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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Giovedì, 06 Giugno 2013 17:53

Il dolore neuropatico nel cane e nel gatto

Il dolore neuropatico nel cane e nel gattoC’è il dolore ma manca la lesione tissutale. Così si può, seppur semplicisticamente, descrivere il dolore neuropatico. Di questa condizione che non riceve sufficiente attenzione in medicina veterinaria, in ambito clinico quanto farmacologico, ha parlato efficacemente Federico Corletto (Med Vet, PhD, CertVA, Dipl ECVAA, MRCVS, UK) al 78° Congresso Internazionale SCIVAC (Rimini, 31/05-02/06 2013).

Il dolore neuropatico è un dolore iniziato o causato da una lesione o disfunzione del sistema nervoso. Non originando dalla normale stimolazione dei nocicettori nei tessuti periferici è considerato un dolore non nocicettivo. La lesione algogena non è quindi nei tessuti periferici, ma nel sistema nervoso stesso, in assenza di un danno tissutale che determina l’attivazione dei nocicettori periferici.

Il dolore neuropatico può inoltre essere suddiviso in periferico (con origine nel nervo periferico o nella radice nervosa) o centrale (con origine nel midollo spinale). Tra gli esempi clinici, neuroma e neuropatia diabetica (dolore neuropatico periferico), lesioni del midollo spinale (dolore neuropatico centrale).

Dal punto di vista clinico, il dolore neuropatico è caratterizzato dal fatto di essere spontaneo (mentre il dolore neocicettivo è evocato dalla manipolazione del tessuto dolente), da iperalgesia o da allodinia. Avviene una caratteristica depolarizzazione spontanea del sistema nocicettivo danneggiato; la scarica spontanea generata viene trasmessa come lo stimolo nocicettivo ed è interpretata all’organismo come dolore, riferito nei tessuti normalmente innervati dal nervo danneggiato. Altra caratteristica fondamentale del dolore neuropatico è la modificazione dell’interpretazione del segnale a livello del midollo spinale: le alterazioni riscontrate non sono solo di tipo quantitativo (iperalgesia), ma anche qualitativo (allodinia), pertanto stimoli normalmente non dolorosi sono interpretati come dolorosi.

Il segno più tipico del dolore neuropatico è il dolore spontaneo in assenza di danno tissutale. Negli animali ciò si manifesta con eccessiva attenzione verso la parte interessata, con leccamento continuo fino all’automutilazione. L’autotraumatismo può complicare la diagnosi perché le lesioni possono essere erroneamente interpretate come causa del dolore. Tuttavia, esiste in genere una sproporzione tra lesione e dolore. Il dolore può essere parossistico o continuo, in alcuni casi evocato dal semplice tatto, di intensità variabile.

Ma come si giunge alla diagnosi? In un soggetto che presenta dolore ma non lesioni tissutali, il sospetto diagnostico di dolore neuropatico viene in genere evocato dalla presenza di un deficit neurologico (disfunzione sensoria, motoria o simpatica). E’ spesso il neurologo ad accorgersene. L’esame neurologico completo è quindi fondamentale per confermare il sospetto diagnostico di dolore neuropatico e per localizzare la lesione del sistema nervoso all’origine del dolore.

In medicina veterinaria, le cause più comuni di dolore neuropatico sono:

- traumi del sistema nervoso centrale o periferico: spesso questo tipo d dolore è sottovalutato nei traumi ortopedici. L’autore ha osservato ad esempio numerosi casi di dolore neuropatico in corso di trauma pelvico.
- compressione di una radice nervosa o di un nervo
- dolore neoplastico: sindromi paraneoplastiche, invasione e compressione del tumore sul sistema nervoso centrale e periferico.
- cistite interstiziale idiopatica
- inflammatory bowel disease (IBD): ci si dimentica spesso che questa condizione causa dolore!
- neuropatia diabetica
- sindrome orofacciale e iperstesia del gatto.

Una volta raggiunta la diagnosi, la terapia del dolore neuropatico può essere eziologica o sintomatica. In caso di lesione risolvibile chirurgicamente (patologia discale) il trattamento chirurgico rimane la prima scelta, mentre il dolore che accompagna alcune patologie a carattere medico migliora con il trattamento della patologia (diabete, cistite interstiziale, IBD).

Il trattamento sintomatico consiste nell’utilizzo di farmaci che mirano a ridurre la depolarizzazione spontanea delle afferenze danneggiate (stabilizzatori di membrana, antidepressivi triciclici) e di farmaci/trattamenti che mirano a ripristinare il normale equilibrio tra inibizione e stimolazione a livello del corno dorsale del midollo spinale (antidepressivi triciclici, antagonisti del recettore NMDA, oppioidi, TENS, agopuntura).

In medicina veterinaria non esistono studi su larga scala che riportino l’efficacia dei singoli trattamenti, pertanto spesso si trasla l’efficacia relativa di tali interventi nell’uomo. Tuttavia, in medicina veterinaria c’è poco interesse, commenta il relatore, per lo sviluppo di farmaci per il dolore neuropatico. Inoltre, la valutazione di questo tipo di dolore nell’animale domestico è più difficile e spesso si basa sul solo sospetto di presenza-assenza di dolore, al contrario della medicina umana, dove il paziente può fornire un feed-back dettagliato sull’efficacia del trattamento (intensità e caratteristiche del dolore).

