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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Eleonora Malerba

Eleonora Malerba

0001 129987653Il Canine Distemper Virus (CDV) e il Canine Parvovirus (CPV) sono agenti eziologici responsabili di infezioni associate ad un elevato tasso di mortalità. Questi virus infettano cani non vaccinati, ma anche cani che sono stati sottoposti a protocolli di vaccinazione incompleti. La vaccinazione svolge un ruolo importante nel ridurre il tasso di mortalità, nel prevenire l’infezione e nel controllare la diffusione del virus. Tuttavia, l'efficacia della vaccinazione potrebbe essere influenzata da diversi fattori, tra cui il piano vaccinale utilizzato e la neutralizzazione del vaccino da parte degli anticorpi materni.

Gli obiettivi di questo studio erano quello di studiare la risposta anticorpale nei cuccioli sottoposti a diversi protocolli di vaccinazione primaria contro il CPV e il CDV, e quello di stimare dopo quanto tempo avviene la sieroreversione in cani adulti non vaccinati da almeno 3 anni.

La protezione anticorpale è stata valutata in un totale di 20 cani: 5 cuccioli che hanno iniziato l'immunizzazione a 6 settimane d’età (gruppo A), 8 cuccioli che hanno iniziato la vaccinazione tra le 8 e le 12 settimane di età (gruppo B) e 7 cani adulti non vaccinati da almeno 3 anni (gruppo C). Da ciascun soggetto sono stati prelevati campioni di sangue ogni 3-4 settimane. Le risposte anticorpali sono state quantificate usando l’ELISA indiretta.

Alla seconda immunizzazione non sono state riscontrate differenze significative relativamente alla sieroconversione tra i gruppi A e B né per il CDV (p = 0,81) né per il CPV (p = 0,20). Alla terza immunizzazione, è stato osservato che il gruppo B necessitava di un tempo statisticamente più breve per ottenere un titolo anticorpale protettivo contro il CPV rispetto al gruppo A (p = 0,015). Lo stesso non era vero per il CDV (p = 0,41). Nel gruppo C, il tempo medio dopo il quale è stata osservata la sieroreversione è stato stimato di 2,86 anni per il CDV e di 7,63 anni per il CPV.

I risultati di questo studio evidenziano che la risposta al vaccino contro il CDV e il CPV è specifica in ogni individuo. L'efficacia della vaccinazione primaria nei cuccioli dipende principalmente dal titolo anticorpale acquisito dalla madre. Altri fattori come l'esposizione ambientale, i piani vaccinali utilizzati e l'attività del sistema immunitario influenzano la durata dell'immunità nei cani adulti. La variabilità riscontrata sottolinea la necessità dideterminare individualmente i livelli di immunità umorale al fine di valutare l'efficacia del vaccino.

 

“Evaluation of the humoral immune response induced by vaccination for canine distemper and parvovirus: a pilot study” Vila Nova B, et al. BMC Vet Res. 2018 Nov 16;14(1):348. doi: 10.1186/s12917-018-1673-z.

Giovedì, 06 Dicembre 2018 13:11

Ruolo del fieno bagnato nei cavalli asmatici

imagesÈ stato dimostrato che l'eliminazione degli stimoli antigenici è in grado di invertire in modo significativo l'ostruzione delle vie aeree nei cavalli gravemente asmatici. Ad oggi, nessuno studio ha indagato l'influenza del fieno bagnato sulla condizione delle vie aeree inferiori nei cavalli affetti da asma equina grave.

L’obiettivo di questo studio sperimentale era quello di determinare la risposta clinica, citologica e citochinica di cavalli asmatici e non (gruppo controllo) esposti al fieno bagnato o secco.

Sono stati inclusi 12 cavalli, di cui 6 con asma equina grave e 6 sani. Entrambi i gruppi sono stati nutriti con fieno bagnato per 5 giorni consecutivi e, successivamente, con fieno secco per altri 5 giorni consecutivi, separati da un periodo di wash-out di 26 giorni. Le valutazioni effettuate 2 giorni prima e 5 giorni dopo ogni cambio alimentare includevano il punteggio clinico, la quantità di muco tracheale, la citologia e l’espressione dell’mRNA citochinico nel liquido di lavaggio broncoalveolare.

