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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Gaia Carotenuto Med Vet PhDstudent

Gaia Carotenuto Med Vet PhDstudent

Domenica, 23 Giugno 2019 18:11

Peritonite idiopatica nel cavallo

peritonitis 1 585x322La peritonite idiopatica nel cavallo viene solitamente trattata con terapia antimicrobica ad ampio spettro per lunghi periodi e ha una prognosi riservata. Spesso la peritonite idiopatica è osservata come complicazione di lesioni traumatiche che coinvolgono la cavità addominale, la rottura dell’intestino o la chirurgia addominale. Sono stati descritti, tuttavia, casi di peritonite idiopatica nei quali non sono state identificate cause sottostanti. In Svezia la peritonite idiopatica viene riscontrata di frequente e, contrariamente alla peritonite secondaria a cause traumatiche, i cavalli affetti sembrano rispondere positivamente alla terapia medica.

Uno studio retrospettivo si è posto l’obiettivo di descrivere i segni clinici, i reperti clinico-patologici, i risultati delle colture batteriche, i regimi di trattamento e i tassi di sopravvivenza dei cavalli con peritonite idiopatica.

Sono state revisionate le cartelle cliniche di cavalli con diagnosi di peritonite per la quale non fosse stata identificata una causa sottostante. La diagnosi si basava sul riscontro di un versamento peritoneale macroscopicamente alterato, altamente cellulare (>10X109 cellule/L) o ad elevato contenuto proteico (>25 g/L). Sono stati inclusi 130 cavalli portati in visita per febbre (83%), letargia (80%), anoressia (68%) e dolore addominale (51%). L’esame colturale del versamento peritoneale è stato effettuato nell’84% dei casi ed è risultato positivo nel 41% dei casi. La specie batterica riscontrata più di frequente era Actinobacillus, isolato nel 21% dei campioni esaminati. Tutti i cavalli hanno ricevuto una terapia antibatterica e molti hanno risposto al trattamento con l’uso della penicillina in monoterapia. Il tasso di sopravvivenza alla dimissione era del 94%.

La peritonite idiopatica deve essere tenuta in considerazione nei cavalli febbrili, con segni di colica e letargici. La terapia medica della peritonite idiopatica ha spesso un esito favorevole e la maggior parte dei casi sembra rispondere positivamente al trattamento con penicillina come unico antibiotico.

 

“Idiopathic peritonitis in horses: a retrospective study of 130 cases in Sweden (2002-2017)” Odelros E, et al. Acta Vet Scand. 2019 Apr 25;61(1):18. doi: 10.1186/s13028-019-0456-2.

230117 landgate farm cattle P1010736Studi precedenti hanno dimostrato che la gravità delle lesioni polmonari valutata, al momento della diagnosi di broncopolmonite (BP), mediante ecografia toracica (ECO-t) è in grado di predire la morte nei manzi che, a seguito della diagnosi, non sono stati sottoposti ad alcun tipo di trattamento. Attualmente non ci sono studi in letteratura che confermino che tali lesioni polmonari rilevate tramite ECO-t siano associate ad outcome negativi nei bovini con BP che, a seguito della diagnosi, siano stati sottoposti ad una terapia medica.

L’obiettivo di questo studio era quello di indagare se la gravità delle lesioni polmonari rilevate con ECO-t influenzasse il tasso di recidiva e l’incremento ponderale medio giornaliero (IPMG) dei bovini da carne alla prima diagnosi di BP.

Lo studio ha incluso 93 manzi e 51 giovenche sottoposti ad ECO-t eseguita dallo stesso operatore che, attraverso dei video di 16 secondi, ha valutato la profondità massima e l’estensione (area) delle aree di consolidamento polmonare, il numero massimo di code di cometa elo spessore massimo del versamento pleurico. L’IPGM individuale è stato calcolato tra 1 e 120 giorni dopo la diagnosi.

La massima profondità cui si trovavano le aree di consolidamento polmonare è risultata essere associata ad un più alto rischio di recidiva (odds ratio [OR] 1,3) e ad un minore IPMG (-34 g per ogni cm di profondità). Anche l'estensione massima delle aree di consolidamento polmonare era associata a un rischio di recidiva più elevato (OR 1,052 per ogni cm2) ma, diversamente, non era associata con variazione dell’IPMG. Infine, né le code di cometa né lo spessore del versamento pleurico erano associati al rischio di recidiva o alla riduzione dell’IPMG.

