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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Gaia Carotenuto

Gaia Carotenuto

Giovedì, 24 Maggio 2018 20:41

Urolitiasi ostruttiva nei piccoli ruminanti

becchiUno studio retrospettivo si è posto l’obiettivo di descrivere gli aspetti clinici e le procedure diagnostiche in un’ampia popolazione costituita da 270 piccoli ruminanti di sesso maschile (158 arieti e 112 becchi) affetti da urolitiasi ostruttiva.

L’81,2% dei becchi con urolitiasi erano castrati e il 91,7% degli arieti erano maschi interi; il 65,5% dei soggetti era sintomatico da meno di 2 giorni prima della presentazione. Segni clinici comuni erano disuria (93,6%), indigestione (84,4%), peggioramento delle condizioni di salute (79,5%), dolore (73%), aumento della frequenza cardiaca (53,6%) e respiratoria (39,1%), iperazotemia (89,4%). L'azoto ureico nel sangue (BUN) e le concentrazioni di creatinina erano fortemente correlate (r2 = 0,81). Gli squilibri elettrolitici più comunemente riscontrati erano ipocloremia (52,2%), iponatremia (43,3%), ipofosfatemia (52,4%), ipokaliemia (26,2%) e iperkaliemia (24,5%). Il PCV, le proteine plasmatiche, il potassio, la BUN e le concentrazioni di creatinina erano significativamente aumentati negli animali con uroperitoneo. L'ecografia ha permesso di confermare la diagnosi nell'83,9% dei casi (135/161 con sufficienti informazioni disponibili), gli uroliti erano visibili su 34 di 56 radiografie standard.

I risultati di questo studio hanno confermato che gli esami clinici ed ecografici sono sufficienti per diagnosticare l'urolitiasi. I segni clinici possono essere suddivisi in uno stadio precoce caratterizzato da lievi segni clinici aspecifici, uno stadio doloroso contraddistinto da frequenti sforzi, manifestazioni algiche e un moderato peggioramento delle condizioni generali, e uno stadio avanzato caratterizzato da decubito e un marcato peggioramento delle condizioni generali.

“Clinical findings and diagnostic procedures in 270 small ruminants with obstructive urolithiasis” Riedi AK, et al. J Vet Intern Med. 2018 aprile 16. [Epub ahead of print]

linfomatosiLa diffusione metastatica del linfoma felino al peritoneo ("linfomatosi") è stata raramente riportata in letteratura. Riconoscere questa condizione ha delle importanti implicazioni dal punto di vista diagnostico, terapeutico e prognostico.

Uno studio ha descritto le caratteristiche ecografiche specifiche della linfomatosi peritoneale felina in 4 gatti con linfoma alimentare e metastasi peritoneali confermate mediante citologia, istologia o entrambe.

Le caratteristiche ecografiche descritte comprendono sia una massa intestinale non ostruttiva, focale e circonferenziale, che una massa gastrica eccentrica, focalmente diffusa. Le lesioni intestinali e gastriche erano caratterizzate da un ispessimento ipo- anecogeno delle pareti con perdita della normale stratigrafia ed erano associate alla presenza di placche o lastre di tessuto ipoecogeno separate o confluenti localizzate a livello di mesentere e omento. Tutti i soggetti mostravano solo piccole quantità di versamento peritoneale anecogeno. Tre dei quattro gatti avevano anche numerosi piccoli focolai nodulari ipoecogeni sulle superfici parietali e/o viscerali del peritoneo. Due gatti avevano una nefromegalia bilaterale e 1 gatto aveva una linfoadenopatia locale secondarie all'invasione di questi organi da parte del linfoma.

La linfomatosi peritoneale è una rara manifestazione di metastasi di linfoma e ad oggi sembra essere associata specificamente al linfoma alimentare a cellule B.

 

“Sonographic features of peritoneal lymphomatosis in 4 cats” Morgan KRS, et al. J Vet Intern Med. 2018 Mar 23. [Epub ahead of print]

urolita

Uno studio longitudinale prospettico ha descritto l'aspetto ecografico del sito di incisione della vescica urinaria in 18 cani sottoposti a cistotomia per il trattamento dell'urolitiasi.