La somministrazione di fieno bagnato ha ridotto significativamente il contenuto di muffa (P <0,001). Il punteggio del muco aumentava significativamente quando i cavalli venivano alimentati con fieno secco (P =0,01). Né il fieno bagnato né quello secco hanno esercitato un’influenza significativa sul punteggio clinico. La percentuale di neutrofili nel liquido di lavaggio broncoalveolare (P <0,001) nonché l’espressione delle citochine IL-1β (P =0,024), IL-6R (P =0,021), IL-18 (P =0,009) e IL-23 (P =0,036) erano significativamente aumentate dopo entrambe le prove nei cavalli affetti da asma grave. Infine, l'espressione dell'mRNA di IL-1β, IL-6R e IL-23 nel liquido di lavaggio broncoalveolare era significativamente correlata alla percentuale di neutrofili, al punteggio clinico e alla quantità di muco tracheale.

Gli autori concludono che la pratica di bagnare il fieno riduce significativamente la presenza di muffe, ma senza migliorare la risposta infiammatoria delle vie aeree dei cavalli affetti da asma equina grave. Alla luce dei risultati, l’efficacia di questa strategia rimane attualmente controversa.

 

“The influence of hay steaming on clinical signs and airway immune response in severe asthmatic horses” Orard M, et al. BMC Vet Res. 2018 Nov 15;14(1):345. doi: 10.1186/s12917-018-1636-4.

5b90e9593f32eLa sindrome della disgalassia postparto (SDP) delle scrofe è difficile da diagnosticare e la patogenesi è oscura. I cambiamenti ormonali associati alla malattia sono spesso difficili da distinguere da quelli riscontrati nel normale periodo di transizione dalla gestazione all’allattamento.

Questo studio si è posto l’obiettivo di indagare i cambiamenti metabolici e ormonali correlati alla SDP con lo scopo di identificare potenziali biomarker nelle scrofe affette da tale sindrome.

L’indagine è stata effettuata confrontando i biomarker selezionati tra 38 scrofe affette dalla sindrome (SDP+) e 38 scrofe sane (SDP-). I campioni sono stati prelevati ogni 24 h da 60 h prima del parto a 36 h dopo il parto.

In entrambi i gruppi di scrofe è stato riscontrato un aumento delle concentrazioni di cortisolo sierico e salivare e della glicemia a digiuno tra i prelievi effettuati a 60 h prima del parto e 36 h prima del parto. Nelle scrofe SDP+ è stata osservata una riduzione del peptide C rispetto al valore basale, mentre nelle scrofe SDP- è stata riscontrata una diminuzione della prolattina e dell’8-epi prostaglandina F2 alfa (8-epi-PGF2α). È stata evidenziata una differenza statisticamente significativa tra le scrofe SDP+ e quelle SDP- per quanto riguarda le concentrazioni di cortisolo nel siero e nella saliva, la cromatogranina salivare A (CgA), la glicemia a digiuno, il peptide C e l’8-epi-PGF2α. Alcuni di questi biomarker, quali il cortisolo nel siero e saliva, la CgA salivare e l’8-epi-PGF2α sierica, differivano statisticamente ancora prima del parto. Infine, le concentrazioni di CgA salivare sono state significativamente inferiori nelle scrofe SDP- rispetto alle scrofe PDS+ durante l'intero periodo di studio.

I risultati suggeriscono che la CgA salivare, il cortisolo e l’8-epi-PGF2α sierica possono potenzialmente essere impiegati come indicatori diagnostici precoci per la SDP. Il fatto che la concentrazione di CgA salivare si sia mantenuta costantemente più elevata nelle scrofe SDP+, potrebbe far supporre che i disturbi omeostatici, nelle scrofe che sviluppano la sindrome, siano presenti già nelle 36-60 h che precedono il parto. La maggiore concentrazione di cortisolo sierico e salivare nelle scrofe SDP+ potrebbe riflettere un segno precoce di infiammazione o stress; d’altro canto, il peptide C significativamente inferiore potrebbe dipendere da una minore assunzione di cibo. Gli autori concludono che tali risultati contribuiscono alla comprensione della patogenesi della SDP e che i disturbi omeostatici rilevati prima del parto, e le alterazioni dei relativi biomarker, meritano ulteriori approfondimenti.

 

“Hormonal and metabolic indicators before and after farrowing in sows affected with postpartum dysgalactia syndrome” Kaiser M, et al. BMC Vet Res. 2018 Nov 7;14(1):334. doi: 10.1186/s12917-018-1649-z.

getimageUno studio di corte retrospettivo si è posto gli obiettivi di descrivere le caratteristiche di un’ampia popolazione di cani con iperadrenocorticismo (HC, hyperadrenocorticism) al momento della loro morte e di identificare le comorbidità associate a questa endocrinopatia.

