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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Eleonora Malerba Med Vet PhD

Eleonora Malerba Med Vet PhD

ECoVAttualmente, la diagnosi di enterite da coronavirus equino (ECoV, equine coronavirus) prevede l'esclusione di altre cause infettive potenzialmente responsabili di malattia enterica e, parallelamente, la dimostrazione della presenza di ECoV nelle feci o nei tessuti tramite saggi molecolari. Questo percorso diagnostico, sebbene completo, è molto dispendioso e non sempre attuabile.

Partendo dall’ipotesi che l’eliminazione fecale del ECoV da parte dei cavalli ospedalizzati sia bassa, gli autori di questo studio si sono posti l’obiettivo di verificare se cavalli sani e cavalli con disturbi gastroenterici eliminassero il ECoV con le feci al momento del ricovero e dopo 48 ore di ospedalizzazione (per effetto dello stress associato al ricovero).

Lo studio ha incluso un totale di 130 cavalli, di cui 65 con patologia gastrointestinale e 65 sani, ospedalizzati per 48 ore. I campioni fecali sono stati raccolti al momento del ricovero e 48 ore dopo; tutti i campioni sono stati sottoposti a indagine PCR per ECoV e a microscopia elettronica.

Solo 1 su 258 campioni fecali era positivo alla PCR per ECoV. La microscopia elettronica ha identificato elementi simili al ECoV in 9 campioni su 258, elementi simili al parvovirus in 4 su 258 campioni e elementi simili a rotavirus in 1 su 258 campioni.

I risultati di questo studio permettono di concludere che la presenza del ECoV nelle feci di cavalli adulti ospedalizzati è bassa. Pertanto, alla positività alla PCR per ECoV in soggetti adulti con sintomi clinici compatibili con enterite da coronavirus deve essere dato un importante significato diagnostico. Questo studio, però, non chiarisce quale ruolo clinico attribuire all’osservazione di virus mediante microscopia elettronica.

 

“Evaluation of equine coronavirus fecal shedding among hospitalized horses” Sanz MG, et al. J Vet Intern Med. 2019 Mar;33(2):918-922. doi: 10.1111/jvim.15449. Epub 2019 Feb 20.

prstL’obiettivo di questo studio era quello di caratterizzare, mediante indagine immunoistochimica, la densità di linfociti T e B in corso di iperplasia prostatica benigna (IPB, n = 15), di carcinoma prostatico (CP, n = 24) e in prostate non affette da nessuna di queste due condizioni (n = 6).

I risultati hanno rivelato un aumento statisticamente significativo dei linfociti T e B nei CP rispetto a quanto osservato nei campioni con IPB e nelle prostate sane. Per quanto riguarda le varianti istologiche del CP, il numero più basso di linfociti CD3+ e CD79+ è stato osservato nel tipo più indifferenziato (solido). La densità delle cellule CD3+ era positivamente correlata con il tempo di sopravvivenza.

Questi risultati possono aiutare a comprendere i meccanismi immunologici che regolano lo sviluppo e la progressione dell’IPB e del CP, oltre a fornire dati di base per futuri studi immunoterapeutici.

 

“An immunohistochemical study of T and B lymphocyte density in prostatic hyperplasia and prostate carcinoma in dogs” Palmieri C, et al. Res Vet Sci. 2019 Feb;122:189-192. doi: 10.1016/j.rvsc.2018.11.022. Epub 2018 Nov 27.

page 1A dicembre 2018 l’ANMVI (Associazione Italiana Medici Veterinari Italiani) ha condotto una indagine quantitativa, tramite interviste telefoniche effettuate con Sistema C.A.T.I. (Computer Aided Telephone Interview) e conforme al codice ESOMAR (European Society for Opinion and Marketing Research), su un campione rappresentativo delle famiglie italiane che possiedano un animale domestico (esclusi pesci e invertebrate) e che abbiano instaurato un rapporto di cura e consulenza con i veterinari. La finalità dell’indagine era quella di sondare la percezione dei proprietari di pet relativamente all’importanza delle cure veterinarie e le aspettative che hanno nei confronti della figura del professionista veterinario.

