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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Eleonora Malerba

Eleonora Malerba

linfIl linfoma nella specie felina è una neoplasia piuttosto comune. È stato segnalato, inoltre, che il 7-14% dei gatti con linfoma gastrointestinale a piccole cellule, sviluppa una seconda neoplasia.

L’obiettivo di questo studio era quello di riportare l'incidenza, i segni clinici, gli esiti clinicopatologici, la risposta alla terapia e l’outcome di gatti che avevano sviluppato un linfoma a grandi cellule successivamente al trattamento per il linfoma gastrointestinale a piccole cellule.

Dodici dei 121 gatti trattati per linfoma gastrointestinale a piccole cellule, hanno successivamente sviluppato un linfoma a grandi cellule. Solo 9 di questi hanno soddisfatto i criteri di inclusione e sono stati inclusi nelle analisi statistiche. Il tempo medio dalla diagnosi di linfoma gastrointestinale a piccole cellule fino alla diagnosi di linfoma a grandi cellule era di 543 giorni, con un tempo di sopravvivenza mediano di 615 giorni. Il tempo medio di sopravvivenza dalla diagnosi di linfoma a grandi cellule fino alla morte era di 55 giorni, quello mediano di 24,5 giorni. I valori di ematocrito, albumina e proteine totali erano significativamente più bassi al momento della diagnosi di linfoma a grandi cellule rispetto al momento della diagnosi di linfoma a piccole cellule.

Questo studio ha dimostrato che il linfoma a grandi cellule si può verificare nel 9,9% (12/121) dei gatti trattati per linfoma gastrointestinale a piccole cellule. I medici dovrebbero considerare il linfoma a grandi cellule nella loro lista di diagnosi differenziali in quei soggetti con precedente diagnosi di linfoma gastrointestinale a piccole cellule che sviluppano perdita di peso, anemia, ipoalbuminemia e ipoproteinemia.

 

“Feline large-cell lymphoma following previous treatment for small-cell gastrointestinallymphoma: incidence, clinical signs, clinicopathologic data, treatment of a secondarymalignancy, response and survival” Wright KZ, et al. J Feline Med Surg. 2019 Apr;21(4):353-362. doi: 10.1177/1098612X18779870. Epub 2018 Jun 7.

Giovedì, 18 Aprile 2019 18:16

Progressi nella diagnostica prostatica

constipationNegli ultimi anni, a fronte delle maggiori aspettative di vita e alla crescente attenzione che i proprietari di pet dedicano ai loro animali, sono state condotte numerose ricerche su nuove tecniche per identificare precocemente i disturbi della prostata nella specie canina. Le patologie prostatiche, al loro esordio, sono spesso asintomatiche, rendendo difficile una diagnosi precoce.

Tradizionalmente, la diagnosi dei disturbi prostatici sfrutta strumenti non invasivi, come la palpazione transrettale e addominale, la valutazione del liquido seminale o prostatico, l'analisi delle urine e l'imaging. Tuttavia, una diagnosi definitiva potrebbe richiedere l’agoaspirazione o biopsia del parenchima prostatico, indagini che vengono eseguite raramente a causa della loro invasività.

Per queste motivazioni, sono stati ricercati biomarcatori sierici al fine di accorciare i tempi diagnostici e poter quindi applicare strategie terapeutiche più tempestivamente, nell’ottica di ottenere outcome migliori. L'esterasi prostatica specifica canina (CPSE, Canine Prostatic Specific Esterase) è stata identificata come un biomarcatore idoneo da includere negli esami di screening della prostata, similmente all'antigene prostatico specifico (PSA, Prostate-Specific Antigen) impiegato in medicina umana.

Studi in letteratura hanno dimostrato che la CPSE raggiunge valori più elevati in cani affetti da diverse patologie prostatiche, quali iperplasia prostatica benigna, prostatite batterica o carcinoma prostatico. Considerato il grosso potenziale, si rendono necessarie ulteriori ricerche finalizzate ad indagare, non solo il ruolo diagnostico del CPSE, ma anche la sua utilità come strumento di monitoraggio del successo terapeutico in corso di trattamento.

Infine, l’impiego sistematico di tale marcatore sierico potrebbe assicurare una stima più accurata della reale prevalenza dei disturbi prostatici. Attualmente, il CPSE è riconosciuto come uno strumento di screening sulla base del quale identificare quei pazienti che richiedono ulteriori indagini diagnostiche più accurate e costose.