Su una popolazione di 70.574 cani, sono stati identificati 1.519 soggetti con HC. Per l’intera popolazione sono stati raccolti i dati relativi a segnalamento, presenza o assenza di HC, eziologia dell’HC (se specificata), frequenza di determinate comorbidità e causa del decesso.

L’HC era più frequente nelle femmine. La condizione di sterilizzazione è risultata associata ad una maggiore probabilità di avere l’HC. Tale endocrinopatia era la causa presunta di morte in 393 dei 1.519 cani con HC (25,9%). Nei 527 cani (34,7%) dei quali era nota l’eziologia, la forma ipofisaria era più comune (387/527; 73,4%) rispetto alla forma surrenalica (136/527; 25,8%). Il confronto con la popolazione di riferimento, ha permesso di evidenziare che l’HC era sovrarappresentato in alcune razze. Per alcune di queste, quali il barboncino e il bassotto, una predisposizione era già stata descritta; mentre per altre, quali il setter irlandese e il bassett hound, questo dato risulta nuovo. Tra le comorbidità indagate, i cani con HC, rispetto alla popolazione di riferimento, avevano un aumentato rischio di diabete mellito, infezioni del tratto urinario, urolitiasi, ipertensione, mucocele e patologie tromboemboliche.

L’HC è risultato significativamente associato ad alcune comorbidità, ma sembrerebbe non essere la principale causa di morte nei cani affetti.

 

“Canine hyperadrenocorticism associations with signalment, selected comorbidities and mortality within North American veterinary teaching hospitals” Hoffman JM et al. J Small Anim Pract. 2018 Nov;59(11):681-690. doi: 10.1111/jsap.12904. Epub 2018 Jul 23.

b3ce00f7ad09f7affa04b0b138d236bfGli obiettivi di questo studio erano descrivere la variabilità dei marker di funzionalità renale nei gatti iperazotemici e non, e indagare l’entità dei cambiamenti cui sono soggetti tali marker.

I marker di funzionalità renale indagati erano la creatinina plasmatica, il tasso di filtrazione glomerulare (GFR, glomerular filtration rate) e il peso specifico urinario (USG, urine specific gravity), i quali sono stati valutati al tempo zero e in un secondo “time point”. La variabilità intra-popolazione (coefficiente di variazione, CV%) è stata determinata al tempo zero; invece, la variabilità intra-individuale (CV%) e l’entità dei cambiamenti nel tempo sono stati determinati sulla base delle misurazioni ripetute.

Sono stati inclusi 29 gatti, di cui 5 avevano una malattia renale cronica ed erano iperazotemici. La variabilità intra-individuale nella concentrazione di creatinina era minore nei gatti iperazotemici rispetto ai gatti non iperazotemici (6,81% vs 8,82%), mentre la variabilità intra-individuale del GFR era maggiore nei gatti iperazotemici (28,94% vs 19,98%). La variabilità intra-popolazione era maggiore per il marker USG (67,86% nei gatti iperazotemici e 38,00% nei gatti non iperazotemici). Per quanto riguarda l’entità dei cambiamenti dei marker nel tempo, è stata riscontrata una variazione negativa relativamente alla concentrazione di creatinina sia nei gatti iperazotemici (-0,0265 μmol/l/die) che nei gatti che non lo erano (-0,0344 μmol/l/die); diversamente è stata osservata una variazione positiva relativamente al GFR sia nei gatti iperazotemici (0,0062 ml/min/giorno) che in quelli non iperazotemici (0,0028 ml/min/giorno). La maggior parte dei gatti con malattia renale cronica iperazotemica non ha avuto un declino apprezzabile della funzionalità renale durante lo studio.

I risultati riguardanti la variabilità intra-individuale suggeriscono che i marker più utili per il monitoraggio seriale della funzionalità renale siano la concentrazione di creatinina plasmatica nei gatti iperazotemici e il GFR nei gatti non iperazotemici.

 

“Repeated measurements of renal function in evaluating its decline in cats” Finch NC, et al. J Feline Med Surg. 2018 Dec;20(12):1144-1148. doi: 10.1177/1098612X18757591. Epub 2018 Feb 16.

haflingerIl carcinoma squamocellulare (CSC) è il tumore più comune in sede oculare nel cavallo, con una maggiore incidenza documentata nei cavalli di razza Haflinger. Recentemente, una variante di tipo “senso sbagliato” (missense) di uno specifico gene è stata identificata come fattore di rischio per lo sviluppo del CSC a carico del limbo nei cavalli Haflinger. Dal momento che il CSC nel cavallo interessa spesso la membrana nittitante, gli autori di questo studio hanno ritenuto opportuno indagare il ruolo di questa variante missense in corso di CSC in questa sede.