La domanda inerente alla frequenza media con cui un proprietario porta il proprio animale a visita (mai/solo in caso di emergenze, una volta l’anno, due volte l’anno, più di due volte l’anno) ha mostrato che la percentuale di chi si reca regolarmente dal veterinario più di due volte l’anno (44,6%) è in crescita rispetto agli anni precedenti (38,6% negli anni 2017 e 2011; 21,4% nel 2007), soprattutto nelle regioni meridionali e centrali. Diversamente, rimane pressocchè invariata la percentuale di clienti che vanno dal veterinario esclusivamente in caso di emergenza (il 16,6%; contro il 14,5% del 2017, il 15,3% del 2011 e il 18,3% del 2007). Le motivazioni più comunemente addotte dai proprietari che si recano poco dal veterinario sono che il proprio animale sta bene, che si va dal veterinario solo per le vaccinazioni o in caso di emergenza. È interessante notare che mentre le ultime due motivazioni sono state addotte in percentuali crescenti negli ultimi anni, l’andare raramente dal veterinario perchè il proprio animale sta bene è stata una giustificazione riportata in una percentuale decrescente (67,4% contro l’87,5% del 2017) e per lo più da chi non ha un veterinario di fiducia (81,2%). Questi dati suggeriscono una sensibilità e un grado di informazione sempre maggiore dei proprietari, associate ad una fiducia nei confronti della figura professionale del veterinario. La salute e il benessere del proprio pet, intese come prevenzione, sta diventando una necessità sempre più sentita. Il medico veterinario viene considerato un influencer per le scelte relative all’alimentazione e, più in generale, riguardo tutte le problematiche ad essa annesse. Non a caso, il 48,8% dei clienti chiede consulto per la scelta del tipo di alimentazione e del pet food specifico; percentuale che aumenta fino all’81,4% per problematiche più generali, ma sempre collegate all’alimentazione.

Negli ultimi anni si afferma con maggiore rilevanza l’immagine del veterinario di fiducia come professionista, nel quale il cliente ricerca qualità quali competenza (43%) e serietà (39,8%), con percentuali di fidelizzazione molto elevate (85,1%). A dimostrazione della fiducia nei confronti della figura del veterinario, il 94,7% dei clienti dichiara di seguire sempre o quasi sempre le indicazioni fornitegli.

Negli ultimi 10 anni è aumentata la percezione che non vi sia uno standard uniforme di qualità delle prestazioni fornite. Il 65,2% dei clienti si dimostra disposto a spendere cifre più elevate per la cura del proprio pet qualora questo si traduca in una maggiore garanzia della qualità del servizio offerto. Che una struttura veterinaria sia ufficialmente certificata per la sua attività è considerato un valore aggiunto per il 93,5% dei proprietari, e questo è vero anche nel caso delle capacità scientifiche e professionali dei singoli medici veterinari che vi operano all’interno.

L’ESVPS (European School of Veterinary Post Graduated Studies) ha da tempo istituito dei programmi di formazione post-laurea (GPCert, General Practitioner Certificate) nelle diverse discipline d’interesse allo scopo di fornire una preparazione standardizzata su rigide indicazioni europee. Si tratta di una qualifica di livello intermedio, riconosciuta di valore internazionale, che risponde alle richieste sempre più esigenti dei proprietari di animali domestici.

dairy vaccinationLa selezione di ceppi batterici resistenti è una evenienza che sta coinvolgendo il mondo intero; l’abuso o l’impiego scorretto degli antibiotici sta alla base di questa preoccupazione che minaccia la salute pubblica e quella animale. Alcuni paesi europei, come Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, hanno adottato metodi per quantificare l’uso di antibiotici nel contesto dell’azienda agricola. Nel 2014, la Società Veterinaria operante nel settore zootecnico (SIVAR) ha lanciato un software, disponibile per tutti i membri, con l’obiettivo di quantificare l’effettivo utilizzo degli antibiotici all’interno delle aziende. Il software utilizza il sistema “Defined Daily Dose” (DDD, dose definita giornaliera), raccomandato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, per controllare l’uso di antibiotici umani) e dall’EMA (European Medicines Agency, per controllare l’uso di antibiotici zootecnici). Questo stesso sistema è impiegato, seppur con alcune differenze nel processo di calcolo, nei Paesi Bassi, in Belgio e in Danimarca. La SIVAR ha deciso di adottare il sistema di calcolo scelto dai Paesi Bassi a causa del loro ruolo di avanguardia nel settore lattiero-caseario.

