studiare l’eventuale infiammazione della ghiandola mammaria secondaria al trattamento.

La SRNO è stata efficace nel ridurre la concentrazione batterica in tutti i campioni infetti, in un modo dipendente dal tempo e dalla diluizione del latte. Dopo il trattamento, le concentrazioni ematiche di metaemoglobina erano tutte all’interno del range di riferimento. Tuttavia, le concentrazioni di nitriti nel sangue e nel latte e la CCS inizialmente sono aumentate per poi tornare normali nelle 24 ore successive. Non è stato evidenziato alcun segno clinico di infiammazione della ghiandola mammaria.

Gli autori concludono che la SRNO si è dimostrata essere efficace e potrebbe rappresentare una terapia alternativa per il trattamento della MB con tempi di eliminazione più brevi.

 

“Feasibility and preliminary safety of nitric oxide releasing solution as a treatment for bovine mastitis” Regev G et al. Res Vet Sci. 2018 Feb; in press.

sincronizzazione estroUno studio ha valutato se la prostaglandina F2α (PGF) possa essere utilizzata per indurre l’ovulazione in un protocollo basato sull’utilizzo di GnRH e progesterone.

Nell’esperimento 1 trentadue bovine da latte sono state sincronizzate per 7 giorni con un protocollo basato sull’utilizzo di GnRH e progesterone. Ventiquattro ore prima della rimozione del dispositivo per il rilascio di progesterone intravaginale (giorno 6), le bovine sono state trattate con una dose luteolitica di PGF pari a 150 µg. Il giorno 8 le bovine sono state divise in 2 gruppi: ad un gruppo sono stati somministrati 2 mL di soluzione salina (gruppo di controllo, n=15), all’altro gruppo sono stati somministrati 150 µg di PGF (gruppo PGF, n=17). Il tasso di ovulazione è risultato più alto nel gruppo PGF rispetto al gruppo di controllo (100% vs 53.3%, P=0.001, Odds ratio=30.88). La percentuale di bovine che ha ovulato in modo sincrono tendeva ad essere più alta nel gruppo PGF rispetto al gruppo di controllo (P=0.1, Odds ratio=9.6).

L’esperimento 2 è stato condotto secondo un design di tipo cross-over (3 x 3). Al giorno zero 25 bovine da latte hanno ricevuto una dose di GnRH ed è stato loro impiantato un dispositivo per il rilascio di progesterone intravaginale per 7 giorni. Al giorno 7 il dispositivo è stato rimosso e sono stati somministrati 150 µg di PGF. Dopo 24 ore le bovine sono state divise in 3 gruppi: ad un gruppo sono stati somministrati 2 mL di soluzione salina (gruppo di controllo, n=25), ad un altro gruppo sono stati somministrati 150 µg di PGF (gruppo PGF, n=25) e al terzo gruppo è stato somministrato 1 mg di estradiolo cipionato (gruppo ECP, n=23). Il diametro del follicolo ovulatorio era maggiore nel gruppo PGF e nel gruppo di controllo rispetto al gruppo ECP (P=0.002, Effect size>4.0). Il tasso di ovulazioni sincrone (tra le 72 e le 96 ore dopo la rimozione del dispositivo per il rilascio di progesterone) tendeva ad essere più alto nel gruppo PGF e nel gruppo di controllo (P=0.1, Odds ratio=0.35).

I risultati suggeriscono che la PGF è efficace al pari dell’ECP nell’indurre l’ovulazione sincronizzata nelle bovine da latte sottoposte a protocolli basati sull’utilizzo di GnRH e progesterone.

 

 

“Use of prostaglandin F2α as ovulatory stimulus for synchronizing dairy cattle” Castro NA et al. Res Vet Sci. 2018 Jan; 118:151-154.

Disciplina Riproduzione

perforazione guantiUno studio osservazionale di coorte prospettico ha determinato l’incidenza della perforazione dei guanti e i fattori di rischio associati in corso di procedure chirurgiche dei grossi animali. I guanti chirurgici (n = 917) indossati durante 103 procedure chirurgiche sono stati testati per la perforazione mediante 2 metodi precedentemente validati: il test di perdita dell’acqua (TPA) e il test di elettroconduttività (TEC).

