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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Eleonora Malerba

Eleonora Malerba

Giovedì, 04 Aprile 2019 14:08

Megaesofago nel cane

SFSBlog In letteratura veterinaria sono disponibili informazioni limitate riguardo le caratteristiche su vasta scala del megaesofago nella specie canina.

Questo studio si poneva come obiettivo quello di fornire informazioni relative alle caratteristiche di popolazione, all’anamnesi medica e familiare, alla diagnosi, alle malattie concomitanti e ai fattori predisponenti del megaesofago nel cane.

Tramite un sondaggio web, sono state selezionati 838 casi di megaesofago canino. Le razze che più frequentemente associate al megaesofago congenito erano pastori tedeschi, "goldendoodles", labrador retriever, danesi e bassotti. Le razze più spesso associate al megaesofago acquisito erano labrador e golden retriever, chihuahua, boxer, pastori tedeschi, bassotti e rottweiler. La diagnosi è stata emessa più spesso da un medico generico (63,6%) tramite radiografie semplici (63,3%) e/o con mezzo di contrasto baritato (45%). Il megaesofago congenito è stato diagnosticato nel 41,3% dei cani e la persistenza del quarto arco aortico destro nel 4,3% dei soggetti. Le malattie più comunemente associate al megaesofago acquisito erano la miastenia gravis (19,3%), l’esofagite (10,8%) e l’ipotiroidismo (8,8%).

I risultati del sondaggio confermano predisposizioni di razza già descritte e identificano ulteriori razze a rischio, quali bassotti, boxer, chihuahua, rottweiler e "goldendoodles". La miastenia gravis è stata riscontrata in una percentuale più bassa di soggetti rispetto a quanto riportato in precedenti studi, mentre l'ipotiroidismo è stato riscontrato in una percentuale più elevata.

La maggior parte delle diagnosi è stata effettuata da un medico generico e ciò potrebbe giustificare la discordanza con i risultati ottenuti in studi precedenti condotti presso strutture di referenza in cui potrebbero essere stati riferiti solo i cani con malattia più grave e che, pertanto, hanno avuto un outcome peggiore.

 

“Survey of owners on population characteristics, diagnosis, and environmental, health, and disease associations in dogs with megaesophagus” Haines JM. Res Vet Sci. 2018 Nov 30;123:1-6. doi: 10.1016/j.rvsc.2018.11.026. [Epub ahead of print]

18 103736L'obiettivo principale di questo studio retrospettivo era quello di stabilire la risposta, l'intervallo libero da malattia (DFI, disease-free interval) e la sopravvivenza complessiva dei gatti con carcinoma squamocellulare (CSC) del planum nasale trattati con plesioterapia con l’isotopo radioattivo stronzio-90 (Sr90). Uno scopo secondario era quello di indagare quale protocollo tra quello frazionato e quello a dose singola fosse più efficace in termini di risposta, DFI e sopravvivenza complessiva. Infine, il terzo obiettivo mirava ad identificare eventuali fattori prognostici che influenzassero la sopravvivenza.

Sono stati inclusi 74 gatti con diagnosi di CSC del planum nasale sottoposti a trattamento con plesioterapia con Sr90, di cui 32 con protocollo frazionato e 42 con un protocollo monodose.

La plesioterapia Sr90 è stata in grado di indurre una risposta completa nel 74% dei gatti con CSC. Il DFI mediano era di 780 giorni (intervallo di confidenza al 95% [CI] 383-1177); il 17% dei gatti avevano sviluppato una recidiva locale. La sopravvivenza complessiva per la totalità dei soggetti era di 1039 giorni (95% CI 55-1528). Il DFI dei gatti trattati con Sr90 frazionato era significativamente più lungo rispetto a quello dei gatti trattati con dose singola; diversamente, la risposta e la sopravvivenza complessiva non erano statisticamente differenti tra i due gruppi di gatti. Gli autori hanno identificato alcuni potenziali fattori prognostici che hanno influenzato la sopravvivenza complessiva; nello specifico, la malattia in stadio iniziale, l'assenza di problemi concomitanti e la risposta completa al trattamento sono risultati associati ad una sopravvivenza maggiore. La tossicità, sia acuta che a lungo termine, associata al trattamento era minima e il risultato estetico era piacevole in quasi tutti i casi.