Il presente studio, condotto in collaborazione con SIVAR presso aziende lattiero-casearie del Piemonte, ha come obiettivo principale quello di accertare la quantità media di antibiotico utilizzato e le sue modalità di impiego mediante il sistema “Defined Daily Dose on a year” (DDD/y, dose definita giornaliera su base annua). I risultati sono stati quindi confrontati con quelli olandesi, adottando gli stessi riferimenti attualmente utilizzati nei Paesi Bassi. Lo scopo secondario dello studio è quello di suggerire possibili modi per migliorare il software impiegato per calcolare la DDD/y per ogni azienda in funzione del tipo di antibiotico utilizzato e della categoria specifica di animali (vacche, giovenche e vitelli in allattamento).

Sono stati analizzati i dati relativi ai trattamenti antibiotici effettuati in un gruppo costituito da 15 aziende casearie appositamente selezionato in modo da riflettere la situazione media delle aziende casearie della regione, facendo riferimento alle statistiche ufficiali fornite dalla Banca Dati Nazionale dell'Anagrafe Zootecnica (BDN).

Lo studio riporta i risultati preliminari di un progetto più ampio che ha l'obiettivo di valutare l'effettivo utilizzo di antibiotici e le modalità d’impiego, con la finalità di ridurre l'uso di antibiotici in questo settore zootecnico.

L'utilizzo di antibiotici, misurato come valore medio di DDD/y, è risultato essere maggiore in Piemonte (2,4) rispetto ai Paesi Bassi (2,1; limite massimo ammesso: 4); ciò significa che la pressione selettiva sui batteri esercitata dall'uso di antibiotici è superiore a quella olandese. La differenza effettiva non è tuttavia così evidente come ci si potrebbe aspettare. La mancanza di normative specifiche che regolamentarizzino la DDD/y in Italia, ha fatto sì che l’applicazione delle normative europee sull'uso degli antibiotici per il bestiame abbiano mantenuto il valore medio della DDD/y delle aziende lattiero-casearie all’interno di un livello accettabile, ma non ancora ottimale. Uno dei motivi principali di ciò è che l'uso di antibiotici ha un forte impatto economico sull'azienda agricola; gli antibiotici costano e il loro utilizzo sulle vacche in lattazione impedisce la vendita del latte, con un impatto economico sulla redditività dell'intera azienda.

Il problema più rilevante riguardo l'uso di antibiotici in Piemonte è legato ai gruppi di molecole antibiotiche che vengono prevalentemente utilizzati. Infatti, in questa regione, le cefalosporine (sia di terza che di quarta generazione) e i chinoloni, che sono in cima alla lista degli agenti antimicrobici di importanza veterinaria redatti dall'Organizzazione mondiale per la salute degli animali (OIE), sono due dei tre gruppi di molecole più utilizzati nelle aziende lattiero-casearie.

Dal momento che in Italia non esiste una lineaguida comune per ridurre l’uso di antibiotici che si basi su dei limiti stabiliti per la DDD/y, gli autori dello studio suggeriscono alla SIVAR di impiegare un sistema di calcolo della DDD/y più vicino a quello olandese e di adottare gli stessi riferimenti attualmente in vigore nei Paesi Bassi, con la finalità di iniziare a costruire un sistema europeo comune per ridurre l'uso di antibiotici.
Queste misure, se applicate su vasta scala nei territori dell’unione europea, ridurrebbero il rischio complessivo di sviluppare ceppi batterici resistenti agli antibiotici. L’impegno sinergico di agricoltori e veterinari nella gestione del benessere del bestiame costituisce il fulcro della riduzione al minimo dell'uso di antibiotici nel settore zootecnico nell'UE.

 

“Dairy farms sustainable antibiotic usage monitored to extimate the risk of selecting antibiotic resistant bacteria at farm level, Italy: first result” Lazzarino LL, Massaglia S, Ferrero A.