Nello studio, è stato identificato un antenato comune tra i cavalli Haflinger affetti da CSC del limbo o della membrana nittitante, supportando così l’ipotesi dell’esistenza di un fattore di rischio recessivo per lo sviluppo del cancro in entrambe le sedi oculari. L'analisi del genotipo dei cavalli Haflinger con e senza CSC della membrana nittitante ha rivelato che la regione genomica associata al CSC del limbo è la stessa associata al CSC della membrana nittitante. La mappatura genetica dettagliata di 25 casi di CSC e 49 controlli ha identificato nella variante missense un fattore di rischio per il CSC della membrana nittitante, poiché l'88% dei casi era omozigote per questa variante.

Questi dati indicano che, nei cavalli Haflinger, il rischio genetico di sviluppare un CSC a carico della membrana nittitante o del limbo è lo stesso, e supporta l'utilizzo dei test genetici sia per la gestione clinica che per le decisioni di accoppiamento.

 

“Genetic risk for squamous cell carcinoma of the nictitating membrane parallels that of the limbus in Haflinger horses” Singer-Berk M, et al. Anim Genet. 2018 Oct;49(5):457-460. doi: 10.1111/age.12695. Epub 2018 Jul 12.

CSCIl carcinoma a cellule squamose, o carcinoma squamocellulare(CSC), è la neoplasia più comunemente segnalata del planum nasale e il trattamento è di tipo locale. La maxillectomia rostrale e/o l’asportazione chirurgica della porzione del planum nasale interessata sono considerate le tecniche di cura standard per l'escissione del CSC in questa sede. Tuttavia, molti proprietari ritengono inaccettabili le conseguenze estetiche derivanti da queste procedure.

L’obiettivo di questo studio era quello di valutare l'efficacia della combinazione tra chirurgia laser ad anidride carbonica (CO2) e criochirurgia come modalità di trattamento palliativo nei cani con CSC nasale.

Sono stati inclusi 10 cani con CSC nasale con un'età media di 12,5 anni (range 9-15 anni), di cui 7 maschi castrati, 2 femmine sterilizzate e 1 maschio intero; 8 erano di razza Labrador retriever. L'ablazione del tumore con laser a CO2 è stata seguita dall’ablazione criochirurgica del tumore e dei tessuti adiacenti e sottostanti (3 cicli).

Il tempo mediano di sopravvivenza complessivo era di 260 giorni; due cani erano ancora vivi al momento della stesura dello studio.

Gli autori concludono che la combinazione tra laser a CO2 e ablazione criochirurgica costituisce una opzione pratica ed economica (anche se solo palliativa), garantendo un risultato estetico eccellente nei cani con CSC del setto nasale.

 

“Combined carbon dioxide laser and cryosurgical ablation of rostral nasal septum squamous cellcarcinoma in 10 dogs” Ierace MK, et al. Vet Dermatol. 2018 Oct;29(5):431-e142. doi: 10.1111/vde.12683. Epub 2018 Aug 21.

imagesLo scopo di questo studio era quello di valutare l'efficacia della terapia fotodinamica (TFD) in gatti con carcinoma squamocellulare (CSC), e di fornire informazioni relative all’outcome a lungo termine e ai fattori prognostici correlati a questa tipologia di trattamento.

I gatti con diagnosi istologica di CSC della testa e del collo hanno ricevuto un'iniezione endovenosa di meta-tetra(idrossilfenil)clorina (mTHPC) e, 4 ore dopo, sono stati sottoposti all’erogazione di una luce a 652 nm, tramite apposito laser a diodi. Un gruppo ha ricevuto una quantità ⩽10 J/cm2, l'altro gruppo, invece, ha ricevuto 20 J/cm2. La risposta al trattamento e la durata stessa della risposta sono state messe in relazioni ai seguenti potenziali fattori prognostici: stadio del tumore, diametro, posizione e intensità del trattamento effettuato.

In totale, 63 lesioni in 38 gatti sono stati sottoposti a trattamento, di cui 22 con intensità ⩽10 J/cm2 e 41 con 20 J/cm2. La percentuale complessiva di risposta è stata dell'84% (remissione completa 61%, remissione parziale 22%) con un intervallo medio libero da progressione di 35 mesi e un tempo medio di sopravvivenza totale di 40 mesi. Per quanto riguarda lo stadio del tumore, l'invasività è risultata fortemente correlata con un outcome peggiore (P <0,017). Tutti i pazienti con tumori invasivi avevano mostrato una progressione della neoplasia entro i 6 mesi dal trattamento. Le lesioni più grandi erano associate ad un controllo del tumore di più breve durata; infine, l’intensità del trattamento e la localizzazione del tumore non sono risultate correlate con la risposta al trattamento e con la durata della risposta.