Gli autori concludono che la plesioterapia con stronzio-90 costituisce un trattamento sicuro ed efficace nei gatti con CSC del planum nasale.

 

“Response, disease-free interval and overall survival of cats with nasal planum squamous cellcarcinoma treated with a fractionated vs a single-dose protocol of strontium plesiotherapy” Berlato D, et al. J Feline Med Surg. 2019 Apr;21(4):306-313. doi: 10.1177/1098612X18773913. Epub 2018 May 23.

cat pet animal domestic 104827L’obiettivo di questo studio retrospettivo era quello di indagare gli effetti conseguenti alla somministrazione prolungata di cortisonici nella specie felina.

A questo scopo, 25 gatti hanno ricevuto dosaggi non immunosoppressivi di metilprednisolone acetato per via parenterale per un periodo di almeno 3 anni. I parametri ematobiochimici e le concentrazioni di T4 di questi soggetti sono stati sottoposti ad analisi statistica al fine di identificare eventuali alterazioni statisticamente significative.

Le uniche variabili che hanno subito delle modificazioni significative sono risultate essere i trigliceridi, l’amilasi e la conta dei monociti. Tuttavia, le concentrazioni di tali parametri rimanevano comunque all’interno degli intervalli di riferimento. Nessuno degli altri parametri ha subito alterazioni statisticamente significative.

I risultati di questo studio suggeriscono che la somministrazione parenterale cronica (3 anni) di dosi non immunosoppressive di metilprednisolone acetato non influenza in maniera significativa la quasi totalità dei parametri ematobiochimici e le concentrazioni di T4; anche le variabili coinvolte, seppur modificate in maniera significativa, rimangono ugualmente all’interno degli intervalli di riferimento.

 

“Retrospective Study on the Effects of Long-Term Use of Methylprednisolone Acetate on the Blood Work of 25 Cats” Sohn J, et al. J Am Anim Hosp Assoc. 2019 Jan/Feb;55(1):23-28. doi: 10.5326/JAAHA-MS-6783. Epub 2018 Nov 14.

downloadL’obiettivo di questo studio era quello di stimare la prevalenza dell’incontinenza urinaria nei cani maschi e identificare eventuali fattori di rischio di carattere demografico in una popolazione di cani in Inghilterra.

Facendo riferimento al database VetCompass, sono state estratte le cartelle cliniche dei cani con incontinenza urinaria e raccolte le informazioni relative agli aspetti demografici e clinici di ciascun soggetto.

Dei 109.428 cani maschi selezionati dal database VetCompass, 1.027 avevano una diagnosi di incontinenza urinaria, con una prevalenza complessiva dello 0,94%. Le razze che hanno mostrato una maggiore probabilità di sviluppare incontinenza urinaria (confrontate con i cani di razza meticcia) includevano il bull mastiff (odds ratio: 17,21), il setter irlandese (odds ratio: 12,79), il fox terrier (odds ratio: 9,60), il bulldog (odds ratio: 5,72) e il boxer (odds ratio: 3,65). Inoltre, la probabilità di sviluppare incontinenza urinaria è risultata essere associata ad una maggiore età (da 9 a 12 anni, odds ratio: 10,46) e al fatto di aver stipulato una polizza assicurativa (odds ratio: 1,96). Diversamente, all’analisi multivariata, non è stata riscontrata alcuna associazione significativa con lo stato sessuale (castrato/intero) o con il peso corporeo.

La prevalenza complessiva dell'incontinenza urinaria nei cani maschi è pari a circa l'1%. Diversamente a quanto descritto nelle cagne femmine, la sterilizzazione e il peso corporeo non sono risultati associati ad una maggiore probabilità di sviluppare incontinenza urinaria.