Gli autori concludono che stabilire la profondità massima e l’estensione delle aree di consolidamento polmonare mediante ECO-t al momento della prima diagnosi di BP può fornire utili informazioni prognostiche nei bovini da carne.

 

“Association of lung lesions measured by thoracic ultrasonography at first diagnosis of bronchopneumonia with relapse rate and growth performance in feedlot cattle” Timsit E, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1540-1546. doi: 10.1111/jvim.15483. Epub 2019 Mar 22.

probio for dogFrequentemente i cani vengono portati a visita per l’esordio acuto di diarrea. L’efficacia di specifiche paste probiotiche anti-diarroiche (PPAD) nella gestione della diarrea acuta non complicata non è stato indagato.

Gli autori di questo studio multicentrico in doppio cieco, controllato con placebo hanno ipotizzato che la somministrazione di una PPAD contenente Enterococcus faecium 4b1707 migliorerà l'outcome clinico della diarrea acuta non complicata rispetto al placebo.

Sono stati inclusi 148 cani presentati per diarrea acuta. La PPAD è risultata essere associata ad outcome clinici migliori rispetto al placebo. Nello specifico, nei cani che hanno ricevuto la PPAD la diarrea ha avuto una durata significativamente più breve (mediana 32 ore contro le 47 ore dei cani che hanno ricevuto il placebo) e il tasso di risoluzione della diarrea è stato 1,6 volte più rapido nel gruppo trattato con la PPAD rispetto al gruppo trattato con placebo. Nel gruppo di cani cui è stata somministrata la PPAD, un minor numero di soggetti ha richiesto un trattamento medico aggiuntivo a causa di un mancato miglioramento o di un peggioramento della sintomatologia, con un rischio relativo pari a 0,88.

Gli autori concludono che il trattamento con la PPAD può accelerare la risoluzione della diarrea acuta e ridurre la necessità di ricorso a terapie mediche aggiuntive.

 

“Efficacy of an orally administered anti-diarrheal probiotic paste (Pro-Kolin Advanced) in dogswith acute diarrhea: A randomized, placebo-controlled, double-blinded clinical study” Nixon SL, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1286-1294. doi: 10.1111/jvim.15481. Epub 2019 Mar 18.

Venerdì, 21 Giugno 2019 09:42

Test sierologici per la Toxoplasmosi felina

serological testI gatti domestici e altri felidi sono ospiti definitivi per il protozoo zoonosico Toxoplasma gondii. Negli studi epidemiologici, vari test sierologici sono stati impiegati per stimare la percentuale di gatti che hanno avuto un contatto con il parassita. La sieropositività indica un'esposizione precedente e si suppone che i gatti sieropositivi abbiano eliminato le oocisti del parassita e che siano cronicamente infetti.

In questo studio, sono stati utilizzati 200 sieri di gatti campionati in maniera randomizzata da una popolazione comunemente esposta al parassita. I campioni sono stati inizialmente sottoposti a un test di screening commerciale per la presenza di immunoglobuline G (IgG) contro T. gondii, che consiste in una agglutinazione diretta modificato (ADM: Toxo-Screen DA; bioMérieux SA, Marcy-l'Étoile, Francia); successivamente gli stessi campioni sono stati analizzati utilizzando un test commerciale enzyme-linked immunosorbent assay (ELISA: VectoToxo-anticorpi [VektoTokso- antytila], VectorBest, Novosibirsk, Federazione Russa).

Dei 200 campioni totali, 120 (60%) erano risultati positivi all’ADM e 114 (57%) all’ELISA; 112 campioni (56%) erano risultati positivi ad entrambi i test. I due test hanno mostrato una concordanza percentuale del 95,0% e una Kappa dello 0,8971, dimostrando un accordo quasi perfetto tra i due metodi.

I risultati di questo studio possono essere utili per il confronto, la valutazione e l'interpretazione degli studi sieroepidemiologici che hanno impiegato questi due test e possono incoraggiare ulteriori indagini sull'argomento.

 

“Comparison of a commercial modified direct agglutination test and a commercial enzyme-linked immunosorbent assay for screening for antibodies against Toxoplasma gondii in naturally exposed domestic cats” Galat M, et al. Parasitol Res. 2019 Jun 15. doi: 10.1007/s00436-019-06368-w. [Epub ahead of print]

morbillivirus nefrite cronica gattoIl morbillivirus felino (FeMV, feline morbillivirus) è un virus emergente, descritto per la prima volta ad Hong Kong nel 2012. Numerosi studi hanno suggerito l'esistenza di una possibile associazione epidemiologica tra l'infezione da FeMV con la malattia renale cronica (CKD, chronic kidney disease) nei gatti.

