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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

Gaia Carotenuto

Gaia Carotenuto

amido di mais coverIl mais sembra essere una infrequente fonte alimentare di allergeni nelle specie canina e felina. Le informazioni relative alla natura di tali allergeni e la loro presenza all’interno delle diete commerciali per animali domestici sono limitate sebbene, sia la farina che l’amido di mais, siano fonti comuni di carboidrati in molti di questi alimenti.

Uno studio si è posto l’obiettivo di determinare se le IgE sieriche ottenute da cani e gatti sensibilizzati al mais riconoscessero le proteine presenti nella farina e nell’amido di mais.

A questo scopo, sono stati utilizzati i sieri di 40 cani e 40 gatti con diagnosi sospetta di allergia con livelli sierici di IgE specifiche per il mais non rilevabili, bassi, medi o alti.

Le IgE che hanno riconosciuto gli allergeni della farina di mais erano quelle ottenute dai sieri di cani e gatti con livelli di IgE specifici del mais moderati e alti (cani: 20/30 sieri, 67% - gatti: 20/29, 69%). Al contrario, nessuno dei sieri testati aveva IgE misurabili contro l'amido di mais. I risultati di questo studio hanno dimostrato che la presenza di allergeni di mais è maggiore nell'estratto dei chicchi di mais, meno in quello della farina di mais, mentre tali allergeni non erano rilevabili nell’amido di mais.

Gli autori concludono che le IgE dei cani sensibilizzati al mais hanno meno probabilità di riconoscere gli allergeni dell'amido di mais che degli estratti di farina e dei chicchi. Essendo il mais una fonte infrequente di allergeni per cani e gatti, ed essendo il suo amido meno allergizzante della farina, gli alimenti commerciali per animali domestici contenenti amido di mais come fonte di carboidrati sono da preferire nei soggetti con un sospetto diagnostico di allergia alimentare.

 

“Cornstarch is less allergenic than corn flour in dogs and cats previously sensitized to corn” Olivry T e Bexley J. BMC Vet Res. 2018 Jun 27;14(1):207. doi: 10.1186/s12917-018-1538-5.

miciTrovare un metodo contraccettivo non-chirurgico che consenta di controllare le nascite tra i gatti randagi è un obiettivo globale per la salute pubblica e per ragioni umane.

Gli scopi di questo studio erano quelli di calcolare la durata dell’effetto contraccettivo a seguito di una singola somministrazione intramuscolare di un vaccino a base di ormoni che rilascia gonadotropina (GonaCon) e di confermarne la sicurezza d’impiego nelle gatte che vivono in condizioni di colonia.

A questo scopo, 20 gatte femmine intere sono state sottoposte alla somministrazione per via intramuscolare di GonaCon (0,5 ml/gatto) e altre 10 gatte (gruppo di controllo) hanno ricevuto una iniezione di soluzione salina. A distanza di 4 mesi dal trattamento, tutte le gatte sono state inserite in un ambiente di colonia simulato, in compagnia di gatti maschi fertili. In questo contesto è stato calcolato quante gatte sono rimaste gravide e dopo quanto tempo, la numerosità dei feti e le reazioni provocate dal vaccino nel sito di iniezione.

Tutte le gatte del gruppo di controllo (n = 10/10) e il 60% (n = 12/20) delle gatte vaccinate sono rimaste gravide entro 4 mesi dall'inserimento in colonia. Altre 2 gatte vaccinate sono rimaste gravide (70%; n = 14/20) entro 1 anno dal trattamento. La numerosità fetale media era significativamente inferiore nelle gatte vaccinate rispetto alle gatte del gruppo di controllo. Nelle gatte vaccinate il tempo mediano di concepimento era significativamente più lungo (212 giorni) rispetto alle gatte del gruppo di controllo (127,5 giorni) (P = 0,0120). Le reazioni nel sito di iniezione, che vanno dal gonfiore alle masse granulomatose transitorie, sono state osservate nel 45% (n = 9/20) dei gatti vaccinati.

I risultati di questo studio mostrano che l’effetto contraccettivo di una singola dose di GonaCon ha una durata di 1 anno solo nel 30% delle gatte. Gli autori concludono che l’effetto contraccettivo indotto da questa dose di GonaCon non è sufficientemente efficace da essere raccomandato per l’uso nelle gatte randagie.