 “Dairy farms sustainable antibiotic usage monitored to extimate the risk of selecting antibiotic resistant bacteria at farm level, Italy: first result” Lazzarino LL, Massaglia S, Ferrero A.

downloadIl lavaggio broncoalveolare (BAL, bronchoalveolar lavage) è una tecnica impiegata per recuperare secreto dalle basse vie respiratorie.

La finalità di questo studio era quella di indagare se la somministrazione di una singola dose di un broncodilatatore, il salbutamolo, in cavalli con diagnosi sospetta o confermata di asma equina potesse facilitare la procedura di recupero del liquido del BAL.

A questo scopo, 14 cavalli hanno ricevuto salbutamolo prima dell’esecuzione dell’esame endoscopico e del BAL; altri 14 cavalli non hanno ricevuto alcun trattamento. La procedura è stata eseguita con un catetere da BAL instillando 350 ml di soluzione fisiologica sterile ed è stata registrata la quantità di liquido recuperata.

La percentuale media del liquido recuperato era pari al 52% (DS ± 15%) nei cavalli trattati con salbutamolo e di solo il 38% (± 13%) nel gruppo di cavalli non trattati con salbutamolo (P = 0,013).

Gli autori consigliano di considerare la somministrazione di salbutamolo prima di eseguire il BAL nei cavalli con asma al fine di facilitare la procedura di recupero del liquido.

 

“The effect of single pretreatment with salbutamol on recovery of bronchoalveolar lavage fluid in horses with suspected or confirmed severe equine asthma” Varegg MS, et al. J Vet Intern Med. 2019 Mar;33(2):976-980. doi: 10.1111/jvim.15359. Epub 2019 Feb 1.

Giovedì, 04 Aprile 2019 14:08

Megaesofago nel cane

SFSBlog In letteratura veterinaria sono disponibili informazioni limitate riguardo le caratteristiche su vasta scala del megaesofago nella specie canina.

Questo studio si poneva come obiettivo quello di fornire informazioni relative alle caratteristiche di popolazione, all’anamnesi medica e familiare, alla diagnosi, alle malattie concomitanti e ai fattori predisponenti del megaesofago nel cane.

Tramite un sondaggio web, sono state selezionati 838 casi di megaesofago canino. Le razze che più frequentemente associate al megaesofago congenito erano pastori tedeschi, "goldendoodles", labrador retriever, danesi e bassotti. Le razze più spesso associate al megaesofago acquisito erano labrador e golden retriever, chihuahua, boxer, pastori tedeschi, bassotti e rottweiler. La diagnosi è stata emessa più spesso da un medico generico (63,6%) tramite radiografie semplici (63,3%) e/o con mezzo di contrasto baritato (45%). Il megaesofago congenito è stato diagnosticato nel 41,3% dei cani e la persistenza del quarto arco aortico destro nel 4,3% dei soggetti. Le malattie più comunemente associate al megaesofago acquisito erano la miastenia gravis (19,3%), l’esofagite (10,8%) e l’ipotiroidismo (8,8%).

I risultati del sondaggio confermano predisposizioni di razza già descritte e identificano ulteriori razze a rischio, quali bassotti, boxer, chihuahua, rottweiler e "goldendoodles". La miastenia gravis è stata riscontrata in una percentuale più bassa di soggetti rispetto a quanto riportato in precedenti studi, mentre l'ipotiroidismo è stato riscontrato in una percentuale più elevata.

La maggior parte delle diagnosi è stata effettuata da un medico generico e ciò potrebbe giustificare la discordanza con i risultati ottenuti in studi precedenti condotti presso strutture di referenza in cui potrebbero essere stati riferiti solo i cani con malattia più grave e che, pertanto, hanno avuto un outcome peggiore.