In medicina umana sono utilizzati soprattutto gabapentina/pregabalina e antidepressivi triciclici. L’efficacia dei primi sembra essere aumentata dall’associazione con gli oppioidi. La gabapentina è un farmaco usato abitualmente in veterinaria, anche se sono scarsi gli studi sull’efficacia nel cane e nel gatto. La lidocaina transdermica (cerotto) è utilizzata in umana per neuropatie ben localizzate ma è difficile proseguire la terapia nel tempo. La sua efficacia suggerisce inoltre che i meccanismi periferici che determinano le caratteristiche del dolore neuropatico siano più importanti di quel che si pensava finora.

"Il dolore neuropatico" Federico Corletto. 78° Congresso Internazionale SCIVAC (Rimini, 31/05-02/06 2013).


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Omeprazolo per prevenire il reflusso gastroesofageo intraoperatorioNel cane, il reflusso gastro-esofageo intraoperatorio può indurre complicazioni post-anestetiche quali l'esofagite e le stenosi esofagee. Uno studio ha indagato l'effetto della somministrazione preoperatoria di omeprazolo, inibitore della pompa protonica, sul pH esofageo dei cani anestetizzati.

Si includevano nello studio 47 cani sottoposti a chirurgia ortopedica elettiva dell'arto posteriore. I soggetti venivano assegnati a caso al gruppo trattamento (n=22) o al gruppo controllo (n=25). Il gruppo trattamento riceveva una dose di omeprazolo (1 mg/kg PO) almeno 4 ore prima dell'anestesia. Tutti i cani venivano anestetizzati secondo lo stesso protocollo standardizzato. Dopo l’induzione dell'anestesia, si introduceva una sonda pH nell'esofago distale e si monitorava il pH esofageo in maniera continuativa.

Nel gruppo trattamento, 4 animali (18%) mostravano una riduzione improvvisa del pH esofageo (<4). Nel gruppo controllo lo stesso fenomeno veniva riscontrato in 13 animali (52%). Il reflusso gastroesofageo si verificava più frequentemente nel gruppo controllo, rispetto al gruppo omeprazolo (odds ratio 4,7, 95% C.I. 1,1- 24,7, P=0,032).

Lo studio suggerisce, concludono gli autori, che la somministrazione preoperatoria di omeprazolo è efficace nel ridurre l'incidenza del reflusso gastro-esofageo durante l'anestesia del cane.



“The effect of omeprazole on oesophageal pH in dogs during anaesthesia” A. Panti , R.C. Bennett , F. Corletto , J. Brearley , N. Jeffrey , and R.J. Mellanby. The Journal of Small Animal Practice, Volume 50, Number 10, October 2009 , pp. 540-544(5)




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Mercoledì, 21 Ottobre 2009 11:40

L'intubazione della cavia

L'intubazione della caviaL'intubazione orotracheale è notevolmente più complessa nella cavia che nel coniglio. Entrambe le specie sono obbligate alla respirazione nasale, perché il margine dell’epiglottide è posto al di sotto del margine del palato molle.

Nella cavia non è tuttavia consigliabile effettuare l’intubazione alla cieca per alcuni motivi. Il rinofaringe della cavia è più piccolo di quello del coniglio, anche a parità di peso. La cavia possiede un "ostio intrafaringeo", ovvero la mucosa della faringe forma una specie di anello formato dalla mucosa della base della lingua ventralmente, dall'arco palatoglosso lateralmente e dal palato molle dorsalmente. Il rinofaringe, il punto in cui il palato molle e l’epiglottide si incontrano, è posto dietro l'ostio. Infine, le cavie spesso presentano frammenti alimentari nella cavità orale che possono oscurare l'endoscopio ed essere sospinti in trachea.

Per effettuare efficacemente l’intubazione della cavia sotto guida endoscopica occorre osservare alcuni accorgimenti. Deve essere indotto un buon piano anestetico con agenti iniettabili. Il tavolo operatorio deve essere correttamente posizionato e, dopo aver applicato un apribocca, la testa deve essere iperestesa, soprattutto se si utilizza un endoscopio rigido.

Dopo aver pulito completamente il cavo orale e la faringe, si oltrepassa l'ostio faringeo e si tocca delicatamente con l’endoscopio il palato molle per liberare l’epiglottide e visualizzare l'ingresso del laringe. A questo punto, si introduce nel cavo orale un tubo endotracheale di 1,5 mm con mandrino; si retrae leggermente l'endoscopio per fare spazio al tubo endotracheale e si dirige quest'ultimo in maniera precisa attraverso l'apertura laringea. Non appena il tubo si impegna nel laringe, viene rimosso il mandrino.

È stata descritta anche una tecnica over-the-endoscope ma questa richiede un endoscopio semiflessibile dedicato, inoltre il tubo endotracheale necessario per le cavie è generalmente troppo piccolo per questo scopo.


Guinea Pig Intubation Vittorio Capello, Exotic DVM, 2009, 11(3).


