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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Eleonora Malerba

Eleonora Malerba

Mercoledì, 10 Ottobre 2018 23:57

Laringite necrotizzante del bovino

laringiteLa laringite necrotizzante, causata dal Fusobacterium necrophorum, quando cronicizza, può spesso richiedere un intervento chirurgico (laringostomia).

Gli obiettivi di questo studio di coorte retrospettivo erano quelli di determinare la sopravvivenza (fino alla macellazione) di bovini trattati chirurgicamente per laringite necrotizzante e di identificare i predittori di mortalità.

Sono stati inclusi nello studio un totale di 221 bovini con diagnosi laringoscopica di laringite necrotizzante e trattati chirurgicamente.

Il tasso di sopravvivenza globale è stato del 65,2%. Gli animali di età inferiore ai 6 mesi mostravano un rischio di mortalità significativamente più alto (mortalità 2 volte maggiore). Un valore cut-off della pressione parziale venosa dell'anidride carbonica (pCO2) pari a 64,5 mm di Hg è risultato significativamente associato alla mortalità (mortalità 2,4 volte maggiore). Combinando insieme le variabili età (<6 mesi) e pCO2 (<2,4 mm di Hg), si ottenevano una sensibilità del 49,1% e una specificità dell’86,4%. Infine, è stato osservato che la TCO2 presenta un'accuratezza diagnostica simile a quella della pCO2.

In conclusione, la prognosi dei bovini con laringite necrotizzante cronica sottoposti ad intervento chirurgico è discreta. L’età, la pCO2 e la TCO2 sono predittori di sopravvivenza facilmente accessibili e vanno, pertanto, considerati quando bisogna scegliere del destino dei soggetti affetti da tale patologia.

 

“Use of a national identification database to determine the lifetime prognosis in cattle with necrotic laryngitis and the predictive value of venous pCO2” Pardon B, et al. J Vet Intern Med. 2018 Jul;32(4):1462-1470. doi: 10.1111/jvim.15223. Epub 2018 Jul 3.

TIRL'obiettivo di questo studio prospettico, condotto su gatti con paralisi acuta degli arti posteriori, era quello di valutare l'accuratezza diagnostica della termografia a infrarossi nei nel differenziare il tromboembolismo aortico (TEA) da condizioni non ischemiche.

Lo studio ha incluso un totale di 16 gatti suddivisi, sulla base della diagnosi finale, in un gruppo TEA (n=10) se la causa della paralisi era di natura ischemica, e un gruppo di controllo (n=6) se la causa era d’origine non-ischemica. Per ciascuno dei 4 arti è stata misurata la temperatura massima (Tmax), minima (Tmin) e media (Tmed). Sono state calcolate le differenze di temperatura tra arto anteriore (non coinvolto) e arto posteriore (coinvolto) relativamente alla Tmax (ΔT), alla Tmin (δT) e tra destra e sinistra (ΔTdestro e ΔTsinistro).

Nel gruppo TEA, la Tmax media dell’arto posteriore destro (23,6 ° C ± 1,9) e dell’arto posteriore sinistro (23,6 ° C ± 2,2), e la Tmed (22,7 ° C ± 2,2) erano significativamente inferiori rispetto al gruppo di controllo (rispettivamente 26,6 °C ± 3,5 [P = 0,042], 26,6 °C ± 2,4 [P = 0,024] e 25,7 °C ± 2,0 [P = 0,020]). Le differenze di temperature calcolate (ΔT, δT, ΔTdestro e ΔTsinistro) erano significativamente maggiori nel gruppo TEA rispetto al gruppo di controllo. Un ΔTmax, sia destro che sinistro, pari a 2,4 °C ha permesso la discriminazione tra il gruppo TEA e il gruppo di controllo con una sensibilità rispettivamente dell'80% (destro) e del 90% (sinistro), una specificità del 100% per entrambi, un valore predittivo positivo del 100% per entrambi e un valore predittivo negativo rispettivamente del 75% (destro) e dell’86% (sinistro).