 

“Advances in Prostatic Diagnostics in Dogs: The Role of Canine Prostatic Specific Esterase in the Early Diagnosis of Prostatic Disorders” Alonge S, et al. Top Companion Anim Med. 2018 Dec;33(4):105-108. doi: 10.1053/j.tcam.2018.09.002. Epub 2018 Sep 8.

Equine Health Cover Photo 1024x655Il coronavirus equino (ECoV, equine coronavirus) è un patogeno emergente associato a febbre e alla malattia enterica nei cavalli adulti. Sono state descritte le caratteristiche cliniche dell'infezione da ECoV, ma nessuno studio ha confrontato queste caratteristiche con quelle delle infezioni da Salmonella.

Lo scopo di questo studio retrospettivo era quello di confrontare le caratteristiche cliniche dell'infezione da ECoV con quelle della salmonellosi enterica al fine di identificare aspetti peculiari della malattia a sostegno del sospetto clinico di infezione da ECoV nei cavalli adulti.

Lo studio ha incluso 43 cavalli di età superiore ad 1 anno di cui si disponesse degli esiti dell’esame emocromocitometrico, della biochimica sierica e dei test fecali per ECoV e Salmonella spp. I cavalli sono stati divisi in 3 gruppi in base ai risultati dei test diagnostici fecali: ECoV-positivo, Salmonella-positivo o diagnosi sconosciuta. Di ciascun soggetto sono stati registrati i dati relativi al periodo dell'anno in cui il soggetto era stato visitato, i sintomi clinici, i risultati dell’esame emocromocitometrico e della biochimica sierica.

I sintomi più comuni erano febbre e coliche, ed erano simili tra i gruppi. I cavalli con ECoV avevano la conta dei granulociti neutrofili significativamente inferiore rispetto ai cavalli con diagnosi sconosciuta ma simile ai cavalli con salmonellosi. I cavalli con salmonellosi avevano una conta leucocitaria media significativamente più bassa rispetto a quelli con diagnosi sconosciuta. Nessuna differenza significativa è stata trovata tra i gruppi per qualsiasi altra variabile esaminata.

Le infezioni da coronavirus equino e Salmonella condividono le stesse caratteristiche cliniche; gli autori concludono che nei cavalli con febbre e sintomi clinici enterici devono essere considerate entrambe le diagnosi differenziali.

 

“Disease features of equine coronavirus and enteric salmonellosis are similar in horses” Manship AJ, et al. J Vet Intern Med. 2019 Mar;33(2):912-917. doi: 10.1111/jvim.15386. Epub 2019 Jan 10.

cat slsNella specie canina è stata dimostrata la relazione tra la presenza di vertebre transizionali lombosacrali e lo sviluppo di stenosi lombosacrali.

Lo scopo di questo studio era quello di indagare la relazione tra la presenza di vertebre transizionali lombosacrali e la stenosi lombosacrale nella specie felina.

A questo scopo, le cartelle cliniche e gli studi di diagnostica per immagini di 13 gatti con diagnosi di stenosi lombosacrale sono stati esaminati retrospettivamente per identificare le anomalie lombosacrali e per confrontarle con le immagini di 405 gatti sottoposti ad esame TC per ragioni non correlate ad una malattia del midollo spinale.

I sintomi clinici associati alle stenosi lombosacrali comprendevano dolore lombosacrale, coda portata bassa, difficoltà a saltare, incontinenza urinaria o fecale. I sintomi neurologici includevano deficit propriocettivi, paraparesi deambulatoria, atassia a carico degli arti pelvici, riduzione dei riflessi spinali e del riflesso perianale. Tali sintomi erano presenti da un minimo di 1 giorno ad un massimo di 10 mesi (media 3 mesi). In 7 dei 13 gatti con stenosi lombosacrale (53,8%) è stata diagnosticata la presenza di vertebre transizionali lombosacrali. Diversamente, in soli 24 dei 405 gatti facenti parte della popolazione di controllo (5,9%) è stata diagnosticata la presenza di vertebre transizionali lombosacrali. Questi risultati stanno ad indicare che, nel gatto, le stenosi lombosacrali sono significativamente associate alla presenza di vertebre transizionali lombosacrali (odds ratio 18,52, P <0,0001). La presenza di segni clinici di stenosi lombosacrale nei gatti con vertebre transizionali lombosacrali non era significativamente diversa da quella riferita nel gruppo di controllo. Infine, la presenza di vertebre transizionali lombosacrali non è risultata essere correlata con la razza (P> 0,99) o con il sesso (P = 0,29).