 

“Effectiveness of GonaCon as an immunocontraceptive in colony-housed cats” Fischer A, et al. J Feline Med Surg. 2018 Aug;20(8):786-792. doi: 10.1177/1098612X18758549. Epub 2018 Feb 21.

pppL’Actinobacillus pleuropneumoniae è l'agente eziologico responsabile della pleuropolmonite suina. Per garantire il controllo della malattia, l'identificazione dei suini con infezione subclinica è di fondamentale importanza per evitarne la trasmissione. Un metodo raccomandato consiste nell’esecuzione della PCR da campioni tonsillari; tuttavia questa tecnica, oltre che non essere infallibile, non permette di monitorare lo sviluppo di antibiotico-resistenze.

Per questi motivi, uno studio si è posto l’obiettivo di indagare la qualità delle informazioni fornite dalla coltura batteriologica di campioni tonsillari.
A questo scopo, 163 suini Landrace sono stati sperimentalmente esposti, via aerosol, ad A. pleuropneumoniae sierotipo 7 e sono stati studiati il tasso di isolamento dal tessuto polmonare e dalle tonsille e la corrispondente gravità delle lesioni polmonari.

Nel complesso è stata rilevata una correlazione significativa (p <0,001) tra il grado di malattia clinica, la gravità delle alterazioni polmonari e l’entità di isolamento di A. pleuropneumoniae dai tessuti tonsillare e polmonare. Il 74,8% dei soggetti è risultato positivo sia nel campione tonsillare che nel polmonare e il 7,4% è risultato negativo in entrambi i tessuti. Il restante 17,8%, invece, ha mostrato una positività in solo uno dei due tessuti (il 4,3% dei soggetti solo sul tessuto tonsillare e il 13,5% solo sul tessuto polmonare). Nel 36,4% di questi animali è stata dimostrata una imponente colonizzazione a carico dei polmoni e nel 40,9% delle alterazioni polmonari da moderate a gravi. Quindi, la sensibilità diagnostica per l'individuazione di uno stato di colonizzazione positiva dei suini mediante esame colturale di campioni tonsillari era dell'84,7%, la specificità era del 66,7%; il valore predittivo positivo era 94,6% e il negativo 35,3%. La sensibilità complessiva per l'esposizione ad A. pleuropneumoniae è stata del 78,2% da campioni tonsillari e dell'88,0% da campioni polmonari.

Gli autori concludono che l'esame delle tonsille da solo può dar luogo a risultati falsi negativi in quanto i risultati di questo studio dimostrano che i polmoni potrebbero essere fortemente coinvolti nonostante la negatività all’isolamento tonsillare. Pertanto, la coltura di campioni tonsillari dovrebbe essere usata in combinazione con metodi che valutano anche l’interessamento del tratto respiratorio inferiore.

 

“Evaluation of the predictive value of tonsil examination by bacteriological culture for detectingpositive lung colonization status of nursery pigs exposed to Actinobacillus pleuropneumoniae by experimental aerosol infection” Hoeltig D, et al. BMC Vet Res. 2018 Jun 28;14(1):211. doi: 10.1186/s12917-018-1542-9.

gscUno studio prospettico ha valutato l’effetto analgesico indotto dalla somministrazione orale di buprenorfina, oltre che la sua farmacocinetica, nei gatti con malattia orale.

Sono stati arruolati 6 gatti adulti con gengivostomatite cronica ai quali, sulla base dell’esame della cavità orale, sono stati attribuiti un punteggio per il dolore e uno per la gravità della stomatite, ed è stato misurato il pH buccale. Il giorno successivo i soggetti sono stati randomizzati in due gruppi: il gruppo A ha ricevuto 0,02 mg/kg di buprenorfina per via orale e il gruppo B ha ricevuto soluzione salina allo 0,9% per via orale; viceversa il giorno dopo. Il punteggio del dolore, il consumo di cibo e la concentrazione plasmatica di buprenorfina sono stati valutati 30, 90 e 360 minuti dopo la somministrazione.

Dopo la somministrazione di buprenorfina non sono stati osservati effetti collaterali rilevanti. I valori del pH buccale oscillavano tra 8,5 e 9,1 e l'indice di gravità della stomatite, in una scala da 0 a 30, era risultato compreso tra 10 e 22 (17,8 ± 4,5). La massima concentrazione plasmatica di buprenorfina (14,8 ng/ml) è stata osservata 30 minuti dopo la somministrazione e vi era una bassa variabilità interindividuale. È stata rilevata una differenza significativa tra i punteggi del dolore al basale e dopo buprenorfina (P <0,05) e tra i due gruppi a 30 (P = 0,04) e 90 minuti (P = 0,04) dalla somministrazione. Inoltre, è stata osservata anche una correlazione tra l’indice di gravita della stomatite e il punteggio del dolore. Per quanto riguarda i parametri farmacocinetici, i gatti con stomatite hanno mostrato una biodisponibilità inferiore e un'emivita di assorbimento più breve dopo somministrazione buccale di buprenorfina quando confrontati con risultati di studi precedenti effettuati su gatti sani.