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Rischio di morte per anestesia e sedazione nei piccoli animaliUno studio prospettico ha stimato i rischi di mortalità correlata all'anestesia e alla sedazione negli animali d'affezione. Si includevano tutti i piccoli animali anestetizzati e sedati nelle strutture veterinarie partecipanti tra giugno 2002 e giugno 2004. Si registrava lo stato del paziente dopo 48 ore (vivo, morto o soppresso). Per morte correlata all'anestesia e alla sedazione si intendevano i casi in cui essa non poteva essere stata determinata dalle sole cause chirurgiche o mediche preesistenti. Si calcolavano i rischi specie-specifici di morte correlata all'anestesia e i rischi dei due sottogruppi: cani, gatti e conigli sani e cani, gatti e conigli ammalati (ASA rispettivamente 1-2 e 3-5).

Partecipavano allo studio 117 strutture veterinarie e venivano anestetizzati e sedati 98.036 cani, 79.178 gatti e 8209 conigli. Il rischio complessivo di morte correlata all'anestesia e alla sedazione entro 48 ore dalla procedura era pari allo 0,17% nel cane (1 su 601), allo 0,24% nel gatto (1 su 419) e all’1,39% nel coniglio (1 su 72).

Nei cani, gatti e conigli sani i rischi erano rispettivamente pari a 0,05% (1 su 1849), 0,11% (1 su 895) e 0,73% (1 su 137). Nei cani, gatti e conigli ammalati, i rischi erano rispettivamente pari a 1,33% (1 su 75), 1,40% (1 su 71) e 7,37% (1 su 14)

Le morti postoperatorie costituivano il 47% delle morti totali nel cane, il 61% nel gatto e il 64% nel coniglio. La maggior parte delle altre specie di animali d'affezione presentava rischi di mortalità maggiori.

L’anestesia dei piccoli animali, concludono gli autori, sembra essere caratterizzata da una crescente sicurezza. Le fatalità potrebbero essere ridotte da una maggiore attenzione al paziente nel periodo postoperatorio.


The risk of death: the confidential enquiry into perioperative small animal fatalities David C Brodbelt, Karen J Blissitt, Richard A Hammond, Prue J Neath, Vet Anaesth Analg. September 2008; 35(5): 365-73.


The Confidential Enquiry into Perioperative Small Animal Fatalities, 2006




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Venerdì, 15 Giugno 2007 11:19

Anestesia del paziente cardiopatico

Anestesia del paziente cardiopaticoIn riferimento all’articolo pubblicato su Vet Journal Anestetizzare un soggetto cardiopatico che riporta un estratto della relazione del Dr. Rocchi al congresso di Rimini è opportuno precisare che, pur riferendo in maniera corretta quanto è stato detto in sala, esso fornisce informazioni sulla fisiopatologia e i meccanismi delle malattie cardiovascolari non sempre corrette.

Chi scrive era presente in sala ed ha seguito la giornata ritenendola in ogni caso interessante e ricca di stimoli, ed ha già discusso con il Dr. Rocchi i punti della sua relazione che sono oggetto della precisazione di questa lettera. Innanzitutto, vogliamo ringraziare il Dr. Rocchi per la sua relazione e anche per aver più volte ribadito nel corso della giornata che di fronte ad un paziente con cardiopatia è necessario cercare il supporto di un “cardiologo” al fine di una valutazione il più possibile corretta delle condizioni cliniche. La medicina veterinaria sta evolvendo verso una sempre maggiore specializzazione ma questo non deve farci dimenticare che il centro di attenzione della nostra attività professionale è il paziente come singolo individuo, le cui condizioni cliniche debbono essere valutate caso per caso. In particolare un animale con cardiopatia che debba essere sottoposto ad anestesia siamo convinti possa beneficiare di una valutazione collegiale che coinvolga più figure professionali quali il cardiologo, l’anestesista ed il chirurgo, in quanto tale valutazione consentirà di stimare con la maggiore obiettività possibile il rischio beneficio di una determinata procedura.

Tornando alla relazione in oggetto è opportuno precisare quanto segue:
1) Miocardiopatia restrittiva: questa patologia è stata definita come “una dilatazione concentrica delle camere cardiache (definizione del relatore)” o “ispessimento centripeto della parete ventricolare (definizione dell'inviato di vet journal)”. Entrambe queste definizioni non sono corrette in quanto la malattia è definita come “Una patologia del muscolo cardiaco caratterizzata da una disfunzione diastolica primitiva, funzione sistolica generalmente conservata, e spessore parietale normale o aumentato”. Nel corso della trattazione si è poi compreso che in realtà il relatore si riferiva alla “miocardiopatia ipertrofica”, la quale è definita come una “Una patologia primitiva del miocardio caratterizzata da una inappropriata ipertrofia ventricolare simmetrica o asimmetrica”. La distinzione non è solo semantica, ma anche pratica. La miocardiopatia ipertrofica è la patologia primitiva del miocardio più comune nel gatto ha un decorso relativamente lungo e in alcuni casi può restare asintomatica per tutta la vita, la miocardiopatia restrittiva è una malattia relativamente rara con decorso più rapido e approccio terapeutico differente.