Di ciascun paziente sono stati raccolti i dati relativi al segnalamento, peso, terapie somministrate, composizione dell’urolita e risultati dell’esame colturale. I soggetti sono stati sottoposti a ecografia della vescica al tempo zero (nelle 24 ore antecedenti all'intervento chirurgico), il giorno successivo all’intervento e circa 2, 6 e 12 settimane dopo la cistotomia. Al tempo zero è stato calcolato il rapporto tra lo spessore della parete ventrale (ovvero il sito della cistotomia) e lo spessore della parete dorsale, valutate a livello della zona mediana della vescica; tale parametro è stato successivamente utilizzato per confrontare le variazioni di misura durante le valutazioni successive. Durante i follow-up sono stati registrati i dati relativa alla ricomparsa di segni clinici, presenza di focolai iperecogeni intravescicali e visualizzazione della sutura chirurgica. Infine è stata valutata la presenza di una correlazione tra queste variabili e l’ispessimento del sito di sutura della cistotomia e la sua risoluzione.

Al tempo zero, lo spessore della parete ventrale della vescica era significativamente maggiore rispetto a quello della corrispondente parete dorsale. L'ispessimento del sito di cistotomia ha raggiunto il picco il giorno dopo l'intervento chirurgico ed è progressivamente diminuito durante i follow-up. Dodici settimane dopo l'intervento, 5 su 10 cani clinicamente sani hanno mostrato un ispessimento persistente del sito di cistotomia. Durante lo studio, in 11 dei 18 cani è stata evidenziata la presenza di focolai iperecogeni intravescicali (tempo mediano al momento della prima documentazione, 17 giorni dopo l'intervento).

Un ispessimento persistente del sito di cistotomia può essere presente fino a 3 mesi dopo la cistotomia per l'urolitiasi nei cani senza segni clinici a carico delle vie urinarie inferiori. Anche in assenza di sintomi, il riscontro di focolai iperecogeni vescicali è stato riscontrato più precocemente e con una frequenza maggiore rispetto a quanto atteso.

 

“Ultrasonographic evaluation of the canine urinary bladder following cystotomy for treatment of urolithiasis” Mariano AD, et al. J Am Vet Med Assoc. 2018 1 maggio; 252 (9): 1090-1096.

cat tap water thirstL’ipercalcemia è comunemente associata alla malattia renale cronica (CKD, chronic kidney disease) nella specie felina.

Uno studio di coorte ha indagato la risposta della calcitonina all’ipercalcemia ionizzata in 33 gatti con CKD iperazotemici e ha valutato la relazione tra la calcitonina plasmatica e il calcio ionizzato, la fosfatasi alcalina (ALP) e l’escrezione urinaria di calcio. La popolazione di gatti è stata suddivisa in due gruppi: il gruppo “responders” era costituito dai gatti che presentavano un aumento della concentrazione plasmatica di calcitonina in risposta all’ipercalcemia ionizzata, e il gruppo “nonresponders” era costituito dai soggetti che non presentavano tale aumento.

In 11 dei 33 gatti ipercalcemici sono state riscontrate concentrazioni di calcitonina superiori al limite inferiore di rilevazione (> 1,2 pg/ml, intervallo 1,7-87,2 pg/ml); questi soggetti sono quindi stati classificati come “responders”. La concentrazione ematica di calcio ionizzato non differiva statisticamente tra i “responders” (mediana 1,59 mmol/L, range 1,46-1,66 mmol/L), P=0,22) e i “nonresponders” (mediana 1,48 mmol/L, range 1,43-1,65 mmol/L; P=0,22). Non è stata evidenziata alcuna correlazione tra la calcitonina plasmatica e il calcio ionizzato ematico (P=0,31) nei gatti ipercalcemici. Diversamente, valutando ogni soggetto del gruppo “responders” singolarmente, è stata evidenziata una correlazione positiva tra calcitonina e calcio ionizzato nel tempo (coefficiente di correlazione all’interno del soggetto 0,85; IC al 95% 0,63-0,92) e una correlazione negativa tra calcitonina e ALP nel tempo (coefficiente di correlazione all’interno del soggetto -0,55; IC al 95% da -0,79 a -0,16).

Dai risultati di questo studio emerge che la calcitonina non sembra rivestire un ruolo importante nel metabolismo del calcio nei gatti con CKD.