L’obiettivo di questo studio era quello di indagare la presenza e la diversità genetica del FeMV, così come la relazione tra infezione da FeMV e CKD nei gatti del Nord Italia.

A questo scopo, la presenza dell’infezione da FeMV è stata indagata su 81 campioni di urine e 27 biopsie renali prelevati presso l'Ospedale veterinario dell'Università di Milano negli anni 2014-2017.

L’RNA del FeMV è stato rilevato solo in un campione di urina (1,23%) e in due biopsie renali (7,40%) di gatti che non presentavano alcuna evidenza di CKD. L'analisi filogenetica ha mostrato che i tre ceppi sono raggruppati con ceppi di FeMV recuperati dal database pubblico, formando un sottogruppo distinto di FeMV. La presenza di genotipi distinti di FeMV trovati in questo studio è in accordo con studi precedenti che dimostrano che i ceppi di FeMV sono geneticamente diversi.

In questa popolazione di gatti del Nord Italia, non è stata osservata una chiara relazione tra la presenza di infezione da FeMV e la CKD, a conferma di recenti report che non supportano l'ipotesi che l'infezione da FeMV sia associata allo sviluppo di CKD.

 

“Feline morbillivirus in Northern Italy: prevalence in urine and kidneys with and without renal disease” Stranieri A, et al. Vet Microbiol. 2019 Jun;233:133-139. doi: 10.1016/j.vetmic.2019.04.027. Epub 2019 Apr 24.

bulldog with toilet paper roll 685495466 sqLe prove raccolte da studi condotti sull'uomo suggeriscono che il dismetabolismo degli acidi biliari potrebbe avere un ruolo in varie malattie gastrointestinali croniche. Non ci sono fonti che dimostrino se il dismetabolismo degli acidi biliari fecali si verifichi nei cani con enteropatia infiammatoria cronica (EIC).

L’obiettivo di questo studio retrospettivo multi-istituzionale era quello di valutare la disbiosi microbica, gli acidi biliari non coniugati fecali (fUBA, fecal unconjugated bile acids) e l'attività della malattia nei cani con EIC steroido-responsiva.

Lo studio ha coinvolto 24 cani di controllo sani e 23 cani con EIC steroido-responsiva. In ciascun soggetto sono stati misurati e analizzati gli fUBA, è stato valutato il microbiota fecale utilizzando l’indice di disbiosi e, infine, è stata valutata la remissione dei segni clinici tramite l'indice di attività della malattia infiammatoria intestinale canina

Al basale, l'indice di disbiosi era aumentato nei cani con EIC (mediana 2,5, range da -6,2 a 6,5) rispetto ai cani sani (mediana, -4,5, range, da -6,5 a -2,6; P = 0,002) ma, in questi soggetti, non ha subito variazioni nel tempo. Gli fUBA secondari erano diminuiti nei cani con EIC (mediana 29%, intervallo 1% -99%) rispetto ai cani sani (mediana 88%, intervallo 4% -96%; P = 0,049). Nei cani con EIC, la percentuale di fUBA secondari è aumentata rispetto ai valori basali (mediana 28%, range 1% -99%) dopo 2-3 mesi di trattamento (mediana 94%, range 1% -99%; P = 0,0183).

Questi risultati suggeriscono che i corticosteroidi esercitano un ruolo nella regolazione degli acidi biliari fecali nei cani con EIC. Inoltre, il miglioramento dell'indice di attività clinica nei cani con EIC in terapia con steroidi è probabilmente correlato con il dismetabolismo degli acidi biliari. Tuttavia, nei cani con EIC steroido-responsiva, la malattia subclinica (ossia la disbiosi microbica) può persistere.

 

“Longitudinal assessment of microbial dysbiosis, fecal unconjugated bile acid concentrations, and disease activity in dogs with steroid-responsive chronic inflammatory enteropathy” Guard BC, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1295-1305. doi: 10.1111/jvim.15493. Epub 2019 Apr 7.

vitelliciwfNon esistono studi che indaghino se i vitelli sottopeso rispondano in modo diverso allo stress da trasporto e se, pertanto, essi corrano un rischio maggiore di sviluppare malattia.

L’obiettivo di questa sperimentazione clinica randomizzata era quello di determinare le conseguenze del sottopeso e dello stress da trasporto sulle variabili immunitarie.