 

“Survey of owners on population characteristics, diagnosis, and environmental, health, and disease associations in dogs with megaesophagus” Haines JM. Res Vet Sci. 2018 Nov 30;123:1-6. doi: 10.1016/j.rvsc.2018.11.026. [Epub ahead of print]

18 103736L'obiettivo principale di questo studio retrospettivo era quello di stabilire la risposta, l'intervallo libero da malattia (DFI, disease-free interval) e la sopravvivenza complessiva dei gatti con carcinoma squamocellulare (CSC) del planum nasale trattati con plesioterapia con l’isotopo radioattivo stronzio-90 (Sr90). Uno scopo secondario era quello di indagare quale protocollo tra quello frazionato e quello a dose singola fosse più efficace in termini di risposta, DFI e sopravvivenza complessiva. Infine, il terzo obiettivo mirava ad identificare eventuali fattori prognostici che influenzassero la sopravvivenza.

Sono stati inclusi 74 gatti con diagnosi di CSC del planum nasale sottoposti a trattamento con plesioterapia con Sr90, di cui 32 con protocollo frazionato e 42 con un protocollo monodose.

La plesioterapia Sr90 è stata in grado di indurre una risposta completa nel 74% dei gatti con CSC. Il DFI mediano era di 780 giorni (intervallo di confidenza al 95% [CI] 383-1177); il 17% dei gatti avevano sviluppato una recidiva locale. La sopravvivenza complessiva per la totalità dei soggetti era di 1039 giorni (95% CI 55-1528). Il DFI dei gatti trattati con Sr90 frazionato era significativamente più lungo rispetto a quello dei gatti trattati con dose singola; diversamente, la risposta e la sopravvivenza complessiva non erano statisticamente differenti tra i due gruppi di gatti. Gli autori hanno identificato alcuni potenziali fattori prognostici che hanno influenzato la sopravvivenza complessiva; nello specifico, la malattia in stadio iniziale, l'assenza di problemi concomitanti e la risposta completa al trattamento sono risultati associati ad una sopravvivenza maggiore. La tossicità, sia acuta che a lungo termine, associata al trattamento era minima e il risultato estetico era piacevole in quasi tutti i casi.

Gli autori concludono che la plesioterapia con stronzio-90 costituisce un trattamento sicuro ed efficace nei gatti con CSC del planum nasale.

 

“Response, disease-free interval and overall survival of cats with nasal planum squamous cellcarcinoma treated with a fractionated vs a single-dose protocol of strontium plesiotherapy” Berlato D, et al. J Feline Med Surg. 2019 Apr;21(4):306-313. doi: 10.1177/1098612X18773913. Epub 2018 May 23.

cat pet animal domestic 104827L’obiettivo di questo studio retrospettivo era quello di indagare gli effetti conseguenti alla somministrazione prolungata di cortisonici nella specie felina.

A questo scopo, 25 gatti hanno ricevuto dosaggi non immunosoppressivi di metilprednisolone acetato per via parenterale per un periodo di almeno 3 anni. I parametri ematobiochimici e le concentrazioni di T4 di questi soggetti sono stati sottoposti ad analisi statistica al fine di identificare eventuali alterazioni statisticamente significative.

Le uniche variabili che hanno subito delle modificazioni significative sono risultate essere i trigliceridi, l’amilasi e la conta dei monociti. Tuttavia, le concentrazioni di tali parametri rimanevano comunque all’interno degli intervalli di riferimento. Nessuno degli altri parametri ha subito alterazioni statisticamente significative.

I risultati di questo studio suggeriscono che la somministrazione parenterale cronica (3 anni) di dosi non immunosoppressive di metilprednisolone acetato non influenza in maniera significativa la quasi totalità dei parametri ematobiochimici e le concentrazioni di T4; anche le variabili coinvolte, seppur modificate in maniera significativa, rimangono ugualmente all’interno degli intervalli di riferimento.

 

“Retrospective Study on the Effects of Long-Term Use of Methylprednisolone Acetate on the Blood Work of 25 Cats” Sohn J, et al. J Am Anim Hosp Assoc. 2019 Jan/Feb;55(1):23-28. doi: 10.5326/JAAHA-MS-6783. Epub 2018 Nov 14.

downloadL’obiettivo di questo studio era quello di stimare la prevalenza dell’incontinenza urinaria nei cani maschi e identificare eventuali fattori di rischio di carattere demografico in una popolazione di cani in Inghilterra.