Sebbene la stenosi lombosacrale sia una malattia spinale rara nella specie felina, la presenza di vertebre transizionali lombosacrali è da considerare un importante fattore di rischio per il suo sviluppo.

 

“Lumbosacral transitional vertebrae in cats and its relationship to lumbosacral vertebral canalstenosis” Harris G, et al. J Feline Med Surg. 2019 Apr;21(4):286-292. doi: 10.1177/1098612X18774449. Epub 2018 May 23.

popliteoLa malattia degenerativa articolare del ginocchio è una patologia ossea comune nella specie canina. Le alterazioni degenerative osservate negli stadi più precoci consistono in una lieve proliferazione minerale dei margini articolari e dei tessuti molli periarticolari, con conseguente distensione articolare. Se l'articolazione è cronicamente instabile, le modificazioni a carico delle ossa divengono più complesse e compaiono alterazioni di natura cistica a livello subcondrale e fenomeni di proliferazione e riassorbimento ossei.

Le caratteristiche radiografiche degli stadi moderato e grave della malattia degenerativa si sovrappongono a quelle della malattia aggressiva. Dal momento che la localizzazione della patologia coincide con quella dei tumori ossei primari (come la parte distale del femore), l'interpretazione radiografica potrebbe essere più difficile.

Lo scopo di questo studio era quello di indagare l'utilità di valutare la dimensione e la forma del linfonodo popliteo nelle immagini radiografiche per differenziare gli stadi moderato e grave della patologia degenerativa dell'articolazione del ginocchio dall'osteosarcoma distale del femore o della tibia.

I cani con zoppia a carico dell’arto pelvico in cui il problema fosse stato localizzazo al ginocchio sono stati sottoposti a studi radiografici. I cani con malattia degenerativa dell'articolazione da moderata a grave sono stati radiografati in 3 momenti diversi: prima dell'intervento di livellamento del piatto tibiale (n=103), immediatamente dopo l'intervento (n=103) e dopo 6-8 settimane dall’intervento (n=62). I cani con osteosarcoma, invece, sono stati radiografati solo al momento della diagnosi (n=42). La lunghezza e la larghezza del linfonodo popliteo e il rapporto tra asse lungo e asse corto sono stati confrontati tra i gruppi di soggetti.

Nessuna differenza significativa è stata riscontrata riguardo il rapporto tra asse lungo e asse corto del linfonodo popliteo, non consentendo una differenziazione tra malattia degenerativa articolare e osteosarcoma. Diversamente, la lunghezza e la larghezza del linfonodo nei cani con osteosarcoma erano significativamente maggiori rispetto a quelle dei cani con malattia degenerativa.

In conclusione, se il rapporto tra asse lungo e asse corto del linfonodo popliteo non costituisce un parametro utile nel differenziare l'osteosarcoma dalla malattia degenerativa moderata/grave, la sua lunghezza e la sua larghezza sono significativamente aumentate in corso di osteosarcoma, sebbene la differenza, dal punto di vista clinico, sia minima.

 

“Radiographic Assessment of the Popliteal Lymph Node to Aid the Differentiation of Canine StifleOsteosarcoma From Moderate to Severe Stifle Degenerative Joint Disease” Fiorini T and Hostnik ET. Top Companion Anim Med. 2018 Dec;33(4):136-140. doi: 10.1053/j.tcam.2018.08.002. Epub 2018 Aug 20.

ECoVAttualmente, la diagnosi di enterite da coronavirus equino (ECoV, equine coronavirus) prevede l'esclusione di altre cause infettive potenzialmente responsabili di malattia enterica e, parallelamente, la dimostrazione della presenza di ECoV nelle feci o nei tessuti tramite saggi molecolari. Questo percorso diagnostico, sebbene completo, è molto dispendioso e non sempre attuabile.

Partendo dall’ipotesi che l’eliminazione fecale del ECoV da parte dei cavalli ospedalizzati sia bassa, gli autori di questo studio si sono posti l’obiettivo di verificare se cavalli sani e cavalli con disturbi gastroenterici eliminassero il ECoV con le feci al momento del ricovero e dopo 48 ore di ospedalizzazione (per effetto dello stress associato al ricovero).