I risultati di questo studio dimostrano che una differenza di temperatura minima di 2,4 °C tra arto anteriore (non coinvolto) e posteriore (coinvolto) ha una specificità eccellente e una sensibilità elevata per la diagnosi di TEA. Gli autori concludono che la termografia a infrarossi sembrerebbe essere una tecnica promettente, utile, semplice, non invasiva e rapida per rilevare il tromboembolismo aortico nei gatti, in particolare in situazioni di emergenza.

 

“Infrared thermography: a rapid and accurate technique to detect feline aortic thromboembolism” Pouzot-Nevoret C, et al. J Feline Med Surg. 2018 Aug;20(8):780-785. doi: 10.1177/1098612X17732485. Epub 2017 Sep 26.

Mercoledì, 10 Ottobre 2018 21:27

PCB e orche

PCBIn un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa Rivista Science dal Dr Jean Pierre Desforges e Collaboratori è stato predetto un drammatico declino numerico, superiore al 50%, che di qui alla fine di questo secolo interesserà la popolazione mondiale di orche (Orcinus orca).
La causa di questo impressionante calo demografico è stata ascritta dagli Autori del succitato articolo alle elevate concentrazioni di policlorobifenili (PCB) che le orche, in ragione del comprovato ruolo di "predatori apicali" che le colloca ai vertici delle catene trofiche marine, riescono ad accumulare nei propri tessuti corporei, specialmente a livello del "blubber", vale a dire del grasso sottocutaneo.
Nonostante i 40 anni oramai trascorsi dalla messa al bando da parte degli USA dei PCB, contaminanti ambientali persistenti chimicamente affiliati alle famigerate diossine ed all'altrettanto famigerato DDT, pure messo al bando nel 1970, i livelli effettivi e/o presunti di tali sostanze nel blubber di esemplari appartenenti a più popolazioni di orche popolanti i diversi mari ed oceani del Pianeta verrebbero considerati da Desforges e Collaboratori pienamente capaci di inficiare lo stato di salute e di conservazione della specie, provocandone appunto nel giro dei prossimi 80 anni la drammatica contrazione numerica anzidetta.
All'articolo in parola ha fatto seguito la pubblicazione, ancora su Science, di una "Letter to the Editor" congiuntamente firmata dal Professor Giovanni Di Guardo, Docente di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Universita' di Teramo, nonché dal Professor Antonio Fernandez, Docente di Anatomia Patologica Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Universidad de Las Palmas de Gran Canaria.
I due Studiosi, pur concordando sull'opportunità dell' "allerta" generato dal contributo di Desforges e Collaboratori, osservano tuttavia che, in virtù del cospicuo numero di contaminanti chimici che le orche - al pari di tutti gli altri Cetacei Odontoceti -sarebbero in grado sia di accumulare sia di "biomagnificare" contestualmente in ambito tissutale, risulterebbe molto difficile se non addirittura impossibile "dissezionare" l'azione patogena esplicata dai soli PCB rispetto a quella svolta dalle altre sostanze presenti nelle succitate "miscele". Inoltre, i potenti effetti immunotossici, unitamente a quelli esercitati sul sistema endocrino e sulla biologia riproduttiva dell'ospite da parte dei PCB, ricalcano in larga misura quelli esplicati da altri contaminanti ambientali, organoclorurati e non-organoclorurati, cosicché risulterebbe pressoché impossibile definire con precisione "chi fa cosa".
La tossicità dei PCB sulle orche dovrebbe esser parimenti messa in relazione, commentano Di Guardo e Fernandez, sia con i livelli di espressione dei recettori per tali composti (AHR) presenti nei tessuti di tale specie cetologica sia con le capacità metaboliche della stessa nei confronti dei PCB, senza peraltro dimenticare l'importante ruolo svolto dalle micro-nanoplastiche quali "attrattori, concentratori e trasportatori" di molteplici contaminanti ambientali persistenti, che a seguito di catastrofici eventi quali gli "tsunami" potrebbero esser così veicolati a grandi distanze.
Pertanto, concludono Di Guardo e Fernandez, sono necessari ulteriori, approfonditi studi finalizzati a definire il reale impatto dei PCB sulle popolazioni di orche a livello globale.

 

“Predicting global killer population collapse from PCB pollution” Desforges JP, et al. Science. 2018 Sep 28;361(6409):1373-1376. doi: 10.1126/science.aat1953.