Nei gatti con gengivostomatite, la somministrazione orale di buprenorfina è risultata efficace nel determinare un effetto analgesico con, inoltre, una bassa variabilità interindividuale per quanto riguarda la concentrazione plasmatica del principio attivo. Ciò suggerisce il suo impiego nel piano di analgesia multimodale.

 

“Evaluation of analgesic effect and absorption of buprenorphine after buccal administration in cats with oral disease” Stathopoulou TR et al. J Feline Med Surg. 2018 Aug;20(8):704-710. doi: 10.1177/1098612X17727234. Epub 2017 Sep 12.

salivaNell’uomo, l’urea e la creatinina salivari sono state segnalate come possibili marcatori di malattia renale cronica (CKD, Chronic Kidney Disease).

Uno studio si è posto l’obiettivo di valutare se l'urea e la creatinina potessero essere misurate nella saliva canina e le loro possibili variazioni in corso di CKD.

I test spettrofotometrici per le misurazioni di urea e creatinina nella saliva dei cani hanno mostrato imprecisioni intra- e inter-assay inferiori al 12% e coefficienti di correlazione lineari prossimi a 1 in test di diluizione. I cani sani hanno mostrato concentrazioni salivari mediane di urea pari a 39,6 mg/dL e di creatinina pari a 0,30 mg/dL, mentre i cani con CKD hanno mostrato un'urea salivare mediana di 270,1 mg/dL e una creatinina salivare mediana di 1,86 mg/dL. La concentrazione salivare di entrambi gli analiti è risultata essere ottimamente correlata con la rispettiva concentrazione sierica (urea, r = 0,909, p <0,001, creatinina, r = 0,819, p <0,001).

Gli autori concludono che le concentrazioni di urea e creatinina possono essere misurate nella saliva canina con analisi spettrofotometriche disponibili in commercio. In questo studio entrambi gli analiti hanno mostrato valori più alti nella saliva dei cani con CKD rispetto ai cani sani e le loro concentrazioni erano fortemente correlate a quelle sieriche.

 

“Measurement of urea and creatinine in saliva of dogs: a pilot study” Tvarijonaviciute A, et al. BMC Vet Res. 2018 Jul 20;14(1):223. doi: 10.1186/s12917-018-1546-5.

Martedì, 11 Settembre 2018 14:30

Pressione intraoculare nei gatti

tonometroL'obiettivo di questo studio era quello di studiare l'influenza esercitata dalla posizione del corpo sulla pressione intraoculare in gatti clinicamente sani.

Sono stati utilizzati sedici gatti senza alcuna anomalia oculare ai quali è stata misurata la pressione intraoculare (PIO) in tre diverse posizioni: decubito sternale, decubito laterale destro e decubito dorsale. La PIO è stata registrata, per ciascuna delle tre posizioni, nell'occhio sinistro utilizzando un tonometro Tono-Pen Vet (Reichert).

I valori medi della PIO erano di 15,6 ± 4,1 mmHg nel decubito sternale, 16,6 ± 6,4 mmHg nel decubito laterale destro e 18,6 ± 6,8 mmHg nel decubito dorsale. Il decubito dorsale è risultato associato ad un significativo aumento della PIO rispetto al decubito sternale (P = 0,01) e al decubito laterale destro (P = 0,04). Diversamente, non vi era alcuna differenza significativa tra la PIO misurata nel decubito laterale e quella registrata nel decubito sternale (P = 0,17).

Gli autori concludono che la posizione del corpo ha un effetto significativo sulla PIO dei gatti; in particolare la PIO aumenta quando i gatti sono posizionati in decubito dorsale.

 

“Effect of body position on intraocular pressure in clinically normal cats” Selk Ghaffari M and Arman Gherekhloo A. J Feline Med Surg. 2018 Aug;20(8):749-751. doi: 10.1177/1098612X17730706. Epub 2017 Sep 25.