Lo studio ha coinvolto 21 vitelli maschi di razza Holstein di età compresa tra le 2 e le 4 settimane d’età, ospitati in una fattoria commerciale. Per lo scopo dell’indagine, sono stati allestiti 4 gruppi di trattamento diversi: il gruppo A comprendeva vitelli di basso peso corporeo (≤46 kg) non sottoposti a trasporto; il gruppo B comprendeva vitelli di basso peso corporeo (≤46 kg) sottoposti a trasporto; il gruppo C comprendeva vitelli di peso corporeo normale (>46 kg) non sottoposti a trasporto; il gruppo D comprendeva vitelli di peso corporeo normale (>46 kg) sottoposti a trasporto. Il trasporto aveva una durata di 2 ore.

Il trasporto ha aumentato significativamente le concentrazioni sieriche di cortisolo, interleuchina-17A (IL-17A) e del tumor necrosis factor-α (TNF-α). Diversamente, il peso corporeo non ha influenzato nessuna delle variabili studiate. Tuttavia, l'interazione tra trasporto e peso corporeo era significativa. Dopo il trasporto, i vitelli del gruppo B hanno mostrato un aumento della conta monocitaria e della produzione di IL-17A rispetto ai vitelli con peso corporeo normale (gruppi C e D), e un aumento della produzione di TNF-α rispetto ai vitelli del gruppo A.

Questi risultati confermano la maggiore predisposizione allo sviluppo di malattia da parte dei vitelli sottopeso durante il trasporto.

 

“Randomized field trial on the effects of body weight and short transport on stress and immunevariables in 2- to 4-week-old dairy calves” Masmeijer C, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1514-1529. doi: 10.1111/jvim.15482. Epub 2019 Mar 25.

Lunedì, 10 Giugno 2019 18:36

Pressione e polso pressorio nei cavalli

hqdefaultIn letteratura non sono presenti dati relativi alla pressione ematica non invasiva (NIBP, noninvasive blood pressure) e al polso pressorio (PP; dato dalla differenza tra la pressione sistolica e quella diastolica) nei cavalli con rigurgito aortico (RA) e con rigurgito mitralico (RM)

L’obiettivo di questo studio retrospettivo era quello di indagare i valori di NIBP e PP in cavalli sani (n=10) e in cavalli con RA (n=31) e RM (n=32); inoltre, gli autori hanno voluto proporre dei valori di cutoff per identificare il RA e definirne lo stadio di gravità.

In tutti i cavalli è stata misurata la NIBP ed è stato effettuato un ecocardiogramma. I casi sono stati classificati in base alla gravità del rigurgito. I valori di PP sono stati confrontati tra i 3 gruppi (sani, MR e AR) e, all’interno del gruppo dei soggetti con RA, tra i diversi sottogruppi classificati in funzione della gravità del rigurgito.

I cavalli con RA avevano un PP superiore rispetto ai cavalli con RM e a quelli sani. I cavalli con RA grave presentavano un PP più alto rispetto a quelli con RA lieve e con RA moderato. Il valore di PP per distinguere il RA dal RM era di 38 mm Hg nel caso in cui si volesse massimizzare la sensibilità (sensibilità 100%; specificità 19%), e di 61 mm Hg nel caso in cui si volesse massimizzare la specificità (sensibilità 43%; Specificità 100%). Il valore di PP per distinguere il RA grave da quello lieve e moderato era 57 mm Hg nel caso in cui si volesse massimizzare la sensibilità (sensibilità 100%; specificità 70%) e di 77 mm Hg nel caso in cui si volesse massimizzare la specificità (sensibilità 75%; specificità 100%).

Gli autori concludono che i cavalli con RA presentano un aumento del PP. Le misurazioni del PP (misurate con tecniche non invasive), interpretate secondo i valori di cutoff forniti, possono aiutare i medici a diagnosticare e stadiare la gravità del RA nei cavalli.

 

“Diagnostic value of noninvasive pulse pressure measurements in Warmblood horses with aorticregurgitation” Boegli J, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1446-1455. doi: 10.1111/jvim.15494. Epub 2019 Apr 2.

Lunedì, 10 Giugno 2019 18:05

Cardiomiopatia restrittiva nel gatto

schall 01La cardiomiopatia restrittiva (RCM, restrictive cardiomyopathy) è una patologia comune nel gatto; tuttavia, ad oggi, sono disponibili informazioni limitate relativamente alle variabili prognostiche.