 

“Calcitonin Response to Naturally Occurring Ionized Hypercalcemia in Cats with Chronic Kidney Disease” van den Broek DHN, et al. J Vet Intern Med. 2018 Mar;32(2):727-735.

aspergillosiLa rinoscopia è stata eseguita in 10 cani con aspergillosi dei seni paranasali (SNA, sinonasal aspergillosis) mediante l’utilizzo di un endoscopio flessibile tramite il quale è stato possibile raggiungere l’ostio nasale e avere accesso al seno al fine di consentire la sinuscopia.
Durante l’endoscopia, e col supporto visivo fornito dalla stessa, è stato effettuato il debridement delle placche fungine nel seno frontale e nella cavità nasale e, contestualmente, è stata applicata crema di clotrimazolo (1%) a livello di seni e cavità nasali. Successivamente alla procedura endoscopica non è stato somministrato alcun farmaco per via orale. Un follow-up rinoscopico è stato eseguito mensilmente fino alla completa guarigione.

Sei di dieci (60%) cani hanno presentato placche fungine nella cavità nasale e nel seno frontale e 4/10 (40%) cani hanno presentato placche fungine solo nel seno frontale. Cinque dei dieci (50%) cani sono stati considerati del tutto guariti alla prima rinoscopia di follow-up, 4/10 (40%) dopo il secondo follow-up e 1/10 (10%) dopo il terzo. Due cani hanno avuto una recidiva a distanza dell’aspergillosi dei seni, diagnosticata mediante rinoscopia a distanza di 12 e 21 mesi, rispettivamente, dall'ultimo trattamento con clotrimazolo.

Il debridement endoscopico delle placche fungine e la terapia con crema di clotrimazolo (1%) sembrano essere una valida tecnica minimamente invasiva per il trattamento dell’aspergillosi dei seni nei cani, evitando l’assunzione di farmaci per via orale. Tuttavia è possibile la recidiva anche a distanza di parecchi mesi dalla fine del trattamento.

 

“Treatment of Sinonasal Aspergillosis by Debridement and Sinonasal Deposition Therapy with Clotrimazole Under Rhinoscopic Guidance” Vedrine B e Fribourg-Blanc LA. J Am Anim Hosp Assoc. 2018 Mar/Apr;54(2):103-110.

zincoLa sindrome da carenza di zinco-simile (ZDL, Zinc deficiency-like) è un difetto ereditario dei vitelli di razza Fleckvieh che mostra profonde analogie con la vera e propria carenza ereditaria di zinco dei bovini (BHZD, bovine hereditary zinc deficiency). Tuttavia, la mutazione genetica interessa il gene codificante per la fosfolipasi D4 (PLD4, phospholipase D4) la quale non riveste alcun ruolo nel metabolismo dello zinco.

Uno studio ha voluto descrivere i segni clinici, le variabili di laboratorio e i riscontri patologici in corso di sindrome ZDL e definire la loro utilità nel differenziarla dalla sindrome BHZD e da altre malattie infettive caratterizzate da una presentazione clinica simile. Sono stati inclusi nello studio 9 vitelli di con dermatite crostosa e la mutazione del gene PLD4, e 25 vitelli con dermatite crostosa o sospetta carenza di zinco.

I 9 vitelli con la mutazione presentavano una dermatite crostosa di grado moderato-grave, localizzata prevalentemente sulla testa, il ventre e le articolazioni; frequentemente erano associate anche infiammazioni del tratto respiratorio e digerente. In 4 vitelli la supplementazione di zinco non ha indotto la remissione dei segni clinici. Gli esami del sangue hanno evidenziato una lieve anemia in 8 vitelli e ipoalbuminemia in 6 vitelli, mentre la concentrazione sierica di zinco era ridotta in soli 3 soggetti. In 7 pazienti sono state riscontrate erosioni/ulcere a carico delle mucose, in 8 soggetti il timo era atrofico o di peso ridotto. Dal punto di vista istologico, le lesioni cutanee non erano distinguibili da quelle presenti in corso di sindrome BHZD. L’analisi dei pedigree ha rivelato la presenza di un antenato in comune tra i vitelli interessati dalla mutazione.

La sindrome ZDL deve essere presa in considerazione come diagnosi differenziale nei vitelli di razza Fleckvieh con dermatite crostosa associata a diarrea o infiammazione delle vie respiratorie, specialmente in assenza di risposta all’integrazione orale di zinco. La diagnosi definitiva richiede la conferma genetica della presenza della mutazione della PLD4.