 

“Urinary incontinence in male dogs under primary veterinary care in England: prevalence and riskfactors” Hall JL, et al. J Small Anim Pract. 2019 Feb;60(2):86-95. doi: 10.1111/jsap.12951. Epub 2018 Nov 1.

iStock 881121208L'alta prevalenza di disturbi muscoloscheletrici nei cavalli da corsa e il suo impatto sul benessere dei cavalli e sull'economia delle corse richiedono l’identificazione di strumenti più idonei per la diagnosi e la prevenzione degli infortuni. I biomarker sierici del metabolismo osseo e cartilagineo hanno già mostrato risultati promettenti nella previsione delle lesioni muscoloscheletriche.

Questo studio aveva l’obiettivo di indagare l’idoneità di alcuni biomarker sierici identificati nei cavalli da corsa purosangue nordamericani come predittori di disturbi muscoloscheletrici in una popolazione di cavalli purosangue polacchi.

Le concentrazioni sieriche di biomarker ossei e cartilaginei, quali osteocalcina, telopeptide c-terminale del collagene di tipo I, glicosaminoglicani (GAG), epitopi di condroitin solfato e c-propeptide del procollagene di tipo II (CPII), sono state misurate all'inizio della stagione di gare e nei successivi 3 mesi in un gruppo di 26 cavalli da corsa polacchi di 2 anni d’età. I risultati sono stati comparati con quelli di 35 cavalli da corsa nordamericani della stessa età, al fine di identificare i predittori universali di lesioni muscoloscheletriche.

I livelli medi di GAG e CPII erano inferiori nel gruppo che aveva subito il danno muscoloscheletrico rispetto al controllo, risultato coerente con quanto già descritto nei cavalli da corsa. Questi biomarker sono stati anche identificati come predittori di lesioni nel modello di popolazione mista. Nei cavalli affetti, una diminuzione delle concentrazioni sieriche dell'osteocalcina ed un aumento delle concentrazioni di telopeptide c-terminale del collagene di tipo I rispetto ai controlli sono risultate essere alterazioni specifiche della popolazione polacca e, in particolare, suggestive di una interruzione nei normali meccanismi omeostetici del turnover osseo.

Le variazioni delle concentrazioni sieriche di GAG e CPII nei cavalli da corsa a rischio di lesioni muscoloscheletriche sembrerebbero essere simili tra popolazioni distinte, mentre le modificazioni dei marker ossei sembrerebbero essere popolazione-specifiche.

 

“Revisiting predictive biomarkers of musculoskeletal injury in thoroughbred racehorses: longitudinal study in polish population” Turlo AJ, et al. BMC Vet Res. 2019 Feb 26;15(1):66. doi: 10.1186/s12917-019-1799-7.

Giovedì, 28 Marzo 2019 16:32

Lavaggio vescicale nel gatto ostruito

Standard KatKath Step 8L’obiettivo di questo studio clinico controllato randomizzato condotto su gatti maschi con ostruzione uretrale (OU) era quello di valutare l’influenza esercitata dal lavaggio vescicale sulla incidenza di recidiva durante il ricovero in ospedale, sul tempo di permanenza in situ del catetere urinario e sulla durata complessiva dell’ospedalizzazione.

Lo studio ha incluso un totale di 137 gatti maschi con OU che, dopo la disostruzione e il posizionamento di un catetere uretrale, sono (n = 69) o meno (n = 68) stati sottoposti a lavaggio vescicale con soluzione fisiologica (0,9% NaCl). I dati relativi a segnalamento, precedenti episodi di OU, presenza di cristalluria, difficoltà incontrata durante il cateterismo uretrale, frequenza di recidiva dell’OU durante il ricovero ospedaliero, tempo di permanenza in situ del catetere urinario e durata complessiva dell’ospedalizzazione sono stati confrontati tra i due gruppi di gatti.

Tra i soggetti in cui era stato effettuato il lavaggio vescicale e quelli non sottoposti a tale procedura, non sono state riscontrate differenze statisticamente significative per quanto riguarda l’incidenza di recidiva intra-ospedaliera (rispettivamente, 13% vs 19%), il tempo di permanenza in situ del catatere uretrale (37 ore [intervallo da 3 a 172 ore] vs 36 ore [intervallo da 1 a 117 ore]) e la durata complessiva dell’ospedalizzazione (3 giorni [intervallo da 0,5 a 12 giorni] vs 3 giorni [intervallo da 1 a 9 giorni]).