Lo scopo di questo studio retrospettivo era quello di caratterizzare gli aspetti epidemiologici, clinici ed ecocardiografici dei gatti con RCM, riportare i tempi di sopravvivenza e indagare i fattori di rischio per la morte conseguente ad una causa cardiaca.

Lo studio ha incluso 92 gatti con diagnosi di RCM sulla base di criteri ecocardiografici e Doppler.

La popolazione felina (età media 8,6 anni; peso corporeo 4,0 kg) includeva 83 gatti (90%) con la forma miocardica e 9 (10%) con fibrosi endocardica. La maggior parte dei gatti (64/92, 70%) erano sintomatici al momento della diagnosi, mostrando dispnea secondaria a insufficienza cardiaca congestizia in 57 su 64 gatti (89%). Il tempo mediano di sopravvivenza dei 69 gatti con la forma miocardica di cui si disponeva del follow-up era di 667 giorni (range, 2-3710 giorni). Indipendente dall'età, dalla dilatazione biatriale e dalla presenza di aritmie, l’aumento del rapporto atrio sinistro/Aorta e la presenza di grave dilatazione dell’atrio sinistro erano significativamente associati con una sopravvivenza più breve.

Gli autori concludono che la morte per cause cardiache è un’evenienza comune nei gatti con RCM; la dilatazione dell’atrio sinistro sembra associato, in modo indipendente, ad un tempo di sopravvivenza più breve.

 

“Clinical, epidemiological and echocardiographic features and prognostic factors in cats with restrictive cardiomyopathy: A retrospective study of 92 cases (2001-2015)” Chetboul V, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1222-1231. doi: 10.1111/jvim.15464. Epub 2019 Mar 28.

addisons zycortal hidden disease visible answerIl desossicorticosterone pivalato (DOCP) è un farmaco relativamente costoso utilizzato per il trattamento dei cani con ipoadrenocorticismo primario (PH, primary hypoadrenocorticism). Identificare il dosaggio più basso possibile ma che sia allo stesso tempo efficace consentirebbe di ridurre le spese per il proprietario e ottenere una maggiore compliance e motivazione nel curare il proprio cane.

L’obiettivo di questo studio prospettico era quello di testare l’efficacia di un protocollo di trattamento con DOCP a basso dosaggio in 17 cani con PH spontaneo, di cui 12 soggetti con patologia neodiagnosticata e 5 in cui la diagnosi era antecedente e che erano stati precedentemente trattati con fludrocortisone acetato (FA).

In tutti i 12 cani con PH neodiagnosticato la terapia con DOCP è stata iniziata alla dose di 1,5 mg/kg SC; nei cani precedentemente trattati con FA la dose iniziale variava da 1,0 a 1,8 mg/kg SC. I soggetti sono stati rivalutati a intervalli regolari per un minimo di 3 mesi tramite un esame clinico e la determinazione delle concentrazioni sieriche di sodio e potassio. La dose di DOCP è stata modificata in modo da ottenere un intervallo di somministrazione di 28-30 giorni mantenendo, al tempo stesso, le concentrazioni sieriche degli elettroliti all’interno degli intervalli di riferimento.

I cani sono stati seguiti per un tempo mediano (range) di 16,2 mesi (4,5-32,3 mesi). Il dosaggio iniziale era sufficiente in tutti i soggetti (ad eccezione di 2) e richiedeva una significativa riduzione dopo 2-3 mesi di trattamento, raggiungendo un dosaggio mediano di 1,1 mg/kg (0,7-1,8). I cani di 3 anni o più giovani avevano richiesto dosaggi significativamente più alti rispetto ai cani più anziani. Nessuno di essi, tuttavia, aveva necessitato di una dose pari a quella raccomandata dalla casa farmaceutica (2,2 mg/kg).

Gli autori concludono che, nella maggior parte dei cani con PH, una dose iniziale pari a 1,5 mg/kg di DOCP è efficace nel controllare i segni clinici e le concentrazioni sieriche degli elettroliti. Spesso è necessaria una riduzione della dose per riuscire a mantenere un intervallo di somministrazione di 28-30 giorni. Tuttavia, va tenuta in considerazione la possibilità che cani giovani necessitino di dosaggi più elevati.

 

“Evaluation of a low-dose desoxycorticosterone pivalate treatment protocol for long-termmanagement of dogs with primary hypoadrenocorticism” Sieber-Ruckstuhl NS, et al. J Vet Intern Med. 2019 May;33(3):1266-1271. doi: 10.1111/jvim.15475. Epub 2019 Mar 13.

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