“eLetters” Di Guardo G e Fernández A.

LPEL’MDR1 (multidrug resistance 1) è un gene che codifica per una proteina di membrana, chiamata P-glicoproteina (P-gp), coinvolta nei processi di omeostasi intestinale e nel fenomeno della resistenza ai farmaci. La ciclossigenasi-2 (COX2) è un enzima che svolge un ruolo cruciale nella sintesi delle prostaglandine proinfiammatorie, nell’oncogenesi e nella difesa mucosale. Sebbene l’importanza di questo gene e di questo enzima sia riconosciuta, le variazioni dei loro livelli di mRNA in corso di malattia infiammatoria intestinale (IBD, inflammatory bowel disease) e di linfoma alimentare a basso grado (LGAL, low-grade alimentary lymphoma) nella specie felina non sono ancora stati indagati.

L’obiettivo di questo studio era proprio quello di determinare i livelli di mRNA dell’MDR1 e della COX2 nei gatti con IBD e LGAL e di valutare la loro correlazione con i segni clinici, la gravità istologica e dei geni tra loro.
Sono stati inclusi nello studio 20 gatti con IBD, 9 gatti con LGAL e 3 gatti sani (gruppo controllo) sottoposti ad endoscopia subito prima della ovario isterectomia. Tutti i campioni bioptici duodenali sono stati ottenuti mediante endoscopia e per ciascun caso è stato calcolato l'indice di attività dell’enteropatia cronica felina. L'istopatologia IBD è stata classificata in base alla gravità. I livelli di mRNA dell’MDR1 e della COX2 sono stati determinati mediante PCR.

Dalle analisi statistiche sono emerse delle differenze statisticamente significative per i livelli di mRNA di MDR1 e COX2 tra i gruppi IBD e LGAL. Diversamente, nessuna correlazione è stata osservata tra espressione genica molecolare, indice di attività dell’enteropatia cronica felina e grado istologico relativamente all’IBD, né è stata evidenziata una correlazione tra i geni MDR1 e COX2. Tuttavia, è stata osservata una correlazione positiva tra l'espressione di MDR1 e COX2 nel duodeno dei gatti.

L'espressione genica dell’MDR1 e della COX2 è aumentata nei gatti con LGAL rispetto ai gatti con IBD. Il gruppo di controllo tendeva ad avere valori più bassi per entrambi i geni rispetto ai gatti con IBD e LGAL. Questi risultati suggeriscono che questi geni possono essere coinvolti nella patogenesi dell’IBD o del LGAL nei gatti.

 

“Pilot study: duodenal MDR1 and COX2 gene expression in cats with inflammatory bowel diseaseand low-grade alimentary lymphoma” Castro-López J, et al. J Feline Med Surg. 2018 Aug;20(8):759-766. doi: 10.1177/1098612X17730708. Epub 2017 Sep 26.

hirseLesioni a carico dell’estremità distale del tarso e prossimale del metatarso sono generalmente causa di zoppia nel cavallo. La risonanza magnetica (MRI) è uno strumento che offre il vantaggio di valutare simultaneamente sia le articolazioni distali del tarso che l’origine del legamento sospensore del nodello, e aiuta ad identificare lesioni che potrebbero non essere rilevate mediante altre tecniche diagnostiche.

In questo studio osservazionale, un radiologo certificato ha valutato retrospettivamente le immagini di risonanza magnetica di 125 arti (103 cavalli). Le alterazioni a carico dei tessuti molli e delle ossa sono state caratterizzate e classificate in funzione della gravità. Di ciascun paziente sono stati registrati i dati relativi al segnalamento, la gravità della zoppia e i risultati dell'analgesia diagnostica.

Il riscontro più frequente era rappresentato da alterazioni osteoartrosiche a carico delle articolazioni presenti tra le ossa della fila distale del tarso e dell’articolazione tarso-metatarsica. Meno frequenti erano le lesioni del midollo osseo, alterazioni degenerative dell’osso cuboide, lesioni cistiche subcondrali e desmopatia intertarsale. La desmopatia del legamento sospensore del nodello è stata osservata nel 53% degli arti. Il 47% degli arti che hanno risposto all'analgesia del legamento sospensore prossimale presentava lesioni più gravi a carico della parte distale del tarso. Le lesioni del midollo osseo del grande cuneiforme rilevate mediante MRI erano le uniche a presentare una correlazione con la gravità della zoppia.