I risultati di questo studio clinico indicano che, nei gatti maschi con OU, il lavaggio della vescica urinaria al momento del cateterismo uretrale non ha influenzato significativamente né la frequenza di recidiva durante il ricovero ospedaliero, né il tempo di permanenza in situ del catetere urinario, né la durata complessiva del ricovero; tuttavia gli autori sottolineano la necessità di confermare o confutare tali risultati mediante studi più ampi.

 

“Effect of urinary bladder lavage on in-hospital recurrence of urethral obstruction and durations of urinary catheter retention and hospitalization for male cats” Dorsey TI, et al. J Am Vet Med Assoc. 2019 Feb 15;254(4):483-486. doi: 10.2460/javma.254.4.483.

Giovedì, 28 Marzo 2019 16:27

Piressia nei cani in giovane età

fever 1Lo scopo di questo studio retrospettivo era quello di descrivere la presentazione clinica, l'influenza esercitata da eventuali terapie somministrate prima del ricovero e la diagnosi finale di cani in giovane età piretici al momento della presentazione in clinica.

Lo studio ha incluso un totale di 140 cani di età compresa tra 1 e 18 mesi che, tra i segni clinici evidenziati durante l’esame fisico, presentassero anche piressia (≥ 39,2 °C) confermata nel corso del ricovero ospedaliero. DI ciascun soggetto sono stati raccolti i dati relativi al segnalamento, l’anamnesi (compresi precedenti trattamenti farmacologici), riscontri emersi alla visita clinica e la diagnosi finale. Quest’ultima è stata classificata all’interno delle categorie: infiammatoria non infettiva, infettiva, congenita, neoplastica e mista. Infine, è stata indagata l'interferenza esercitata dai precedenti trattamenti farmacologici sulla capacità di ottenere una diagnosi finale.

La diagnosi è stata raggiunta in 115/140 casi. Una patologia di natura infiammatoria non infettiva è stata identificata in 91 casi (79%), la malattia infettiva è stata diagnosticata in 19 casi (17%), quattro cani (3%) avevano una patologia congenita e un solo cane (1%) aveva una malattia neoplastica. Le razze più comunemente identificate erano Border collie (17/140; 12%), beagles (16/140; 11%), Labrador retriever (11/140; 8%), Springer spaniel (9/140; 6%) e cocker spaniel (8/140; 6%). Prima della presentazione in clinica e del ricovero, la maggior parte dei cani era già stata sottoposta a trattamento con antibiotici (83/140; 59%) e con farmaci antinfiammatori non steroidei (84/140; 60%) o steroidi (9/140; 6%), da soli o in combinazione. Né gli antibiotici né i farmaci antinfiammatori non steroidei hanno interferito con la capacità di ottenere una diagnosi. La meningite-arterite steroido-responsiva era la diagnosi finale di 55 dei 91 cani con malattia infiammatoria non infettiva. Tutti e quattro i cani con diagnosi di patologie congenite erano di razza Border collie.

La malattia infiammatoria non infettiva, in particolare la meningite-arterite responsiva agli steroidi, la poliartrite immuno-mediata e l'osteopatia metafisaria, è stata comunemente diagnosticata in questa popolazione di cani in giovane età piretici al momento del ricovero in clinica.

 

“Pyrexia in juvenile dogs: a review of 140 referred cases” Black VL, et al. J Small Anim Pract. 2019 Feb;60(2):116-120. doi: 10.1111/jsap.12938. Epub 2018 Oct 4.

pigGli antibiotici (AB) rivestono un ruolo fondamentale nel controllo delle malattie infettive negli allevamenti di suini; tuttavia, a causa del frequente abuso/sovradosaggio di tali farmaci, il problema dell’antibiotico-resistenza sta divenendo una questione sempre più oggetto di dibattito. Quali possano essere le gli effetti a lungo termine dell’abolizione dell'AB a scopo profilattico dal mangime per i suini non è noto.

