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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

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Schermata 2018 01 26 alle 09.35.12E’ di alcune settimane fa la notizia, riferita dalla prestigiosa Rivista statunitense Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, di una peculiare forma di encefalopatia in alcuni esemplari di stenella striata (Stenella coeruleoalba) e di tursiope (Tursiops truncatus) rinvenuti spiaggiati lungo le coste spagnole. Il lavoro in oggetto, a firma di Danièlle Gunn-Moore e collaboratori, riporta che i succitati animali, appartenenti a due specie cetologiche ampiamente diffuse nel Mediterraneo così come nelle acque temperate dei mari e degli oceani del nostro Pianeta, mostravano lesioni encefaliche sovrapponibili a quelle osservate nel cervello di pazienti umani con malattia di Alzheimer, vale a dire la presenza di “depositi e/o placche di beta-amiloide”, nonché di “aggregati neurofibrillari di proteina tau”.

Al di là del fatto che quella sopra menzionata costituisce la prima descrizione di una siffatta neuropatia centrale nei Cetacei e, più in generale, in qualsivoglia specie animale selvatica, questo studio riconosce il suo principale elemento di forza nell’identificazione della stenella striata e del tursiope quali “nuove” specie potenzialmente in grado di “ricapitolare” le caratteristiche neuropatologiche e, presumibilmente, anche i fondamentali aspetti neuropatogenetici tipici della malattia di Alzheimer. Infatti, con la sola eccezione della specie felina e, assai di recente, pure del macaco, i modelli animali fino ad allora caratterizzati - ivi compresi quelli murini - sarebbero risultati capaci di “riassumere” solo una parte, più o meno consistente, dei succitati aspetti neuropatologici propri della malattia umana, che peraltro rappresenta la forma di demenza maggiormente diffusa a livello globale.

Ne consegue che i delfini e, più precisamente, stenella striata e tursiope potrebbero candidarsi come validi “modelli di neuropatologia comparata” per lo studio della malattia di Alzheimer, qualificandosi ancor più “compiutamente” in tal senso qualora anche nei delfini - come già documentato nella nostra specie - la “proteina prionica cellulare” fungesse da recettore nei confronti degli “oligomeri solubili di beta-amiloide”, molecole a spiccata azione neurotossica che svolgerebbero un ruolo cruciale nella patogenesi della malattia di Alzheimer.

Quest’ultima sottolineatura trova riscontro, unitamente ad un commento sull’intrigante articolo in questione, in una Letter to the Editor a firma del professor Giovanni Di Guardo, docente di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo, che è stata appena pubblicata su Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association. Come riportato dal professor Di Guardo, l’espressione della proteina prionica cellulare è già stata descritta, nell’ambito di un precedente lavoro svolto in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana “M. Aleandri” e con l’Università degli Studi di Padova, a livello sia del tessuto cerebrale sia di una serie di organi e tessuti linfatici di Cetacei rinvenuti spiaggiati lungo le coste italiane, cosa che potrebbe agevolare l’acquisizione delle importanti conoscenze neuropatogenetiche di cui sopra. A tal fine non andrebbe minimamente trascurato, aggiunge Di Guardo, lo stato di conservazione/preservazione post-mortale in cui vengono rinvenuti i Cetacei spiaggiati, il grado di “freschezza/integrità” dei cui tessuti costituisce un prerequisito di cruciale rilevanza ai fini dello svolgimento di indagini laboratoristiche così delicate quanto sofisticate e, nondimeno, dell’attendibilità dei risultati ottenuti.

“Alzheimer's disease in humans and other animals: A consequence of postreproductive life span and longevity rather than aging.” Gunn-Moore D, Kaidanovich-Beilin O, Gallego Iradi MC3, Gunn-Moore F, Lovestone S. Alzheimers Dement. 2017 Sep 30 [Epub ahead of print]

“Alzheimer's disease, cellular prion protein, and dolphins.” Di Guardo G. Alzheimers Dement. 2018 Jan 17. [Epub ahead of print]

Disciplina Neurologia

Schermata 2018 01 24 alle 10.24.37Uno studio fornisce informazioni sui fattori di rischio di infezione da Toxoplasma gondii negli ungulati domestici e selvatici che condividono habitat appartenenti all’ecosistema mediterraneo in Spagna. Si analizzavano campioni di siero di 482 ruminanti domestici di allevamenti estensivi e 2351 ungulati selvatici per la ricerca di anticorpi verso T. gondii utilizzando un test di agglutinazione modificato (MAT, cut-off 1:25).

La sieroprevalenza di T. gondii era del 41,2% in 194 pecore, 18,6% in 199 bovini e 5,6% in 89 capre. I principali fattori di rischio associati all’infezione negli animali da allevamento erano la presenza di gatti e l’alimentazione a terra e nei campi di stoppie.