I risultati di questo studio dimostrano che il grado di zoppia ha una scarsa correlazione con la gravità delle lesioni osservate in risonanza magnetica. Tuttavia, data la difficoltà di localizzare la lesione tramite l’analgesia diagnostica, gli autori supportano l'uso della risonanza magnetica in quanto consente la valutazione simultanea sia della parte distale del tarso che della parte prossimale del metatarso.

 

“High field magnetic resonance imaging contributes to diagnosis of equine distal tarsus and proximal metatarsus lesions: 103 horses” Barrett MF, et al. Vet Radiol Ultrasound. 2018 Sep;59(5):587-596. doi: 10.1111/vru.12659. Epub 2018 Jul 19.

mineralLa mineralizzazione dei tendini/legamenti nella specie equina è una condizione riconosciuta, ma il cui significato clinico non è ancora noto.

Gli obiettivi di questo studio osservazionale consistevano nel riportare quali strutture fossero, dal punto di vista ecografico, più frequentemente coinvolte nel processo di mineralizzazione, e descriverne le caratteristiche cliniche più salienti.

Lo studio ha incluso un totale di 27 cavalli. Le mineralizzazioni erano state riscontrate più comunemente a livello del tendine del flessore profondo del dito (n=10; circa il 10% dei problemi diagnosticati a carico di questa struttura) e delle branche del legamento sospensore del nodello (n=8; circa il 7% dei problemi diagnosticati a carico di queste strutture).
In 2 dei cavalli con interessamento del tendine del flessore profondo del dito e in 3 dei cavalli con coinvolgimento delle branche del legamento sospensore del nodello, la mineralizzazione era bilaterale. Nel caso del tendine flessore profondo, la mineralizzazione era limitata alla guaina tendinea, più comunemente alla sua porzione prossimale, e in 7 casi su 10 erano coinvolti gli arti posteriori. Nel caso del legamento sospensore del nodello, in 10 arti su 11 la mineralizzazione era visibile nella stessa finestra ad ultrasuoni delle ossa sesamoidee prossimali, e in 6 casi su 8 erano coinvolti gli arti anteriori. Un precedente trattamento con corticosteroidi era riportato in uno dei cavalli in cui la mineralizzazione era a carico del tendine del flessore profondo del dito e in uno dei cavalli in cui la mineralizzazione era a carico delle branche del legamento sospensore del nodello. La mineralizzazione era associata a zoppia in molti soggetti, ma non in tutti. In due casi l’area di mineralizzazione a livello del tendine del flessore profondo del dito precedeva la comparsa di aree ipoecogene.

I risultati di questo studio dimostrano che la mineralizzazione dei tendini/legamenti può essere associata a zoppia in alcuni cavalli, ma può trattarsi anche di un reperto accidentale.

 

“Mineralization can be an incidental ultrasonographic finding in equine tendons and ligaments” O'Brien EJO and Smith RKW. Vet Radiol Ultrasound. 2018 Sep;59(5):613-623. doi: 10.1111/vru.12628. Epub 2018 May 18.

Martedì, 02 Ottobre 2018 13:24

Perforazione esofagea in 5 cani

T1511C08 Fig06In corso di perforazione esofagea è generalmente raccomandata la gestione chirurgica. Tuttavia questa procedura è costosa e invasiva, e richiede un livello di abilità chirurgica elevato.

In questo studio sono descritti 5 casi di perforazione esofagea secondaria alla presenza di un corpo estraneo esofageo nel cane, trattati con una gestione conservativa.