La TFD consente di ottenere un eccellente controllo del tumore a lungo termine nella maggior parte dei gatti. Tuttavia, tumori invasivi e di grandi dimensioni sono risultati correlati ad un outcome signifcativamente peggiore, anche se trattati con intensità maggiore. Questo risultato potrebbe suggerire che la TFD non è indicata quando le lesioni sono in stadio avanzato.

 

“Evaluation of long-term outcome and prognostic factors of feline squamous cell carcinomastreated with photodynamic therapy using liposomal phosphorylated meta-tetra(hydroxylphenyl)chlorine” Flickinger I, et al. J Feline Med Surg. 2018 Dec;20(12):1100-1104. doi: 10.1177/1098612X17752196. Epub 2018 Jan 23.

cat dermLa dermatite allergica felina è una patologia comune in dermatologia veterinaria. Quando questa non è causata da allergeni alimentari o delle pulci è stata definita “feline atopic-like disease” (ALD) oppure “non-flea, non-food induced hypersensitivity dermatitis” (NFNFIHD). Una volta che si è provato a trattare le pulci, attuare opportuni cambi dietetici e somministrare farmaci immunosoppressivi sistemici, le opzioni terapeutiche alternative sono limitate.

Lo scopo di questo studio era quello di valutare l'efficacia del maropitant e la sua tollerabilità in 12 gatti con ALD.

A ciascun soggetto sono stati somministrati 2 mg/kg di maropitant PO q24h per 4 settimane. Sono stati valutati il decorso delle lesioni cliniche, il prurito e la tollerabilità, oltre ad eventuali effetti collaterali e variazioni del peso corporeo.

In 11 gatti su 12 sono stati registrati un miglioramento delle condizioni cliniche e del prurito; in un gatto è stato riscontrato un miglioramento esclusivamente del prurito. L'efficacia e la tollerabilità del trattamento sono state giudicate eccellenti o buone dall'83,3% dei proprietari. Non sono stati osservati effetti collaterali, ad eccezione di scialorrea autolimitante di breve durata in alcuni soggetti.

Gli autori concludono che questo studio preliminare sembrerebbe dimostrare che il maropitant costituisca un'opzione terapeutica efficace e ben tollerata per controllare il prurito nei gatti con ALD, ma che sono necessari ulteriori studi per confermare tali risultati.

 

Use of maropitant for the control of pruritus in non-flea, non-food-induced feline hypersensitivity dermatitis: an open-label uncontrolled pilot study” Maina E e Fontaine J. J Feline Med Surg. 2018 Nov 14:1098612X18811372. doi: 10.1177/1098612X18811372. [Epub ahead of print]

skin inflammation allergies atopy dogsLa letteratura veterinaria è carente di studi controllati che valutino l’efficacia di prodotti topici non steroidei per il trattamento della dermatite atopica canina (cAD, canine Atopic Dermatitis).

L’obiettivo di questo studio randomizzato in cieco era quello di confrontare l’efficacia clinica di una schiuma commerciale della quale è stata precedentemente dimostrata l’efficacia (schiuma A) e quella di una schiuma contenente componenti di estratti vegetali (schiuma B) in 8 cani con cAD non stagionale di grado lieve/moderato.

I cani sono stati trattati due volte alla settimana per 2 settimane con ciascuna delle due schiume; i due trattamenti sono stati separati tra loro da un periodo di wash-out di 14 giorni. Al termine di ciascun trattamento sono stati valutati i decorsi delle lesioni cliniche e del prurito, e la propensione del proprietario verso questo tipo di trattamento.

In entrambi i gruppi di trattamento è stato osservato un miglioramento significativo sia delle lesioni cliniche che del prurito (rispettivamente del 37,5% e del 26,09% per la schiuma A, e del 41,9% e del 32,6% per la schiuma B) (P <0,05).

Gli autori concludono che l’impiego di una schiuma in corso di cAD può essere utile per migliorare sia la gravità delle lesioni cutanee che del prurito, ed è una pratica facilmente accettata dai proprietari di pazienti atopici.

 

“Use of antipruritic and rehydrating foams on localized lesions of atopic dermatitis in dogs: a small-scale pilot and comparative double-blinded study” Bensignor EJ e Fabriès LJ. Vet Dermatol. 2018 Oct;29(5):446-e150. doi: 10.1111/vde.12675. Epub 2018 Aug 5.

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