Almeno una perforazione del guanto è stata rilevata nel 66% delle 103 procedure chirurgiche e il 17,9% (164/917) dei guanti testati è stato identificato come perforato. Il TEC ha rilevato la totalità delle perforazioni, mentre solo 110/178 (61,8%) sono state rilevate dal TPA. Tutte le perforazioni rilevate dal TPA sono state rilevate anche dal TEC. Il rischio di perforazione del guanto aumentava con la durata dell’indossamento (>60 minuti odds ratio [OR] 2,3, 95% CI 1,4-3,7; P< 0,001) e con l’invasività delle procedure (OR 7,9, 95% CI 3,.2-19,5; P<0,001). I chirurghi primari avevano un maggior rischio di perforazione dei guanti rispetto ai primi assistenti (OR 1,7, 95% CI 1,1-2,5; P=0,008) e ai secondi assistenti (OR 3,4, 95% CI 2-6,7; P<0,001). Solo il 25% delle perforazioni dei guanti sono state rilevate durante l’intervento dall’indossatore.

L’incidenza della perforazione dei guanti nella chirurgia dei grossi animali è simile a quella riscontrata nelle chirurgie dell’uomo e dei piccoli animali ed è influenzata dalla durata dell’indossamento, dall’invasività della chirurgia e dal ruolo di chi li indossa. Il TEC è più sensibile del TPA nel rilevare la perforazione dei guanti.


"Observational study on the occurrence of surgical glove perforation and associated risk factors in large animal surgery." Biermann NM, McClure JT, Sanchez J, Doyle AJ. Vet Surg. 2018 Feb; 47 (2): 212-218.

Disciplina Chirurgia generale

bvUno studio ha valutato prevalenza della zoppia negli allevamenti di bovine da latte organici in Francia, Germania, Spagna e Svezia e ha analizzato i fattori di rischio di sviluppo di zoppia in queste mandrie. Il campione dello studio veniva derivato dal progetto IMPRO, finalizzato a migliorare la salute e il benessere animale negli allevamenti da latte organici in Europa e includeva 8109 bovine di 201 allevamenti. Durante le visite negli allevamenti si classificava per la presenza di zoppia un campione random e sistematico di bovine in lattazione.

La prevalenza complessiva di bovine con zoppia era del 18%, con ampie differenze tra e all’interno dei paesi. La prevalenza mediana di mandria era del 25% (0–51%), 20% (0–79%), 10% (0–27%) e 5% (0–25%) rispettivamente in Francia, Germania, Spagna e Svezia. Il rischio di zoppia era da 5 a 6 volte maggiore in Francia e Germania e leggermente maggiore in Spagna, rispetto alla Svezia. Poiché le stime per la Spagna deviavano sostanzialmente da quelle degli altri paesi, i dati relativi alla Spagna venivano analizzati separatamente per la valutazione dei fattori di rischio.

Il rischio di zoppia era significativamente maggiore nella razza Holstein rispetto alle altre razze; aumentava inoltre con le dimensioni della mandria in Francia, Germania e Svezia. In Spagna, l’effetto delle dimensioni dell’allevamento era più diversificato. Gli allevamenti zero-grazing, presenti solo in Germania, avevano maggiori probabilità di zoppia rispetto agli allevamenti in cui si effettuava il pascolo.

Le differenze di prevalenza della zoppia tra i 4 paesi non potevano essere spiegate attraverso i fattori di rischio studiati. Sono quindi necessarie ulteriori ricerche per identificare i fattori specifici per il paese e l’allevamento alla base dell’ampia variazione. La necessità è rafforzata anche dalla mancanza di una registrazione uniforme delle zoppie negli allevamenti organici europei.

Lo studio indica che è possibile che un numero considerevole di allevamenti organici europei non raggiunga l’obiettivo di avere una bassa prevalenza di zoppia. Ciò può verificarsi in particolare in grossi allevamenti con bovine Holstein e sistema zero-grazing.