Negli ungulati selvatici, gli anticorpi venivano identificati nel 10,5% di 1063 cervi, nel 15,6% di 294 daini, nel 5,6% di 216 mufloni europei, nel 5,6% di 90 stambecchi spagnoli, nel 13,6% di 22 caprioli e nel 18,6% di 666 cinghiali. I fattori di rischio di infezione negli animali selvatici erano la specie, l’età e la stagione di caccia.

Si riscontravano sieroprevalenze significativamente maggiori nei ruminanti domestici, soprattutto nelle pecore, rispetto alle specie selvatiche analizzate.

Lo studio indica un’esposizione diffusa a T. gondii  tra gli ungulati domestici e selvatici del sud della Spagna, con differenze significative tra specie che condividono lo stesso ecosistema. L’elevata prevalenza osservata nei ruminanti domestici, soprattutto negli ovini, rinforza la necessità di pratiche di allevamento che controllino i fattori di rischio di infezione da T. gondii nel bestiame di allevamento estensivo. Il consumo di prodotti alimentari crudi o poco cotti provenienti da specie domestiche e selvatiche può avere implicazioni importanti per la salute pubblica, concludono gli autori.


Toxoplasma gondii in sympatric domestic and wild ungulates in the Mediterranean ecosystem.” Almería S et al. Parasitol Res. 2018 Jan 17. [Epub ahead of print]

Disciplina Parassitologia

Schermata 2017 12 04 alle 10.30.08La psittacosi è una infezione batterica che può causare polmonite grave e altri seri problemi di salute nell’uomo. È causata da Chlamydia psittaci. La riclassificazione dell’ordine Chlamydiales nel 1999 in 2 generi (Chlamydia e Chlamydophila) non è stata completamente accettata o adottata. Ciò ha causato un ritorno al singolo genere originale Chlamydia che ora include tutte le 9 specie, tra cui Chlamydia psittaci.

Durante il periodo 2003–2014, sono stati segnalati ai Centers for Disease Control and Prevention americani 112 casi di psittacosi nell’uomo attraverso il sistema nazionale di sorveglianza delle malattie notificabili. Benché molti tipi di uccelli possano essere infettati da C. psittaci, la letteratura suggerisce che i casi nell’uomo si verificano in maggior parte dopo esposizione a psittacidi tenuti come animali da affezione, soprattutto cacatua, parrocchetti e conuri. Negli uccelli infettati da C. psittaci (clamidiosi aviare) i batteri vengono eliminati attraverso le feci e lo scolo nasale e l’uomo può infettarsi attraverso l’esposizione a tali materiali.

Schermata 2017 10 16 alle 09.55.06Un articolo riporta i risultati degli esami copromicroscopici effettuati in animali domestici e ricci nell'ambito della normale attività diagnostica nel periodo dal 2003 al 2012 presso la Facoltà di Medicina veterinaria di Hannover, in Germania. Su 3475 campioni fecali di cavallo, il 33,1% conteneva vari stadi di strongili e l’1,3% uova rispettivamente di Strongyloides westeri e Parascaris equorum.

Gli stadi parassitari più frequentemente osservati in 1416 campioni fecali di bovino erano oocisti di Eimeria (21,3%) e uova o larve di strongili (15,9%). Larve di Dictyocaulus viviparus e uova di Fasciola hepatica venivano identificate nello 0,9 e 1,3% dei campioni.

 Di 574 campioni fecali bovini analizzati mediante colorazione con carbol-fucsina, il 39,9% erano positivi per oocisti di Cryptosporidium.

Stadi di strongili erano presenti nel 52,4% dei campioni fecali di pecora (n = 374) e nel 44,9% di quelli di capra (n = 98) e oocisti di Eimeria si osservavano rispettivamente nel 41,4 e 32,7% delle loro feci.

Su 1848 campioni fecali suini, il 3,0% conteneva stadi di strongili, l’1,6% uova di Ascaris suum e il 3,3% oocisti di coccidi (Eimeria o Cystoisospora spp.).

Le uova di elminti più frequentemente identificate nelle feci di cane (n = 2731) e di gatto (n = 903) erano quelle di Toxocara spp. (2,8 e 3,9%, rispettivamente). Oocisti di Cystoisospora erano identificate nel 5,6% delle feci di cane e nel 2,4% di quelle di gatto. Inoltre, lo 0,7% delle feci di gatto era positivo per piccole oocisti Toxoplasma gondii-simili.

I campioni fecali dei conigli (n = 434) contenevano uova di Passalurus ambiguus (3,0%), strongili (1,8%) e Trichuris leporis (0.2%), così come oocisti di Eimeria (21,2%).

I nematodi più abbondanti nelle feci di riccio (n = 205) erano Capillaria spp. (39,5%) e Crenosoma striatum (26,8%); si riscontravano oocisti di coccidi nel 14,2% dei campioni.