L’obiettivo di questo studio è stato quello di valutare le conseguenze del mancato impiego profilattico degli AB sulle prestazioni e sulla salute dei suini dallo svezzamento alla macellazione.

Sono stati inclusi sei gruppi di maiali, ciascuno costituito da 140 soggetti, monitorati durante le fasi di svezzamento e finitura fino alla macellazione. La metà dei soggetti sono stati alimentati con un mangime contenente antibiotici (gruppo AB) e l’altra metà con un mangime privo di AB (gruppo NO-AB). I suini di entrambi i gruppi che sviluppavano malattia o zoppia venivano sottoposti a trattamento antibiotico per via parenterale. Durante la permanenza in allevamento sono state registrate le informazioni relative alle prestazioni produttive, ai trattamenti parenterali e alla mortalità; al momento della macellazione è stata indagata la presenza di malattia respiratoria.

Durante le prime fasi dello svezzamento, i suini del gruppo AB hanno mostrato una maggiore crescita (P = 0,018) e una maggiore assunzione di mangime (P = 0,048) rispetto ai suini del gruppo NO-AB; diversamente non sono state riscontrate differenze relativamente all’efficienza alimentare. Nonostante una riduzione iniziale delle prestazioni, i suini del gruppo NO-AB hanno avuto prestazioni simili nella fase di rifinitura con conseguenze minime sulla salute rispetto ai suini del gruppo AB. Al momento della macellazione, non è stata osservata alcuna differenza per quanto riguarda la percentuale di soggetti affetti da polmonite, pleurite, pleuropolmonite e ascessi tra i due gruppi (P> 0,05). Durante la fase di svezzamento, il tasso di mortalità non è risultato essere influenzato dall’aggiunta o meno di AB nel mangime (P = 0,806), anche se tendeva ad essere leggermente più alto nel gruppo NO-AB durante la fase di rifinitura (P = 0,099). La necessità di ricorso a trattamenti antibiotici per via parenterale era maggiore nel gruppo NO-AB durante la fase di svezzamento (P <0,001) ma non nella fase di rifinitura (P = 0,406).

Questi dati suggeriscono che l’abolizione degli antibiotici profilattici nei mangimi esercita un impatto molto contenuto sulle prestazioni produttive e sulla salute dei suini. Gli autori dello studio, infine sostengono che queste minime conseguenze potrebbero essere comunque evitate migliorando la gestione dell'allevamento e razionalizzando l'uso di antibiotici per via parenterale.

 

“Removing prophylactic antibiotics from pig feed: how does it affect their performance and health?” Diana A, et al. BMC Vet Res. 2019 Feb 26;15(1):67. doi: 10.1186/s12917-019-1808-x.

cat anL'uso di antibiotici nella medicina umana e veterinaria è considerato uno dei principali fattori responsabili della resistenza antimicrobica. Sebbene siano state sviluppate linee guida per promuovere l'uso appropriato degli antibiotici nei pazienti veterinari, si presume che il loro abuso sia una problematica ancora molto diffusa.

L'obiettivo di questo studio condotto in Svizzera era quello di indagare l'uso di antibiotici nei gatti con patologie acute delle prime vie respiratorie (aURTD, acute upper respiratory tract disease), patologie delle basse vie urinarie (FLUTD, feline lower urinary tract disease) e ascessi, e per valutare quanto le prescrizioni fossero conformi alle linee guida.

Lo studio ha previsto l’analisi retrospettiva di un totale di 776 casi (aURTD, n = 227; FLUTD, n = 333; ascessi, n = 216) di cui sono stati valutati gli aspetti relativi all’anamnesi, al work-up diagnostico e la prescrizione antibiotica (classe di appartenenza del principio attivo, posologia e durata del trattamento).