“Lameness prevalence and risk factors in organic dairy herds in four European countries” Karin Sjöströma et al. Livestock Science. Volume 208, February 2018, Pages 44-50

Disciplina Ortopedia

Schermata 2018 02 21 alle 08.49.21La Miopatia lipomatosa è una patologia già descritta nella sua sporadica diffusione fra i bovini di razza Piemontese. L’aspetto fenotipico della patologia si identifica in una degenerazione del tessuto muscolare con presenza di infiltrazioni correlate ad una progressiva perdita di tessuto fibromuscolare sostituito da tessuto adiposo.

Uno studio ha inteso identificare i loci genetici associati alla miopatia lipomatosa attraverso uno studio di associazione genome-wide basato sul pooling del DNA. I campioni utilizzati per il lavoro sono stati prelevati in sede di laboratorio di sezionamento, appaiando casi e controlli secondo l’allevamenti di provenienza. I campioni di muscolo (diaframma, pettorale superficiale e profondo, intercostale, sternocleidomastoideo e vasto laterale) sono stati identificati come casi e controlli sulla base di analisi istopatologiche ed enzimatiche.

Utilizzando la stessa quantità di DNA di partenza, ricavata da ogni singolo individuo coinvolto nello studio, sono stati realizzati quattro pool di DNA dei casi e dei controlli: due replicati indipendenti per i casi e due per i controlli. In seguito alla realizzazione di due replicati tecnici, tutti i pool sono stati sottoposti a tre prove di genotipizzazione mediante l’impiego del chip ad alta densità BovineHD BeadChip di Illumina, per un totale di 24 analisi su array. Le posizioni degli SNP sono state individuate in relazione al UMB 3.1 bovine assembly. Le B-allele frequencies (BAF) per ogni matrice replicata, sono state sottoposte ad una specifica pipeline del software R al fine di eseguire test con marcatori multipli, previa esclusione del 5% degli SNP a più alta variabilità della BAF e degli SNP monomorfi per singolo replicato.

Un totale di 41 QTLR sono stati identificati sull’autosoma 29 bovino e 4 sul cromosoma X. Un pannello di marcatori si localizzava in prossimità di, o in, geni coinvolti nei processi di miogenesi, adipogenesi e nell’adesione cellulare. Il ruolo biomolecolare di queste entità genetiche nell'insorgenza della patologia in studio è stato evidenziato con l’analisi delle funzioni note delle proteine correlate attraverso il database di GeneCards. Il network dei geni coinvolti è stato analizzato utilizzando STRING.

“Genetic basis of Lipomatous Myopathy in Piedmontese beef cattle” Peletto, S., Strillacci, M.G., Capucchio, M.T., Biasibetti, E., Modesto, P., Acutis, P.L., Bagnato, A. Livestock Science, Volume 206, December 2017, Pages 9-16

Disciplina Genetica

Schermata 2018 02 15 alle 08.59.19Uno studio retrospettivo descrive le complicazioni successive alla decornazione chirurgica in 239 capre. Venivano segnalate una o più complicazioni in 93/239 soggetti (38,91%). Le complicazioni venivano suddivise in maggiori e minori. Presentavano complicazioni minori 84/239 capre (35,14%) e complicazioni maggiori 3/239 capre (1,26%); erano affette da complicazioni sia maggiori sia minori 6/239 capre (2,51%). Il peso corporeo medio dei soggetti con complicazioni era di 29,73 kg, rispetto ai 24,91 kg dei soggetti senza complicazioni. Tale differenza era statisticamente significativa.

La decornazione chirurgica delle capre era associata a una elevata frequenza di complicazioni, tuttavia la maggioranza di esse era di categoria minore e non influenzava la salute e la performance degli animali. Le capre che sviluppavano complicazioni avevano un peso significativamente maggiore rispetto a quelle che non ne sviluppavano.

La decornazione chirurgica della capra richiede cure postoperatorie minori e determina una bassa frequenza di complicazioni gravi, concludono gli autori.