Sempre per quanto concerne la miocardiopatia restrittiva (in realtà ipertrofica) è stato asserito che la gittata cardiaca dipende solo dalla frequenza cardiaca e dal post carico. Questo è nuovamente scorretto perché in realtà la gittata cardiaca della miocardiopatia ipertrofica dipende in modo sostanziale dal precarico. In realtà è vero che non bisogna ridurre eccessivamente il post carico (e questa è la ragione per cui la medetomidina probabilmente non è una buona scelta come invece è stato suggerito nel corso della relazione), ma non perché il post carico garantisca un migliore riempimento camerale, ma perché esso evita un eccessivo svuotamento del ventricolo stesso. Infine si suggerisce che può essere necessario supportare la funzione sistolica con farmaci inotropo positivi. La miocardiopatia ipertrofica è una patologia con funzione sistolica conservata nella stragrande maggioranza dei pazienti e l’utilizzo di farmaci inotropo positivi in realtà può determinare un peggioramento di condizioni quali la stenosi dinamica o l’insorgere di aritmie, ed è quindi generalmente sconsigliato.

2) Stenosi aortica: nel corso della relazione è stato asserito che in caso stenosi aortica potrebbero essere utile l’utilizzo delle amine simpatico mimetiche. Analogamente a quanto detto per la miocardiopatia ipertrofica, in realtà questi farmaci aumentano in modo significativo il rischio di aritmie già particolarmente alto in questi pazienti, e dovrebbero essere utilizzate solo in condizioni di deficit sistolico accertato (afterload mismatch).

3) Stenosi polmonare: nel corso della relazione è stato fornita una classificazione della gravità della stenosi polmonare non corretta, definendo gravissimi e in scompenso congestizio tutti i soggetti con gradiente sopra gli 80 mmHg. In realtà il cut off di 80 mmHg rappresenta il valore numerico sopra il quale si consiglia in genere la valvuloplastica con palloncino. Nella realtà ci sono molti soggetti con gradienti più elevati che restano asintomatici e quindi non in scompenso per molti anni.

4) Difetto del setto interventricolare con shunt sx-dx: in realtà è la diminuzione del precarico che riduce il rischio di edema polmonare. La riduzione delle resistenze periferiche (post carico) può anch’essa contribuire ma è altrettanto vero che un’ eccessiva riduzione rischia di invertire lo shunt il che può determinare problemi anestesiologici differenti.

5) Difetto del setto interventricolare con shunt dx-sx: nel corso della relazione si è consigliato di aumentare le resistenze periferiche allo scopo di ridurre la quota di shunt, in realtà in questo modo si ottiene un paziente con ipertensione sistemica (e conseguente peggioramento della gittata cardiaca). L’utilizzo della medetomidina in questo caso è sconsigliato proprio per gli effetti di aumento delle resistenze che caratterizzano la sua prima fase di azione. Sarebbe invece consigliata la pre ossigenazione del paziente e tentare di ridurre le resistenze polmonari con altri farmaci quali ad esempio il sildenafil.

Vogliamo sottolineare che questa nostra precisazione vuole solo essere un personale contributo alla giornata dedicata all’anestesia del paziente cardiopatico, che ribadiamo ha evidenziato numerosi spunti di interesse.



Michele Borgarelli Dipl. ECVIM-CA (Cardiology), presidente SICARV
David Chiavegato vice presidente SICARV
Marco Poggi segretario SICARV




Il controllo del dolore negli animali da laboratorioIl 10 novembre 2006 si è svolto presso l’Hotel Selene di Pomezia (RM) un convegno dal titolo “Pain management in laboratory animals: anesthesia and analgesia”. L’incontro è stato promosso ed organizzato dall’Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio (AISAL) in collaborazione con IRBM-Merck Research Laboratories. L’evento fa parte di una serie di incontri a carattere tecnico-scientifico volti ad informare ed aggiornare gli operatori che utilizzano animali nei vari settori della ricerca biomedica.

Fine ultimo dell’iniziativa è stato quello di contribuire alla diffusione di metodiche che assicurino il corretto uso degli animali, in ottemperanza a quanto stabilito dal Decreto Legislativo 116/92 in materia di protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o altri fini scientifici.

L’impiego degli animali nella ricerca biomedica è al centro di un ampio dibattito tra gli stessi ricercatori e coinvolge aree sempre più vaste di opinione pubblica. La sperimentazione “in vivo”, oltre a costituire una fase obbligatoria, prevista per legge, nello sviluppo e test di efficacia e tossicità di nuove molecole ad attività terapeutica, è, secondo la maggior parte degli studiosi, indispensabile per comprendere pienamente i meccanismi d’azione e i processi fisiopatologici che coinvolgono i diversi sistemi e apparati dell’organismo e che sono alla base dello studio e della terapia delle malattie.

Al centro del dibattito, e con particolare rilevanza, emerge sempre e comunque la sofferenza animale che, pur motivata da finalità scientifiche ed etiche, viene consapevolmente, responsabilmente ed inevitabilmente causata dal ricercatore nell’applicazione delle procedure sperimentali. Il ricercatore deve quindi esercitare il controllo del dolore sia nelle normali metodiche di trattamento degli animali, sia nelle fasi intra- che post-operatorie.