Disciplina Parassitologia

Schermata 2017 10 03 alle 09.29Il virus Usutu (USUV) e il virus della West Nile (WNV) sono virus tramessi da zanzare (Culicidae), appartenenti al genere Flavivirus e comparsi per la prima volta in Italia rispettivamente nel 1996 e nel 1998. Dopo essere stati silenti per dieci anni, i due virus sono ricomparsi nel territorio italiano nel 2007 e nel 2008, causando infezioni, forme cliniche e decessi in uccelli, cavalli e uomo.

Uno studio ha elencato e descritto le specie di culicidi in cui sono stati identificati USUV e WNV negli anni 2008‑2014. In particolare, riporta il ritrovamento del virus della West Nile in specie di zanzare a seguito di apposite catture entomologiche effettuate in aziende sede di focolaio, in quattro regioni italiane. Inoltre, specifiche catture entomologiche sono state condotte tra Settembre 2010 e Aprile 2011 nella regione Molise, al fine di valutare quale ruolo potrebbero svolgere le zanzare nel promuovere l'overwintering dei due virus.

Schermata 2017 09 29 alle 11.19.01Il West Nile virus (WNV) è endemico nella valle del Po. Nell’ambito del piano nazionale per la sorveglianza delle malattie trasmesse da vettori, la sorveglianza di questo virus è stata implementata nel tempo. I piani di sorveglianza sono basati sulla collaborazione transdisciplinare e transettoriale tra istituzioni regionali coinvolte nella salute pubblica, animale e ambientale. Questa sorveglianza integrata ha come oggetto le zanzare, gli uccelli selvatici, l’uomo e i cavalli e ha come obiettivo l’identificazione precoce della circolazione virale e la riduzione del rischio di infezione della popolazione umana.

Uno studio ha valutato il grado di implementazione One Health (OH) (OH-ness) del sistema di sorveglianza del WNV in tre regioni del nord Italia (Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte) nel 2016, seguendo il protocollo di valutazione sviluppato dal Network for Evaluation of One Health (NEOH). Nel dettaglio, ha descritto l’iniziativa OH (driver, esiti) e il suo sistema (confini, scopo, dimensioni, attori, stakeholder) e ha classificato aspetti diversi di tale iniziativa (OH- pensiero, -pianificazione, - condivisione, - conoscenze, transdisciplinarità e leadership) con valori compresi tra 0 (= nessun approccio OH) e 1 (= approccio OH perfetto). Si otteneva un punteggio medio per ciascun aspetto valutato.

Schermata 2017 09 13 alle 09.10.53Il West Nile virus (WNV) è un arbovirus (famiglia Flaviviridae: Flavivirus) zoonosico trasmesso tra ospiti aviari in cicli enzootici da una zanzara vettore. Il virus ha un impatto significativo sulla salute umana ed equina quando entra in un ciclo con potenziale epidemico. Uno studio ha valutato il potenziale spettro di ospiti del WNV in 3 diverse aree geografiche con caratteristiche climatiche distinte: Malesia, Qatar e Stati Uniti.

Si prelevavano campioni sierici da specie mammifere a aviarie sospette di essere serbatoi del virus per l’identificazione degli anticorpi verso il virus mediante test ELISA. Si raccoglievano inoltre i dati sui potenziali fattori di rischio verificando la presenza di associazioni significative con la sieropositività mediante analisi di regressione logistica.

Tra le specie mammifere e aviarie analizzate, i procioni avevano il maggiore tasso di sieroconversione (54%), seguiti da corvi (30%), cavalli (27%), cammelli (10%), altre specie aviarie (7%) e canidi (3%).

Era presente inoltre una probabilità due volte superiore di osservare la sieroconversione in queste specie mammifere e aviarie in autunno rispetto ad altre stagioni. Solo le specie mammifere e aviarie e la stagione erano significativamente associate alla probabilità di sieroconversione, quando si controllavano gli altri fattori in un’analisi multivariata.

I dati indicano che i procioni e i cammelli sono suscettibili all’infezione da WNV e possono giocare un ruolo nel perpetuare i foci endemici della malattia, concludono gli autori.


“Potential Reservoir and Associated Factors for West Nile Virus in Three Distinct Climatological Zones.” DeCarlo C et al. Vector Borne Zoonotic Dis. 2017 Sep 5. [Epub ahead of print]

Journal 640x320Uno studio ha valutato i meccanismi di randomizzazione in letteratura veterinaria analizzando gli studi definiti come “randomizzati” pubblicati in 5 principali riviste veterinarie nel corso del 2013. Tre ricercatori valutavano alla cieca (1) se la generazione delle sequenze random fosse in realtà non-random e (2) se fossero riportati il metodo (CONSORT item 8A) e (3) il tipo (CONSORT item 8B) di randomizzazione.