 

“Zinc Deficiency-Like Syndrome in Fleckvieh Calves: Clinical and Pathological Findings and Differentiation from Bovine Hereditary Zinc Deficiency” Langenmayer MC, et al. J Vet Intern Med. 2018 Mar;32(2):853-859.

progesteroneLa scoperta del progesterone (P4) e la comprensione dei meccanismi d’azione di questo ormone costituiscono un traguardo importante nella storia dell'endocrinologia e della riproduzione. La concentrazione di P4 circolante è determinata dall’equilibrio tra la sua produzione, principalmente da parte del corpo luteo (CL), e il suo metabolismo, operato principalmente dal fegato. Il volume del tessuto luteale e il numero e la funzionalità delle grandi cellule luteiniche sono i principali fattori determinanti la produzione di P4. La velocità del metabolismo del P4 è generalmente determinata dal flusso ematico epatico e può essere di fondamentale importanza nel determinare le concentrazioni di P4 circolanti, in particolare nelle bovine da latte.

Durante i protocolli di inseminazione artificiale (AI, Artificial Insemination) a tempo, le concentrazioni di P4 necessarie all’inseminazione vengono raggiunte aumentando il numero di CL, creando un CL accessorio o mediante integrazione con P4 esogeno. Strategie dietetiche possono anch’esse alterare il P4 circolante, sebbene non siano stati ancora riportati metodi pratici per l’applicazione di queste tecniche. Aumentare le concentrazioni di P4 prima dell'AI a tempo diminuisce generalmente la probabilità di doppia ovulazione e aumenta la fertilità. In prossimità dell'IA, lievi aumenti della concentrazione circolante di P4, in genere a causa di una regressione luteale inadeguata, possono ridurre drasticamente la fertilità. Dopo l'AI, i livelli circolanti di P4 sono fondamentali per garantire la crescita dell'embrione e per l’instaurarsi e il mantenimento della gravidanza.

Molti studi hanno tentato di migliorare la fertilità elevando la concentrazione ematica di P4 dopo l'AI programmata. Una recente meta-analisi ha individuato piccoli benefici di fertilità (dal 3% al 3,5%) soprattutto nelle vacche primipare. Pertanto, la ricerca precedente ha fornito informazioni sostanziali sui meccanismi che regolano le concentrazioni circolanti di P4 e i suoi effetti. Comprendere i risultati degli studi precedenti può spiegare il motivo per cui risulti fondamentale indirizzare la ricerca futura sulla manipolazione del P4 al fine di migliorare il successo riproduttivo.

 

“Physiological and practical effects of progesterone on reproduction in dairy cattle” Wiltbank MC, et al. Animal. 2014 May;8 Suppl 1:70-81.

monitorLo scopo di questo studio prospettico, randomizzato, in cieco, controllato era quello di valutare gli effetti di un’infusione continua (CRI, Constant Rate Infusion) di basse dosi di dexmedetomidina sulla funzione cardiopolmonare, sulla concentrazione di anestetico inalatorio e sul risveglio in gatti anestetizzati con isoflurano.

Lo studio è stato condotto su 12 gatti sottoposti ad anestesia per ovarioisterectomia ai quali sono stati somministrati idromorfone (0,1 mg/kg) e propofol (4,3-7,8 mg/kg) per via endovenosa e poi mantenuti in anestesia con isoflurano. Durante l'anestesia, ai gatti è stata somministrata una dose di carico di dexmedetomidina (0,5 μg/kg) seguita da un CRI di dexmedetomidina (0,5 μg/kg/ora) (gruppo LDD), oppure una dose di carico di soluzione salina seguita da un CRI della stessa soluzione (gruppo SAL). Di ciascun soggetto e in nove tempi diversi (T0-T8) sono stati registrati i dati relativi a: frequenza cardiaca (HR, Heart Rate), frequenza respiratoria, pressione sanguigna, temperatura, saturazione di ossigeno (SpO2), concentrazione di anidride carbonica a fine espirazione (ETCO2, End Tidal CO2), concentrazione di isoflurano a fine espirazione (ETISO) e profondità anestetica.
Non ci sono state differenze significative tra i 2 gruppi nelle variabili di base (T0) relativamente a età, peso, dose di propofol, durata dell’anestesia e della chirurgia, tempo di estubazione o punteggio di risveglio. Relativamente alle variabili oggetto di studio, sono state osservate differenze significative tra i due gruppi, in alcuni dei tempi prestabiliti, per quanto concerne frequenza respiratoria, ETCO2 e pressione arteriosa media e diastolica. Diversamente, pressione arteriosa sistolica, HR, SpO2, ETISO e temperatura non erano significativamente differenti tra i 2 gruppi. Complessivamente, la ETCO2 e la ETISO erano significativamente più basse e la frequenza respiratoria era significativamente più alta nel gruppo LDD rispetto al gruppo SAL.