Le tematiche affrontate nel convegno hanno fornito un utile e competente aggiornamento sui sistemi di controllo del dolore e sull’applicazione di una corretta anestesia.

Il primo intervento dell’incontro svoltosi a Pomezia è stata effettuato dal Dott. Giovanni Botta del Ministero della Salute il quale ha ricordato l’importanza del benessere degli animali utilizzati nella ricerca e durante le procedure sperimentali come riportato nell’ art. 4 comma 3 e nell’art. 6 comma 1 del D.Lvo 116/92: “tutti gli esperimenti devono essere effettuati sotto anestesia generale o locale” e “gli esperimenti devono essere effettuati in modo da evitare angoscia e sofferenza o dolore inutili agli animali” e sottolineando l’importanza degli art. 8 e 9 del suddetto Decreto Legislativo che regolamentano le sperimentazioni cosiddette “in deroga”.

Il dott. Adriano Lachin, libero professionista di Venezia e profondo conoscitore dell’anestesiologia veterinaria, ha trattato il tema nella pratica clinica, descrivendo il corretto approccio anestesiologico al paziente, analizzando dettagliatamente le fasi preparatorie che precedono tale pratica e sottolineando l’importanza delle caratteristiche individuali di ogni soggetto e del controllo dell’incoscienza e dell’analgesia intra-operatoria.

La Prof.ssa Anna Zaghini dell’Università degli Studi di Bologna ha descritto in maniera esaustiva la fisiologia e la fisiopatologia del dolore, nonchè i meccanismi di azione dei farmaci più comunemente utilizzati per l’analgesia e per l’anestesia.

Il Prof. Paul Flecknell dell’Università di Newcastle, esperto di fama internazionale nel campo dell’analgesia ed anestesia degli animali da laboratorio, ha riportato informazioni e consigli pratici per lo studio e la valutazione dei segni del dolore e per la correzione di una sintomatologia dolorosa; ha, inoltre, presentato numerosi dati comparativi su sistemi e farmaci di semplice utilizzo nella pratica quotidiana.


Si ringraziano il Dott. Cristiano Papeschi e il Comitato Scientifico AISAL per il resoconto fornito.




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Martedì, 31 Gennaio 2006 12:59

Terapia del dolore perioperatorio nel cavallo

Terapia del dolore perioperatorio nel cavalloIl trattamento del dolore perioperatorio sta ricevendo una crescente e dovuta attenzione in medicina veterinaria, inclusa negli ultimi anni la medicina equina. Claudia Spadavecchia (Università di Berna) ha trattato a fondo l’argomento al 12° Congresso SIVE (“Terapia del dolore perioperatorio nel cavallo”, Bologna, 27-29 gennaio 2006).

Al pari degli altri apparati dell’organismo, il sistema nocicettivo andrebbe considerato un apparato a sé, dotato di caratteristiche di dinamicità e plasticità che occorre conoscere per individuare i bersagli di un’efficace analgesia.

Nocicettori periferici, neuroni spinali e strutture sopraspinali o encefaliche sono i tre livelli della via nocicettiva che consente la percezione conscia del dolore, sui quali occorre agire per realizzare l’analgesia.

Il dolore, diviso in fisiologico e patologico, può essere somatico o viscerale. Il dolore viscerale è meno localizzabile di quello somatico superficiale. Il dolore somatico profondo (muscoli, legamenti, periostio) è invece più simile a quello viscerale. Il dolore patologico può essere infiammatorio, neuropatico, centrale, cronico.

Iperalgesia e allodinia sono condizioni algiche frequenti nel periodo postoperatorio e possono condurre a dolore cronico. Il dolore perioperatorio è prevalentemente fisiologico, ma se nel postoperatorio si instaurano condizioni infiammatorie e neuropatiche diviene dolore patologico. Anche un dolore presente precedentemente all’operazione può contribuire all’insorgere di un’algia postoperatoria cronica.

L’analgesia effettuata nel cavallo operato in stazione permette di acrescere il benessere del paziente, ridurre lo stress chirurgico e migliorare la qualità del postoperatorio. Negli interventi in anestesia generale, l’analgesia consente un’induzione più dolce, riduce il fabbisogno di agenti inalatori durante il mantenimento e migliora la qualità del risveglio, contribuendo a ridurre la mortalità perianestetica.

L’analgesia incentrata sulla riduzione della nocicezione periferica si basa sugli anestetici locali e sui FANS. Anche gli oppioidi possono essere applicati perifericamente, ad esempio a livello intrarticolare. Gli anestetici locali some la lidocaina possono inoltre essere somministrati per infusione sistemica per ridurre il dolore viscerale e l’ileo postoperatorio.

L’analgesia spinale può essere ottenuta con la somministrazione sistemica, spinale o epidurale di oppioidi, alfa-2 agonisti e ketamina. Recentemente maggiore rilievo ha avuto la somministrazione di butorfanolo. Anche il fentanil transdermico (2 patch) offre un’analgesia intensa e duratura, soprattutto in condizioni cliniche molto dolorose come laminite, peritonite e pleurite. La ketamina somministrata a dosi subanestetiche può dare un’analgesia intensa inibendo il fenomeno di wind-up (modulazione eccitativa spinale), ed è indicata per cavalli operati in stazione e per brevi analgesie.