Lo studio ha incluso un totale di 130 cavalli, di cui 65 con patologia gastrointestinale e 65 sani, ospedalizzati per 48 ore. I campioni fecali sono stati raccolti al momento del ricovero e 48 ore dopo; tutti i campioni sono stati sottoposti a indagine PCR per ECoV e a microscopia elettronica.

Solo 1 su 258 campioni fecali era positivo alla PCR per ECoV. La microscopia elettronica ha identificato elementi simili al ECoV in 9 campioni su 258, elementi simili al parvovirus in 4 su 258 campioni e elementi simili a rotavirus in 1 su 258 campioni.

I risultati di questo studio permettono di concludere che la presenza del ECoV nelle feci di cavalli adulti ospedalizzati è bassa. Pertanto, alla positività alla PCR per ECoV in soggetti adulti con sintomi clinici compatibili con enterite da coronavirus deve essere dato un importante significato diagnostico. Questo studio, però, non chiarisce quale ruolo clinico attribuire all’osservazione di virus mediante microscopia elettronica.

 

“Evaluation of equine coronavirus fecal shedding among hospitalized horses” Sanz MG, et al. J Vet Intern Med. 2019 Mar;33(2):918-922. doi: 10.1111/jvim.15449. Epub 2019 Feb 20.

prstL’obiettivo di questo studio era quello di caratterizzare, mediante indagine immunoistochimica, la densità di linfociti T e B in corso di iperplasia prostatica benigna (IPB, n = 15), di carcinoma prostatico (CP, n = 24) e in prostate non affette da nessuna di queste due condizioni (n = 6).

I risultati hanno rivelato un aumento statisticamente significativo dei linfociti T e B nei CP rispetto a quanto osservato nei campioni con IPB e nelle prostate sane. Per quanto riguarda le varianti istologiche del CP, il numero più basso di linfociti CD3+ e CD79+ è stato osservato nel tipo più indifferenziato (solido). La densità delle cellule CD3+ era positivamente correlata con il tempo di sopravvivenza.

Questi risultati possono aiutare a comprendere i meccanismi immunologici che regolano lo sviluppo e la progressione dell’IPB e del CP, oltre a fornire dati di base per futuri studi immunoterapeutici.

 

“An immunohistochemical study of T and B lymphocyte density in prostatic hyperplasia and prostate carcinoma in dogs” Palmieri C, et al. Res Vet Sci. 2019 Feb;122:189-192. doi: 10.1016/j.rvsc.2018.11.022. Epub 2018 Nov 27.

page 1A dicembre 2018 l’ANMVI (Associazione Italiana Medici Veterinari Italiani) ha condotto una indagine quantitativa, tramite interviste telefoniche effettuate con Sistema C.A.T.I. (Computer Aided Telephone Interview) e conforme al codice ESOMAR (European Society for Opinion and Marketing Research), su un campione rappresentativo delle famiglie italiane che possiedano un animale domestico (esclusi pesci e invertebrate) e che abbiano instaurato un rapporto di cura e consulenza con i veterinari. La finalità dell’indagine era quella di sondare la percezione dei proprietari di pet relativamente all’importanza delle cure veterinarie e le aspettative che hanno nei confronti della figura del professionista veterinario.

La domanda inerente alla frequenza media con cui un proprietario porta il proprio animale a visita (mai/solo in caso di emergenze, una volta l’anno, due volte l’anno, più di due volte l’anno) ha mostrato che la percentuale di chi si reca regolarmente dal veterinario più di due volte l’anno (44,6%) è in crescita rispetto agli anni precedenti (38,6% negli anni 2017 e 2011; 21,4% nel 2007), soprattutto nelle regioni meridionali e centrali. Diversamente, rimane pressocchè invariata la percentuale di clienti che vanno dal veterinario esclusivamente in caso di emergenza (il 16,6%; contro il 14,5% del 2017, il 15,3% del 2011 e il 18,3% del 2007). Le motivazioni più comunemente addotte dai proprietari che si recano poco dal veterinario sono che il proprio animale sta bene, che si va dal veterinario solo per le vaccinazioni o in caso di emergenza. È interessante notare che mentre le ultime due motivazioni sono state addotte in percentuali crescenti negli ultimi anni, l’andare raramente dal veterinario perchè il proprio animale sta bene è stata una giustificazione riportata in una percentuale decrescente (67,4% contro l’87,5% del 2017) e per lo più da chi non ha un veterinario di fiducia (81,2%). Questi dati suggeriscono una sensibilità e un grado di informazione sempre maggiore dei proprietari, associate ad una fiducia nei confronti della figura professionale del veterinario. La salute e il benessere del proprio pet, intese come prevenzione, sta diventando una necessità sempre più sentita. Il medico veterinario viene considerato un influencer per le scelte relative all’alimentazione e, più in generale, riguardo tutte le problematiche ad essa annesse. Non a caso, il 48,8% dei clienti chiede consulto per la scelta del tipo di alimentazione e del pet food specifico; percentuale che aumenta fino all’81,4% per problematiche più generali, ma sempre collegate all’alimentazione.