I segni clinici, al momento della presentazione, erano tachicardia, tachipnea e aumento dello sforzo respiratorio. In tutti i casi è stato eseguito uno studio radiografico del torace che ha evidenziato la presenza di versamento pleurico e mediastinico, suggerendo la presenza di una perforazione esofagea. In 4 cani su 5, dopo la rimozione endoscopica del corpo estraneo, è stata evidenziata una discontinuità a tutto spessore della parete esofagea. Tutti i soggetti sono stati trattati con fluidoterapia e terapia antibiotica endovenosa, analgesia e inibitori di pompa protonica; un cane ha ricevuto prednisolone sodio succinato per via endovenosa a causa di una grave infiammazione del faringe. In 2 casi, in sede endoscopica, è stata posizionata una sonda gastrostomica percutanea per l’alimentazione.
Le complicazioni conseguenti alla rimozione del corpo estraneo faringeo comprendevano pneumotorace in 2 casi e pneumomediastino in 4 casi. Quattro dei 5 cani sono sopravvissuti e non hanno presentato complicazioni nelle 2-4 settimane dopo la dimissione; un cane, invece, è stato sottoposto ad eutanasia a seguito della polmonite da aspirazione sviluppatasi dopo la rimozione del corpo estraneo.

Gli autori concludono che, nei cani con perforazione dell'esofago secondaria alla presenza di un corpo estraneo, la gestione medica può essere una valida opzione terapeutica, alternativa alla gestione chirurgica.

 

“Medical management of esophageal perforation secondary to esophageal foreign bodies in 5 dogs” Teh H, et al. J Vet Emerg Crit Care (San Antonio). 2018 Sep;28(5):464-468. doi: 10.1111/vec.12757. Epub 2018 Aug 20.

vec12734 fig 0001 mLa dilatazione-torsione gastrica (GDV, gastric dilatation-volvolus) nel gatto è un evento raro ed è stata descritta in corso di ernia diaframmatica traumatica.

L’obiettivo di questo studio è quello di descrivere 2 casi di GDV in gatti che non avevano un’anamnesi di trauma o di ernia diaframmatica, ed evidenziare le differenze che contraddistinguono la GDV del gatto da quella del cane.

In entrambi i casi si trattava di gatte femmine sterilizzate di razza Persiana portate in visita per distress respiratorio. L’esame fisico iniziale aveva evidenziato tachipnea, dispnea e un addome gravemente disteso e dolorante. Le radiografie dell’addome avevano mostrato una dilatazione gassosa dello stomaco e dell’intestino in entrambe le gatte, ma solo in un caso la radiografia era diagnostica per GDV. La laparotomia esplorativa ha confermato la presenza di una GDV in entrambe le gatte e, in sede intraoperatoria, è stata effettuata la gastropessi con successo.

Questi 2 casi confermano che la GDV nel gatto non è esclusivamente associata all’ernia diaframmatica traumatica. Pertanto gli autori consigliano di considerare la GDV nell’elenco delle diagnosi differenziali del distress respiratorio e della distensione addominale del gatto, anche quando i reperti radiografici non sono quelli tipici di questa patologia.

 

“Spontaneous gastric dilatation-volvulus in two cats” Leary ML and Sinnott-Stutzman V. J Vet Emerg Crit Care (San Antonio). 2018 Jul;28(4):346-355. doi: 10.1111/vec.12734. Epub 2018 Jun 15.

IVRLPL’obiettivo di questo studio sperimentale era quello di determinare le concentrazioni di meropenem nel plasma e nel liquido sinoviale dell’articolazione radiocarpica dopo perfusione endovenosa isolata dell'arto (IVRLP, intravenous regional limb perfusion).

Nove cavalle adulte sane sono state sedate in stazione ed è stato iniettato meropenem (500 mg) nell'arto anteriore tramite IVRLP con l’ausilio di un tourniquet pneumatico ad una pressione di 400 mmHg. Il liquido sinoviale è stato prelevato dall’articolazione radiocarpica a 0, 0,5, 1, 2, 4, 6, 8, 12 e 18 ore dopo l'iniezione di meropenem. Campioni di sangue sono stati prelevati dalla vena giugulare agli stessi intervalli di tempo e 5 e 15 minuti dopo l'iniezione.