La percentuale di soggetti cui è stata prescritta una terapia antibiotica era pari al 77% nel caso delle aURTD, al 60% nel caso delle FLUTD e al 96% nel caso degli ascessi. Il 13-24% dei gatti ha ricevuto una associazione antibiotica o una terapia seriale. I gatti sono stati trattati per una mediana di 7 giorni nel caso degli ascessi e di 10 giorni nei casi di aURTD e FLUTD. Gli antibiotici più comunemente prescritti erano le aminopenicilline potenziate (40-64%), le cefalosporine di terza generazione (25-28%), le aminopenicilline (12-24%) e i fluorochinoloni (3-13%). Le prescrizioni sono state giudicate in completa conformità con le linee guida stabilite dal consenso nel 22% dei casi di aURTD, nel 24% dei casi di FLUTD e nel 17% dei casi di ascessi. La terapia antibiotica è stata prescritta anche quando non ce ne fossero le indicazioni nel 34% dei casi di aURTD, nel 14% dei casi di FLUTD e nel 29% dei casi di ascessi. La presenza di letargia, anoressia o febbre nei gatti con aURTD e l’identificazione di batteriuria nei gatti con FLUTD erano significativamente associati alla terapia antibiotica. Sebbene negli ospedali universitari i gatti fossero più frequentemente sottoposti al work-up diagnostico e la scelta della terapia antibiotica tenesse maggiormente in considerazione il ruolo critico di alcuni principi attivi rispetto a quanto riscontrato nelle strutture private, la percentuale di gatti cui veniva prescritto il trattamento antibiotico non era diversa tra le due tipologie di strutture.

I risultati di questo studio dimostrano che l’abuso di antibiotici nei gatti è una problematica ancora molto attuale è che la conformità con le linee guida è scarsa. Gli autori sottolineano la necessità di promuovere e diffondere la corretta gestione delle prescrizioni antibiotiche nella medicina dei piccoli animali.

 

“Antimicrobial use for selected diseases in cats in Switzerland” Schmitt K, et al. BMC Vet Res. 2019 Mar 14;15(1):94. doi: 10.1186/s12917-019-1821-0.

Saker eosinophilLa conta cellulare automatizzata dei campioni di sangue prelevati dalle specie aviarie risulta essere inaffidabile a causa del fatto che i globuli rossi sono nucleati. Per questa ragione, la conta dei globuli bianchi in queste specie viene effettuata manualmente, utilizzando il metodo Natt-Herrick.

Lo scopo di questo studio era di valutare l’efficienza di un nuovo test disponibile in commercio per il conteggio dei globuli bianchi degli uccelli, il Natt-Herricks-Tic®.

Nello studio sono stati inclusi un totale di 40 campioni di sangue EDTA prelevati da 24 specie diverse. Per valutare la correlazione tra il nuovo test e la metodica di riferimento (metodo manuale di Natt-Herrick), la conta dei globuli bianchi è stata effettuata su ciascun campione di sangue con entrambe le metodiche. Per determinare l’imprecisione, il conteggio dei globuli bianchi non corretti è stato determinato, con ciascuna delle due metodiche, da un campione di sangue EDTA per 10 volte consecutive.

Il test Natt-Herricks-Tic® ha dimostrato delle buone performance per quanto riguarda la qualità della colorazione e la numerabilità dei granulociti con l'emocitometro. Relativamente alla correlazione con la metodica di riferimento, il test ha rivelato essere affetto da un piccolo errore sistematico che rispetta ugualmente i limiti del 95% di agreement, indicando che l’errore è assolutamente casuale. Per quanto riguarda la precisione, il test Natt-Herricks-Tic® è risultato avere un coefficiente di variazione del 16% rispetto al 23% ottenuto con la metodica di riferimento.

Il metodo Natt-Herricks-Tic® ha mostrato una precisione accettabile e una buona correlazione con il metodo di riferimento. La diffusione del test potrebbe significare un impiego più concreto della conta dei globuli bianchi in un contesto clinico.

 

“White blood cell count in birds: evaluation of a commercially available method” Carisch L, et al. BMC Vet Res. 2019 Mar 14;15(1):93. doi: 10.1186/s12917-019-1834-8.

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