Negli ultimi anni si afferma con maggiore rilevanza l’immagine del veterinario di fiducia come professionista, nel quale il cliente ricerca qualità quali competenza (43%) e serietà (39,8%), con percentuali di fidelizzazione molto elevate (85,1%). A dimostrazione della fiducia nei confronti della figura del veterinario, il 94,7% dei clienti dichiara di seguire sempre o quasi sempre le indicazioni fornitegli.

Negli ultimi 10 anni è aumentata la percezione che non vi sia uno standard uniforme di qualità delle prestazioni fornite. Il 65,2% dei clienti si dimostra disposto a spendere cifre più elevate per la cura del proprio pet qualora questo si traduca in una maggiore garanzia della qualità del servizio offerto. Che una struttura veterinaria sia ufficialmente certificata per la sua attività è considerato un valore aggiunto per il 93,5% dei proprietari, e questo è vero anche nel caso delle capacità scientifiche e professionali dei singoli medici veterinari che vi operano all’interno.

L’ESVPS (European School of Veterinary Post Graduated Studies) ha da tempo istituito dei programmi di formazione post-laurea (GPCert, General Practitioner Certificate) nelle diverse discipline d’interesse allo scopo di fornire una preparazione standardizzata su rigide indicazioni europee. Si tratta di una qualifica di livello intermedio, riconosciuta di valore internazionale, che risponde alle richieste sempre più esigenti dei proprietari di animali domestici.

dairy vaccinationLa selezione di ceppi batterici resistenti è una evenienza che sta coinvolgendo il mondo intero; l’abuso o l’impiego scorretto degli antibiotici sta alla base di questa preoccupazione che minaccia la salute pubblica e quella animale. Alcuni paesi europei, come Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, hanno adottato metodi per quantificare l’uso di antibiotici nel contesto dell’azienda agricola. Nel 2014, la Società Veterinaria operante nel settore zootecnico (SIVAR) ha lanciato un software, disponibile per tutti i membri, con l’obiettivo di quantificare l’effettivo utilizzo degli antibiotici all’interno delle aziende. Il software utilizza il sistema “Defined Daily Dose” (DDD, dose definita giornaliera), raccomandato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, per controllare l’uso di antibiotici umani) e dall’EMA (European Medicines Agency, per controllare l’uso di antibiotici zootecnici). Questo stesso sistema è impiegato, seppur con alcune differenze nel processo di calcolo, nei Paesi Bassi, in Belgio e in Danimarca. La SIVAR ha deciso di adottare il sistema di calcolo scelto dai Paesi Bassi a causa del loro ruolo di avanguardia nel settore lattiero-caseario.

Il presente studio, condotto in collaborazione con SIVAR presso aziende lattiero-casearie del Piemonte, ha come obiettivo principale quello di accertare la quantità media di antibiotico utilizzato e le sue modalità di impiego mediante il sistema “Defined Daily Dose on a year” (DDD/y, dose definita giornaliera su base annua). I risultati sono stati quindi confrontati con quelli olandesi, adottando gli stessi riferimenti attualmente utilizzati nei Paesi Bassi. Lo scopo secondario dello studio è quello di suggerire possibili modi per migliorare il software impiegato per calcolare la DDD/y per ogni azienda in funzione del tipo di antibiotico utilizzato e della categoria specifica di animali (vacche, giovenche e vitelli in allattamento).

Sono stati analizzati i dati relativi ai trattamenti antibiotici effettuati in un gruppo costituito da 15 aziende casearie appositamente selezionato in modo da riflettere la situazione media delle aziende casearie della regione, facendo riferimento alle statistiche ufficiali fornite dalla Banca Dati Nazionale dell'Anagrafe Zootecnica (BDN).