Gli autori degli studi venivano contattati via email per stabilire (1) la disponibilità a rispondere a domande sulle procedure di randomizzazione, (2) se la descrizione della randomizzazione migliorasse in seguito al suggerimento di utilizzare le linee guida CONSORT 2010.

Il 7% ((95% CI 2-12%); 8/114) degli studi definiti come “randomizzati” utilizzava esplicitamente metodi considerati non-random. Quasi la metà degli studi (49%(40-59%); 52/106) non riportava alcun meccanismo di randomizzazione. Solo 13 studi (12,3% (6-19%);13/106) riportavano entrambi gli item CONSORT. Erano disponibili a rispondere ad ulteriori domande sui meccanismi di randomizzazione 39 su 114 (34,2%) autori, 4 (3,5%) non erano disponibili e 71 (62,3%) non rispondevano.

La corrispondenza via e-mail consentiva una chiarificazione media di 0,7 item (95% CI 0,4-1,0) nei 15 studi i cui autori rispondevano all’indagine. Una maggior aderenza alle linee guida CONSORT e la comunicazione da parte degli autori sono imperative per accrescere la qualità delle evidenze pubblicate in medicina veterinaria e ridurre gli sprechi nella ricerca, concludono gli autori.

“In veterinary trials reporting and communication regarding randomisation procedures is suboptimal.” Di Girolamo N, Giuffrida MA, Winter AL, Meursinge Reynders R. Vet Rec. 2017 May 9. [Epub ahead of print]

Disciplina Altro

pastPasteurella multocida è un patogeno ampiamente diffuso e causa di patologie animali di importanza economica. Nonostante questo, sono poco note caratteristiche molecolari quali i tipi capsulari, gli aspetti genetici della virulenza e la sensibilità antimicrobica degli isolati di ospiti affetti da patologie differenti.

In uno studio si raccoglievano 186 isolati di P. multocida da specie diverse con differenti condizioni cliniche in numerose regioni italiane, identificando i geni che codificavano per i tipi capsulari (cap) e per i maggiori fattori di virulenza (tbpA, toxA, hgbB e pfhA). Si valutata la sensibilità agli antibiotici mediante test di agar diffusione.

La maggioranza degli isolati era capA+. Tuttavia, la distribuzione differiva a seconda delle specie e della patologia, con una maggiore eterogeneità negli isolati dei conigli. CapE non veniva mai riscontrato, mentre capB veniva identificato solo una volta. Solo i ceppi capA+ e capF+ erano positivi a pfhA. Al contrario, quasi tutti gli isolati capD+ erano hgbB+.

Nelle patologie respiratorie bovine, predominavano gli isolati pfhA+/tbpA+/capA+, mentre gli isolati tbpA+/toxA+/capD+ predominavano in quelle ovine.

Nel complesso, si riscontravano bassi livelli di resistenza, con sensibilità piena a ceftiofur e florfenicolo. Si registrava una minore sensibilità agli antimicrobici meno recenti, dato che solo un terzo circa degli isolati era sensibile a tilosina ed eritromicina e si osservavano resistenze a tetracicline (7,5%) e trimetoprim - sulfametossazolo (4,8%).

Molecular characterization and antimicrobial susceptibility of Pasteurella multocida strains isolated from hosts affected by various diseases in Italy.” Cucco L, Massacci FR, Sebastiani C, Mangili P, Bano L, Cocchi M, Luppi A, Ortenzi R, Pezzotti G, Magistrali CF. Vet Ital. 2017 Mar 31; 53 (1): 21-27.

vectL'EFSA ha pubblicato 36 storymap interattive che presentano informazioni sulle malattie trasmesse da vettori (VBD), dalla loro diffusione geografica al rischio di introduzione nell'UE sino alle misure di prevenzione e controllo. Le storymap sono state sviluppate nell'ambito di un parere scientifico che aiuterà i gestori del rischio a classificare le misure di controllo in base alle priorità.

Nelle storymap sono presentate le caratteristiche principali di 36 malattie trasmesse da vettori. È stato valutato il rischio di introduzione nella UE attraverso le movimentazioni di bestiame e animali d’affezione per ciascuna delle 36 VBD.

Solo 8 dei 36 agenti di VBD avevano un tasso di introduzione nella UE (velocità di ingresso, trasmissione e assestamento) che veniva stimato superiore a 0,001 introduzioni per anno: virus della febbre emorragica Crimean-Congo, Bluetongue virus, WestNile virus, Schmallenberg virus, Hepatozoon canis, Leishmania infantum, Bunyamwera virus e Highlands J. virus. Per gli altri 28 agenti di VBD per i quali il tasso d’introduzione era stimato essere molto basso non si effettuavano ulteriori valutazioni.

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