La soppressione del dolore a livello centrale si basa soprattutto sugli alfa-2 agonisti, sugli oppioidi e sui sedativi e anestetici. Gli alfa-2 agonisti hanno effetto sia analgesico sia sedativo e sono indicati per il controllo delle violente reazioni comportamentali al dolore viscerale conseguente alla colica e nel periodo perioperatorio.

In conclusione, la combinazione di farmaci in grado di bloccare la nocicezione e la percezione del dolore a differenti livelli della via del dolore consente nella pratica di fornire un’analgesia efficace e di ridurre gli effetti collaterali dei vari agenti.






Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Lunedì, 30 Gennaio 2006 19:36

Anestesia endonosa del cavallo

Anestesia endonosa del cavalloIl tasso di mortalità perianestetica del cavallo è consistentemente più elevato (1,6%) rispetto all'uomo (0,01%) e ai piccoli animali (0,15%). La ricerca di protocolli anestetici più sicuri è dunque particolarmente sentita in anestesiologia equina.

La relazione tenuta da Claudia Spadavecchia (Università di Berna) al 12° Congresso SIVE (Bologna, 27-29 gennaio 2006) sull'anestesia totalmente endovenosa del cavallo (TIVA) (“Tecniche attuali di anestesia endovenosa nel cavallo”) è stata l'occasione per approfondire una metodica anestesiologica attuale e promettente in medicina equina.

Le cause della mortalità perianestestica sono principalmente l’arresto cardiaco, le fratture e le miopatie, ma in ultima analisi si tratta di condizioni spesso riconducibili a un malfunzionamento dell’apparato cardiovascolare (insufficienza cardiovascolare).

Gli anestetici inalatori hanno negli equini un potente effetto cardiodepressante dose-dipendente. Un ampio studio epidemiologico multicentrico sulla mortalità perianestetica nel cavallo (CEPEF) ha fornito indicazioni convincenti della maggiore sicurezza dell’anestesia endovenosa rispetto a quella inalatoria, laddove la mortalità scendeva allo 0,31% per le anestesie di breve durata.

Le principali indicazioni della TIVA sono i casi in cui l’anestesia inalatoria non è attuabile, le procedure brevi, le procedure in campo e le MRI. I vantaggi sono una minore mortalità, una minore o assente risposta da stress e una maggiore sicurezza per l’anestesista. Tra i possibili svantaggi, una variabilità individuale nella risposta, il rischio di accumulo farmacologico, una maggiore difficoltà nel giudicare la profondità dell’anestesia.

Come principio generale, la TIVA dovrebbe essere basata su un’infusione continua dell’agente anestetico, piuttosto che su boli ripetuti, ed è consigliabile utilizzare per la premedicazione e l’induzione lo stesso agente usato nel mantenimento.

I farmaci ideali per la TIVA non devono avere effetto cumulativo, produrre metaboliti attivi, essere irritanti per le vene e devono avere una context sensitive half-life (emivita dopo un periodo X di infusione) breve. In questo senso, l’ideale è un farmaco con emivita costante indipendentemente dalla durata dell’infusione, quale ad esempio il propofolo (anche se ci sono pochi dati in veterinaria).

In linea teorica, si può effettuare nel cavallo un’anestesia totalmente endovenosa utilizzando anestetici iniettabili come barbiturici, ketamina e propofolo, associati a miorilassanti, oppiacei e alfa-2 agonisti per ottenere l’analgesia e il miorilassamento.

I barbiturici però non sono adeguati per la TIVA del cavallo perché tendono ad accumularsi se somministrati ripetutamente.

La ketamina è l’agente più studiato per la TIVA equina; una delle miscele più utilizzate è il triple drip, cioè ketamina, etere guaiacolglicerico e un alfa-2 agonista. I vantaggi della ketamina come principale agente TIVA sono la qualità dell’induzione dell’anestesia, il buon mantenimento della funzione cardiopolmonare, la minor risposta ormonale da stress e le proprietà anti-iperalgesiche. Tra gli svantaggi, la difficoltà nel giudicare la profondità del piano anestetico e la possibilità di bruschi risvegli durante l’anestesia. Valida anche l’associazione tra ketamina e una benzodiazepina (climazolam), ma occorre spesso un’analgesia supplementare. La TIVA basata sulla ketamina è da considerarsi superiore all’anestesia inalatoria per le procedure che durano fino a 1,5 ore, mentre per procedure più durature è sconsigliata.

Il propofolo, il più recente agente EV, ha il grosso vantaggio di avere una breve emivita context sensitive e di produrre risvegli rapidi. Tra gli svantaggi, non è adeguato per l’induzione, può dare depressione respiratoria e provocare ipotensione, è costoso. Un esempio di protocollo è costituito da induzione con xilazina e propofolo e mantenimento per infusione costante (CRI) con propofolo. Uno studio ha valutato anche l’induzione con medetomidina, che permette procedure più durature per mancanza di effetti cumulativi (possibile antagonizzazione con atipemazolo).

La tendenza più attuale è quella di associare però propofolo e ketamina, sia per l’induzione sia per il mantenimento, con buoni risultati descritti anche in interventi rilevanti come riparazione di fratture nei cavalli da corsa.