Lo studio riporta i risultati preliminari di un progetto più ampio che ha l'obiettivo di valutare l'effettivo utilizzo di antibiotici e le modalità d’impiego, con la finalità di ridurre l'uso di antibiotici in questo settore zootecnico.

L'utilizzo di antibiotici, misurato come valore medio di DDD/y, è risultato essere maggiore in Piemonte (2,4) rispetto ai Paesi Bassi (2,1; limite massimo ammesso: 4); ciò significa che la pressione selettiva sui batteri esercitata dall'uso di antibiotici è superiore a quella olandese. La differenza effettiva non è tuttavia così evidente come ci si potrebbe aspettare. La mancanza di normative specifiche che regolamentarizzino la DDD/y in Italia, ha fatto sì che l’applicazione delle normative europee sull'uso degli antibiotici per il bestiame abbiano mantenuto il valore medio della DDD/y delle aziende lattiero-casearie all’interno di un livello accettabile, ma non ancora ottimale. Uno dei motivi principali di ciò è che l'uso di antibiotici ha un forte impatto economico sull'azienda agricola; gli antibiotici costano e il loro utilizzo sulle vacche in lattazione impedisce la vendita del latte, con un impatto economico sulla redditività dell'intera azienda.

Il problema più rilevante riguardo l'uso di antibiotici in Piemonte è legato ai gruppi di molecole antibiotiche che vengono prevalentemente utilizzati. Infatti, in questa regione, le cefalosporine (sia di terza che di quarta generazione) e i chinoloni, che sono in cima alla lista degli agenti antimicrobici di importanza veterinaria redatti dall'Organizzazione mondiale per la salute degli animali (OIE), sono due dei tre gruppi di molecole più utilizzati nelle aziende lattiero-casearie.

Dal momento che in Italia non esiste una lineaguida comune per ridurre l’uso di antibiotici che si basi su dei limiti stabiliti per la DDD/y, gli autori dello studio suggeriscono alla SIVAR di impiegare un sistema di calcolo della DDD/y più vicino a quello olandese e di adottare gli stessi riferimenti attualmente in vigore nei Paesi Bassi, con la finalità di iniziare a costruire un sistema europeo comune per ridurre l'uso di antibiotici.
Queste misure, se applicate su vasta scala nei territori dell’unione europea, ridurrebbero il rischio complessivo di sviluppare ceppi batterici resistenti agli antibiotici. L’impegno sinergico di agricoltori e veterinari nella gestione del benessere del bestiame costituisce il fulcro della riduzione al minimo dell'uso di antibiotici nel settore zootecnico nell'UE.

 

“Dairy farms sustainable antibiotic usage monitored to extimate the risk of selecting antibiotic resistant bacteria at farm level, Italy: first result” Lazzarino LL, Massaglia S, Ferrero A.

 “Dairy farms sustainable antibiotic usage monitored to extimate the risk of selecting antibiotic resistant bacteria at farm level, Italy: first result” Lazzarino LL, Massaglia S, Ferrero A.

downloadIl lavaggio broncoalveolare (BAL, bronchoalveolar lavage) è una tecnica impiegata per recuperare secreto dalle basse vie respiratorie.

La finalità di questo studio era quella di indagare se la somministrazione di una singola dose di un broncodilatatore, il salbutamolo, in cavalli con diagnosi sospetta o confermata di asma equina potesse facilitare la procedura di recupero del liquido del BAL.

A questo scopo, 14 cavalli hanno ricevuto salbutamolo prima dell’esecuzione dell’esame endoscopico e del BAL; altri 14 cavalli non hanno ricevuto alcun trattamento. La procedura è stata eseguita con un catetere da BAL instillando 350 ml di soluzione fisiologica sterile ed è stata registrata la quantità di liquido recuperata.

La percentuale media del liquido recuperato era pari al 52% (DS ± 15%) nei cavalli trattati con salbutamolo e di solo il 38% (± 13%) nel gruppo di cavalli non trattati con salbutamolo (P = 0,013).

Gli autori consigliano di considerare la somministrazione di salbutamolo prima di eseguire il BAL nei cavalli con asma al fine di facilitare la procedura di recupero del liquido.

 

“The effect of single pretreatment with salbutamol on recovery of bronchoalveolar lavage fluid in horses with suspected or confirmed severe equine asthma” Varegg MS, et al. J Vet Intern Med. 2019 Mar;33(2):976-980. doi: 10.1111/jvim.15359. Epub 2019 Feb 1.

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