“Complications associated with surgical dehorning in goats: A retrospective study of 239 cases.” Hartnack AK, Jordan ME, Roussel AJ. Vet Surg. 2018 Feb; 47 (2): 188-192.

 

 

Disciplina Chirurgia generale

Schermata 2018 02 14 alle 09.31.01Tra gennaio e maggio 2012 si analizzava la presenza di Staphylococcus aureus in 286 campioni di latte di massa di allevamenti ovini localizzati in Italia centrale. Erano positivi a S. aureus 153 campioni (53,5%), con una conta media di 2,53 log cfu/mL. Si valutava la resistenza alla meticillina di 679 colonie di S. aureus mediante il test di diffusione su disco di cefoxitina; Inoltre 104 isolati sensibili alla cefoxitina venivano anche analizzati per la sensibilità ad altri antibiotici, rappresentativi delle classi più rilevanti attive contro Staphylococcus spp., utilizzando il metodo di diffusione su disco di Kirby-Bauer.

Si identificavano due isolati di S. aureus resistenti alla meticillina (MRSA), portatori rispettivamente dei geni mecA e mecC, in due campioni provenienti da due diversi allevamenti (prevalenza, 0,7%). L’isolato MRSA mecA-positivo era blaZ-positivo, spa-tipo t127, (ST)1, complesso clonale (CC)1, portatore di un SCCmec tipo IVa ed era fenotipicamente resistente a tutti i β-lattamici analizzati e a eritromicina, streptomicina, kanamicina e tetracicline.

L’isolato MRSA mecC-positivo era negativo per il gene blaZ cromosoma o plasmide-associato ma positivo per l’allotipo blaZ associato a SCCmec XI (blaZ-SCCmecXI), spa-tipo 843, ST(CC)130, portatore di un SCCmec tipo XI ed era resistente solo ai β-lattamici.

Entrambi gli MRSA erano positivi per la presenza di geni specifici di immunoevasione e virulenza quali quelli che codificano per Panton-Valentine leucocidina, tossina della sindrome da shock tossico e cluster genico di immunoevasione.

Riguardo la presenza dei geni maggiori delle enterotossine di S. aureus, l’MSRA mecC-positivo risultava negativo, mentre l’MRSA mecA-positivo ST (CC)1 ospitava il gene seh.

Tra i 14 isolati sensibili alla meticillina esaminati, 63 (60,58%) erano sensibili a tutti gli antibiotici testati e 41 (39,42%) erano resistenti ad almeno un antibiotico. In particolare, 23 isolati (22,12%) erano resistenti alle tetracicline, 16 (15,38%) alle sulfonomidi, 14 (13,46%) a trimetoprim e sulfametossazolo e 9 (8,65%) ad ampicillina, mentre solo un isolato era resistente sia ai fluorochinoloni sia agli aminoglicosidi.

L’elevata prevalenza di S. aureus riscontrata nei campioni di latte di massa e l’isolamento di MRSA, benché con bassa prevalenza, sottolineano l'importanza di adottare misure di controllo contro S. aureus negli allevamenti di ovini da latte per minimizzare il rischio per la salute animale e pubblica. Inoltre, lo studio descrive per la prima volta l’isolamento di MRSA mecC-positivi in Italia e confermerebbe che, tra gli animali zootecnici, le pecore possano agire come serbatoio di mecC-MRSA. Benché questo ceppo sembri essere raro nelle pecore da latte (0,35% degli allevamenti analizzati), poiché i mRSA mecC-positivi sono difficili da identificare con i metodi diagnostici abituali usati per i MRSA mecA-positivi associati agli animali zootecnici, i laboratori diagnostici dovrebbero essere a conoscenza dell’importanza di cercare il gene mecC in tutti gli isolati di S. aureus mecA-negativi che mostrano resistenza a oxacillina, cefoxitina o entrambe, concludono gli autori.


“Prevalence and characterization of methicillin-resistant Staphylococcus aureus carrying mecA or mecC and methicillin-susceptible Staphylococcus aureus in dairy sheep farms in central Italy.” Giacinti G et al. J Dairy Sci. 2017 Oct; 100 (10): 7857-7863.

 

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