Facendo riferimento al database VetCompass, sono state estratte le cartelle cliniche dei cani con incontinenza urinaria e raccolte le informazioni relative agli aspetti demografici e clinici di ciascun soggetto.

Dei 109.428 cani maschi selezionati dal database VetCompass, 1.027 avevano una diagnosi di incontinenza urinaria, con una prevalenza complessiva dello 0,94%. Le razze che hanno mostrato una maggiore probabilità di sviluppare incontinenza urinaria (confrontate con i cani di razza meticcia) includevano il bull mastiff (odds ratio: 17,21), il setter irlandese (odds ratio: 12,79), il fox terrier (odds ratio: 9,60), il bulldog (odds ratio: 5,72) e il boxer (odds ratio: 3,65). Inoltre, la probabilità di sviluppare incontinenza urinaria è risultata essere associata ad una maggiore età (da 9 a 12 anni, odds ratio: 10,46) e al fatto di aver stipulato una polizza assicurativa (odds ratio: 1,96). Diversamente, all’analisi multivariata, non è stata riscontrata alcuna associazione significativa con lo stato sessuale (castrato/intero) o con il peso corporeo.

La prevalenza complessiva dell'incontinenza urinaria nei cani maschi è pari a circa l'1%. Diversamente a quanto descritto nelle cagne femmine, la sterilizzazione e il peso corporeo non sono risultati associati ad una maggiore probabilità di sviluppare incontinenza urinaria.

 

“Urinary incontinence in male dogs under primary veterinary care in England: prevalence and riskfactors” Hall JL, et al. J Small Anim Pract. 2019 Feb;60(2):86-95. doi: 10.1111/jsap.12951. Epub 2018 Nov 1.

iStock 881121208L'alta prevalenza di disturbi muscoloscheletrici nei cavalli da corsa e il suo impatto sul benessere dei cavalli e sull'economia delle corse richiedono l’identificazione di strumenti più idonei per la diagnosi e la prevenzione degli infortuni. I biomarker sierici del metabolismo osseo e cartilagineo hanno già mostrato risultati promettenti nella previsione delle lesioni muscoloscheletriche.

Questo studio aveva l’obiettivo di indagare l’idoneità di alcuni biomarker sierici identificati nei cavalli da corsa purosangue nordamericani come predittori di disturbi muscoloscheletrici in una popolazione di cavalli purosangue polacchi.

Le concentrazioni sieriche di biomarker ossei e cartilaginei, quali osteocalcina, telopeptide c-terminale del collagene di tipo I, glicosaminoglicani (GAG), epitopi di condroitin solfato e c-propeptide del procollagene di tipo II (CPII), sono state misurate all'inizio della stagione di gare e nei successivi 3 mesi in un gruppo di 26 cavalli da corsa polacchi di 2 anni d’età. I risultati sono stati comparati con quelli di 35 cavalli da corsa nordamericani della stessa età, al fine di identificare i predittori universali di lesioni muscoloscheletriche.

I livelli medi di GAG e CPII erano inferiori nel gruppo che aveva subito il danno muscoloscheletrico rispetto al controllo, risultato coerente con quanto già descritto nei cavalli da corsa. Questi biomarker sono stati anche identificati come predittori di lesioni nel modello di popolazione mista. Nei cavalli affetti, una diminuzione delle concentrazioni sieriche dell'osteocalcina ed un aumento delle concentrazioni di telopeptide c-terminale del collagene di tipo I rispetto ai controlli sono risultate essere alterazioni specifiche della popolazione polacca e, in particolare, suggestive di una interruzione nei normali meccanismi omeostetici del turnover osseo.

Le variazioni delle concentrazioni sieriche di GAG e CPII nei cavalli da corsa a rischio di lesioni muscoloscheletriche sembrerebbero essere simili tra popolazioni distinte, mentre le modificazioni dei marker ossei sembrerebbero essere popolazione-specifiche.

 

“Revisiting predictive biomarkers of musculoskeletal injury in thoroughbred racehorses: longitudinal study in polish population” Turlo AJ, et al. BMC Vet Res. 2019 Feb 26;15(1):66. doi: 10.1186/s12917-019-1799-7.

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