In conclusione, l’induzione con ketamina è più sicura e di migliore qualità rispetto a quella con propofolo, che è invece unanimamente sconsigliata. Il mantenimento della TIVA con ketamina è una valida alternativa all’anestesia inalatoria per procedure di durata fino a 1,5 ore. Per interventi più lunghi, è più adeguato il propofolo, grazie all’assenza di accumulo. L’associazione propofolo e ketamina come base per la TIVA negli equini sembra offrire promettenti vantaggi.





Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Controllo del dolore: il punto sulla ricerca farmacologicaSi è tenuta a Napoli dal 16 al 19 maggio 2010 una conferenza multidisciplinare sul dolore, intitolata “Ricerca e Terapia per la sofferenza dell’uomo e dell’animale. Una sfida per Medici, Veterinari e Farmacologi”. Sfida lanciata da Giancarlo Vesce (Anestesiologia Veterinaria, Università “Federico II” di Napoli), organizzatore e presidente del congresso.

Clinici ed anestesisti di medicina umana e veterinaria, farmacologi e scienziati impegnati nella cosiddetta ricerca di base hanno formato un unico gruppo multidisciplinare, per scambiare e confrontare le proprie conoscenze sul dolore.

Il tutto è accaduto in una conferenza di tre giorni, organizzata presso l’aula magna dell’Università Federico II di Napoli. Lo scopo: migliorare la gestione della sofferenza sia dell’uomo che dell’animale. Sessioni anestesiologiche, farmacologiche, cliniche e di ricerca “pura” si sono avvicendate tra l’interesse crescente dei partecipanti, toccando sia aspetti prettamente veterinari che aspetti di medicina umana.

Particolarmente apprezzato l’intervento di Diego Fonda (Ordinario di Clinica Chirurgica, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Milano), che si è focalizzato sul coinvolgimento degli oppioidi endogeni nel dolore animale; e quello di Charles Short (College of Veterinary Medicine, Cornell University, Ithaca, NY) sulle prospettive future nella gestione del dolore. Anche Antonello Bufalari e Giorgia della Rocca (Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Perugia) hanno affrontato tematiche veterinarie di primario interesse: l’approccio combinato al dolore cronico da artrosi (Bufalari) e le basi fisiopatologiche del dolore neuropatico (della Rocca).

La conferenza si è chiusa con una sessione interamente dedicata alla farmacologia e alla ricerca farmaceutica, dove si è parlato prevalentemente di endocannabinoidi e composti cannabimimetici. Tra questi, particolare attenzione è stata dedicata alla palmitoiletanolamide (PEA) o Palmidrol. Oscar Sasso e Giuseppina Mattace Raso (entrambi ricercatori presso l’Università Federico II di Napoli) hanno presentato gli effetti analgesici, anti-iperalgici e neuroprotettivi della PEA. Vincenzo Di Marzo (“Endocannabinoid Research Group” del CNR di Pozzuoli) ha trattato il coinvolgimento del cosiddetto recettore TRPV1 negli effetti antalgici degli endocannabinoidi. Federica della Valle del CeDIS (Centro di Documentazione e Informazione Scientifica) di Innovet Italia ha incentrato la propria relazione sull’uso pratico della PEA nel controllo del dolore in medicina veterinaria. Antonio Calignano (Università Federico II di Napoli), da anni impegnato nella ricerca degli effetti antinfiammatori ed antalgici della palmitoiletanolamide, ha chiuso la sessione (e il congresso) affermando che “oggi la PEA rappresenta uno degli strumenti farmacologici più interessanti per controllare il dolore acuto e cronico, sia nell’uomo che nell’animale”.




Abstract delle relazioni brevi

Programma della conferenza





Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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La prevenzione funziona: dati positivi dalla campagna <i>Stagione della Prevenzione</i>Il 95% dei proprietari di cani e gatti ritiene che una buona alimentazione sia importante per la prevenzione delle malattie, ma solo il 25% fa visitare regolarmente il proprio animale dal veterinario. Anche se c'è ancora molta strada da fare per educare i proprietari ad avere un atteggiamento responsabile verso i propri animali, si registra tuttavia una tendenza positiva. Lo ha notato Marina De Bernardi, amministratore delegato di Hill’s Pet Nutrition alla conferenza stampa di presentazione della 5° edizione di Stagione della Prevenzione, tenutasi ieri (9 febbraio 2010) a Milano (Ippodromo di S. Siro). Da oggi infatti e per tutto il mese di marzo si potranno effettuare le visite veterinarie gratuite presso i medici veterinari che hanno aderito alla campagna, promossa da ANMVI e da Hill’s Pet Nutrition, con il patrocinio di FNOVI e del Ministero della Salute.