Le concentrazioni mediane di meropenem nel liquido sinoviale hanno raggiunto il valore più elevato 30 minuti dopo la IVRLP. Le concentrazioni di farmaco all’interno del fluido sinoviale variavano considerevolmente, con una concentrazione massima media di 25,6 μg/ml. Le concentrazioni sono rimaste al di sopra del limite soglia di sensibilità (1 μg/mL) per 3 ore (ultima concentrazione “non-zero” misurata, mediana) e 4,1 ore (valore previsto, media). Concentrazioni maggiori di 6 μg/mL sono state misurate per 2 ore (valore osservato, mediana) e 1,7 ore (valore previsto, media). Sei cavalle hanno manifestato un leggero gonfiore nel sito di iniezione.

La somministrazione di 500 mg di meropenem ha portato a concentrazioni inter-individuali altamente variabili e ha raggiunto livelli superiori alla concentrazione minima inibitoria per un arco di tempo molto esiguo considerando un intervallo di somministrazione giornaliero (ogni 24 ore).
Secondo i risultati di questo studio, la IVRLP con 500 mg di meropenem potrebbe risultare inefficace e, ancora peggio, potrebbe favorire il fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

 

“Meropenem synovial fluid concentrations after intravenous regional limb perfusion in standing horses” Fontenot RL, et al. Vet Surg. 2018 Aug;47(6):852-860. doi: 10.1111/vsu.12940. Epub 2018 Jul 31.

HSAL’obiettivo di questo studio retrospettivo multicentrico era quello di definire e confrontare le caratteristiche cliniche dell’emangiosarcoma appendicolare (HSA, appendicular hemangiosarcoma) primario e dell’osteosarcoma teleangectasico (tOSA, telangiectatic osteosarcoma) nella specie canina.

A questo scopo sono state utilizzate le cartelle cliniche di 70 cani, 41 con HSA e 29 con tOSA, dalle quali sono stati ricavati i dati relativi a segnalamento, presentazione clinica, risposta al trattamento e prognosi. La diagnosi definitiva è stata effettuata sulla base dell’esame immunoistochimico.

I risultati dello studio hanno mostrato che i cani con HSA avevano una maggiore probabilità di essere maschi e che l’arto coinvolto fosse un posteriore; infatti, il 78% degli HSA era su un arto posteriore e, più frequentemente, a carico della tibia. I cani con tOSA pesavano una mediana di 9,9 kg (95% CI 4,6-15,3) in più rispetto ai cani con HSA. La maggior parte dei cani ha ricevuto un trattamento antineoplastico, che il più delle volte era consistito nell'amputazione dell’arto con o senza chemioterapia adiuvante. La sopravvivenza complessiva per i soggetti sottoposti ad amputazione e chemioterapia è stata di 299 giorni (IC 95% 123-750) nel caso dell’HSA e di 213 giorni (IC 95% 77-310) nel caso dell’tOSA. L'età più giovane e un trattamento più aggressivo sono stati associati a una sopravvivenza più lunga nei cani con HSA ma non in quelli con tOSA. Le percentuali di sopravvivenza a un anno non differivano tra i cani con HSA (28%) e quelli con tOSA (7%).

Nella popolazione di cani presa in esame in questo studio, sono state identificate caratteristiche cliniche distinte tra HSA e tOSA. Entrambi i tumori erano aggressivi, con un'alta incidenza di metastasi polmonari. Tuttavia, il trattamento locale (amputazione) combinato con la chemioterapia ha portato ad una sopravvivenza media di 7 mesi nei cani con tOSA e di 10 mesi nei cani con HSA.
Gli autori concludono che in presenza di lesioni litiche a carico delle ossa deve essere presa in considerazione, come diagnosi differenziale, l’HSA, specialmente nei cani di media taglia e in cui la lesione è a carico della tibia. L’HSA ha una presentazione clinica peculiare, ma una risposta terapeutica e un outcome simili a quelli dell’OSA. L'amputazione e la chemioterapia sembra prolunghino la sopravvivenza in alcuni cani con HSA e tOSA.

 

“Primary appendicular hemangiosarcoma and telangiectatic osteosarcoma in 70 dogs: A Veterinary Society of Surgical Oncology retrospective study” Giuffrida MA, et al. Vet Surg. 2018 Aug;47(6):774-783. doi: 10.1111/vsu.12926. Epub 2018 Jul 26.

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