Alle dosi utilizzate in questo studio, la CRI di dexmedetomidina riduceva le richieste di isoflurano nei gatti anestetizzati sottoposti a ovarioisterectomia. L'utilità di un’infusione continua di basse dosi di dexmedetomidina in un contesto perioperatorio richiede ulteriori indagini poiché, dai risultati emersi, i valori cardiopolmonari intraoperatori durante l'infusione di dexmedetomidina non erano diversi da quelli dei gatti che ricevevano la soluzione salina.

 

“The clinical effects of a low dose dexmedetomidine constant rate infusion in isoflurane anesthetized cats” Simon BT, et al. Vet J. 2018 Apr;234:55-60.

caviaUno studio prospettico sperimentale ha valutato l'efficacia e gli effetti collaterali dell’alfaxalone somministrato per via intramuscolare (IM) come agente sedativo in 30 porcellini d'India sottoposti a radiografie diagnostiche.

Dopo un attento esame di base, ad ogni soggetto sono stati somministrati 5 mg/kg di alfaxalone IM. In particolare, prima e dopo la sedazione a intervalli di 5 minuti, sono stati valutati: frequenza cardiaca, saturazione di ossigeno, frequenza respiratoria, temperatura corporea rettale, alcuni riflessi e reazioni alle manipolazioni. Infine, sono stati osservati e registrati il tempo trascorso dall'inizio della sedazione al ritorno della locomozione e movimenti coordinati degli arti, la qualità del recupero e il verificarsi di effetti indesiderati.

Il tempo medio ± deviazione standard di insorgenza della sedazione è stato di 2,7 ± 0,6 minuti. Le variabili fisiologiche sono rimaste entro gli intervalli normali fino al completamento della procedura. Durante la sedazione sono stati mantenuti il riflesso palpebrale e la reattività sia al pizzico delle dita che delle orecchie. Non è stata osservata né ipossiemia né ipotermia. La durata della sedazione era di 29,3 ± 3,2 minuti. La sedazione e il recupero non hanno avuto conseguenze e non sono stati osservati effetti avversi.

Gli autori concludono che 5 mg/kg di alfaxalone IM rappresentano un protocollo di sedazione efficace e sicuro per cavie sane sottoposte a procedure non invasive minori. Sono necessari ulteriori studi che indaghino gli effetti cardiovascolari, l'utilità clinica in pazienti non sani e il suo uso combinato con analgesici per le procedure associate alla nocicezione.

 

“Sedative effects of intramuscular alfaxalone in pet guinea pigs (Cavia porcellus)” D’Ovidio D, et al. Vet Anaesth Analg. 2018 Mar;45(2):183-189.

uti catUno studio retrospettivo, che ha raccolto i dati in un periodo della durata di 5 anni, ha documentato la prevalenza delle specie batteriche nei gatti con infezione delle vie urinarie e ne ha valutato la sensibilità agli antibiotici.

Lo studio ha incluso 169 urinocolture positive campionate da 150 gatti.

Il 55% dei soggetti mostrava segni clinici di cistite, mentre il 40% aveva una batteriuria subclinica. Escherichia coli, Staphylococcus spp., Enterococcus spp., Streptococcus spp. e Proteus mirabilis rappresentavano rispettivamente il 50,5%, il 22,9%, il 15,1%, il 3,6% e il 2,6% dei batteri isolati. Enterococcus spp. era significativamente più comune nei gatti con batteriuria subclinica. Le specie Enterococcus e Proteus mirabilis erano resistenti a un numero significativamente più elevato di antibiotici rispetto agli altri patogeni isolati. Applicando la formula per scegliere razionalmente la terapia antimicrobica (FRAT, Formula for Rational Antimicrobial therapy), i batteri isolati avevano maggiori probabilità di essere suscettibili a imipenem, nitrofurantoina, gentamicina e amoxicillina-acido clavulanico. Durante il periodo di studio sono state notate solo minime differenze relative ai fattori di impatto (IF, impact factor) antimicrobico tra i vari anni e tra gatti con e senza segni clinici. Tuttavia, l'IF era aumentato significativamente rispetto ai 10 anni precedenti.

Il trattamento empirico della cistite batterica deve essere evitato quando possibile e, quando necessario, la scelta dell’antibiotico deve basarsi sullo spettro batterico e sulla sensibilità antibiotica determinati mediante urinocoltura.

 

“Prevalence of feline urinary tract pathogens and antimicrobial resistance over five years” Teichmann-Knorn S et al. Vet Rec. 2018 Apr (Epub ahead of print)

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