Dopo una rassegna dei rapporti di amicizia tra i campioni sportivi, come Federica Pellegrini, Gennaro Gattuso, Igor Cassina e i loro animali, presentata da Carlo Annese, giornalista della Gazzetta dello Sport e moderatore della conferenza stampa, De Bernardi ha proseguito spiegando come l'atteggiamento dei proprietari stia migliorando dall'inizio della campagna Stagione della Prevenzione (2006). Nel 2009 c'è stato un aumento del 40% delle visite gratuite effettuate dai 2800 veterinari che hanno aderito alla campagna, delle quali 2/3 su nuovi pazienti. Ed è in diminuzione il numero di animali visitati apparentemente sani in cui invece si riscontrano patologie da trattare, a indicare che la prevenzione funziona. Su 14.000 animali visitati nel 2009, 4000 presentavano patologie da trattare nonostante apparissero in salute al proprietario, una percentuale nettamente inferiore a quella osservata nelle edizioni precedenti. I dati per la nuova edizione 2010 parlano di 3200 veterinari aderenti (una clinica su due) e si prevede che l'87% di essi visiterà nuovi pazienti. Tra i cardini della salute animale, De Bernardi ha voluto sottolineare l'importanza del movimento, che vuol dire gioco, relazione, amicizia, legame con il proprietario e, quindi, qualità di vita. Per questo, preservare il movimento è un aspetto fondamentale della prevenzione.

Carlo Scotti, Presidente Senior ANMVI, ha notato come prevenzione significhi allungare la vita dell'animale e come le esigenze dei cani e dei gatti siano diverse a seconda della loro età e del loro stile di vita. Ci sono condizioni patologiche per le quali la prevenzione è fondamentale, sia per le loro conseguenze nefaste (malattie articolari), sia per la difficoltà della gestione terapeutica (malattie cardiovascolari). Ma si fa prevenzione anche attraverso l'attenzione allo stile di vita dell'animale. Si pensi all'importanza dell'alimentazione, passata dai rifiuti della tavola a una vera e propria scienza dell'alimentazione; del movimento, che fa bene a cane e padrone, dell'igiene (cura dei problemi dentali) e delle vaccinazioni per prevenire le malattie infettive.

La prevenzione cura, salva e promuove la vita, ed è cultura di vita. Scotti ha ricordato l'importanza della terapia, che deve poter contare sul farmaco veterinario, anziché sull'utilizzo di farmaci sviluppati per l'uomo; un farmaco dedicato agli animali significa un uso prudente e corretto della terapia farmacologica. Le zoonosi (rabbia, leishmaniosi, parassitosi) e le malattie emergenti testimoniano ogni giorno l'importanza della prevenzione e della relazione uomo-animale-società, in cui fondamentali sono l'educazione e la responsabilizzazione. La prevenzione è un elemento cardine per la salute e il benessere degli animali e dell'uomo. Prevenire le malattie animali significa anche promuovere la salute pubblica e garantire una corretta convivenza tra uomo e animale nella società.

Scotti ha poi ribadito come la veterinaria continui a chiedere un Fisco etico: oggi l'animale è considerato un bene di lusso, e alle prestazioni veterinarie si applica la stessa IVA dei gioielli. Occorre invece innalzare la soglia di detraibilità e ridurre l’IVA sulle prestazioni veterinarie: anche questa è prevenzione. Il relatore ha poi concluso ricordando che oggi il veterinario non è più colui che aspetta il paziente sulla soglia dello studio, ma una figura professonale caratterizzata da un importante ruolo sociale.

Il sottosegretario di Stato Onorevole Francesca Martini ha osservato che la prevenzione della salute animale è oggi un dovere di ogni proprietario. Le norme emanate in materia introducono il concetto di una responsabilità giuridica del proprietario nei confronti del benessere psicofisico del proprio animale. Martini ha affermato di trovare nel medico veterinario il proprio partner ideale per tutto questo: una figura professionale che non deve più essere considerata di serie B, ma una vera risorsa per il paese. Il veterinario è il vero sensore del benessere animale sul territorio. Gli animali convivono con noi e la salute della società non può prescindere dalla loro salute; valgono per gli animali le stesse regole di salute che valgono per l'uomo: corretta alimentazione, esercizio fisico, prevenzione delle malattie.

Martini ha poi ricordato le azioni intraprese in favore del benessere animale, tra cui l'eliminazione della black list delle razze pericolose e l'introduzione del percorso formativo per i proprietari di cani impegnativi, obbligatorio solo nel caso di soggetti con problemi comportamentali: non più una lista nera di razze canine ma a una lista di cose da fare per garantire il benessere del cane.

Il dottor Massimo Petazzoni, Medico Veterinario, ha infine concluso la conferenza con un excursus sulla osteoartrite canina, patologia per la quale la prevenzione è di importanza fondamentale. Al contrario dell'uomo, nel cane l'artrosi può manifestarsi anche in pazienti molto giovani. La maggior parte dei casi è secondaria a patologie primitive, quali la displasia del gomito e dell'anca, malattie dell'accrescimento con una riconosciuta componente genetica. Studi recenti hanno indicato che 1/5 dei Pastori tedeschi svilupperà displasia dell'anca o del gomito, tra i Golden retriever 1/5 soffrirà di displasia dell'anca e 1/10 del gomito e un Terranova su 4 sarà affetto da displasia dell'anca. Condizioni per le quali la prevenzione è possibile e fondamentale, seguendo fin da cuccioli i cani di razze a rischio, sottoponendoli a un esame radiografico precoce (4 mesi) e tenendo sotto controllo il loro peso. Ancora una volta, educazione e informazione sono irrinunciabili.



Stagione della Prevenzione



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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