Martedì, 11 Settembre 2018 14:01

Linfoma canino: predisposizione di razza

lymphoma blogLe razze canine, in quanto rappresentative di differenti cluster genetici, possono costituire un adeguato modello per lo studio della predisposizione genetica allo sviluppo di neoplasie. Da studi epidemiologici emerge che alcune razze hanno maggiori probabilità di sviluppare linfomi o specifici sottotipi di linfoma, ma i dati sono variabili e geograficamente incoerenti.

Uno studio retrospettivo sul linfoma canino si è posto l’obiettivo di indagare la prevalenza di razza in 8 paesi europei e di indagare l’entità del rischio in funzione della razza sia per il linfoma in generale che per i diversi sottotipi di linfoma.

Il fattore di rischio (Odds Ratio) per lo sviluppo di linfoma è risultato diverso nei differenti paesi europei, ma cani Doberman, Rottweiler, Boxer e bovari del Bernese mostravano una significativa predisposizione al linfoma. In particolare, i cani di razza Boxer tendevano a sviluppare linfomi a cellule T (sia ad alto che a basso grado) mentre i Rottweiler avevano un'elevata prevalenza di linfomi a cellule B. I Labrador non mostravano una predisposizione al linfoma in generale, ma tendevano a sviluppare principalmente linfomi a cellule T ad alto grado. Infine, diversamente a quanto riportato in studi condotti in paesi extra-europei, i cani di razza Golden Retriever non hanno mostrato alcuna predisposizione al linfoma o ai suoi sottotipi.

Gli autori concludono sottolineando la necessità di effettuare ulteriori studi, di natura prospettica, che prevedano anche una definizione precisa del sottotipo di linfoma, al fine di confermare i risultati retrospettivi di questo studio e per creare le basi per l'analisi dei possibili geni coinvolti.

 

“Breed-associated risks for developing canine lymphoma differ among countries: an European canine lymphoma network study” Comazzi S, et al. BMC Vet Res. 2018 Aug 6;14(1):232. doi: 10.1186/s12917-018-1557-2.

miciUno studio di coorte retrospettivo si è posto l’obiettivo di determinare la stima di sopravvivenza e i predittori di outcome in 177 gatti con infezione sostenuta dal virus della panleucopenia felina (FPV, feline panleukopenia virus).

Dalle cartelle cliniche sono stati raccolti i dati relativi al segnalamento, anamnesi, riscontri evidenziati durante l'esame fisico, CBC, profilo biochimico, esame emogasanalitico e trattamenti (antibiotici, antiparassitari, antivirali, antiemetici, analgesici, soluzioni di cristalloidi o colloidi ed emoderivati).

Il tempo mediano di sopravvivenza dopo l’ammissione è stato di 3 giorni; il 20,3% (36/177) dei gatti è sopravvissuto. Il rischio di non sopravvivenza era maggiore nei gatti con segni di letargia, temperatura rettale <37,9 ° C, o basso peso corporeo al momento del ricovero. Una conta leucocitaria più bassa ai giorni 3,4 e 7 di ospedalizzazione, ma non al momento del ricovero, era associata a non sopravvivenza. La somministrazione di amoxicillina-acido clavulanico, antiparassitario e maropitant (ma non quella dell'interferone-ω) erano associati alla sopravvivenza, mentre l'infusione di glucosio era associata a non sopravvivenza.

I risultati di questo studio suggeriscono che l'infezione da FPV è associata molto spesso ad una prognosi sfavorevole. Diverse variabili misurate al momento del ricovero o durante il ricovero sono risultate essere associate all’outcome. Sorprendentemente e contrariamente alla letteratura esistente, la leucopenia al momento del ricovero non ha avuto alcuna correlazione con l’outcome, probabilmente a causa delle precauzioni precoci che vengono attuate per prevenire le potenziali complicazioni.

 

“Survival estimates and outcome predictors for shelter cats with feline panleukopenia virusinfection” Porporato F, et al. J Am Vet Med Assoc. 2018 Jul 15;253(2):188-195. doi: 10.2460/javma.253.2.188.

Giovedì, 26 Luglio 2018 15:27

Bluetongue: profili di rischio in Sardegna

250px BluetongueLa Bluetongue (BT) è una malattia trasmessa da vettori, in particolare da moscerini appartenenti al genere Culicoides (Ditteri: Ceratopogonidae). Molti studi hanno contribuito a chiarire vari aspetti della sua eziologia, epidemiologia e dinamica vettoriale; tuttavia,la BT rimane una malattia a distribuzione mondiale con importanti risvolti epidemiologici ed economici. Dal 2000, la Sardegna è stata l'area più colpita del bacino del Mediterraneo. La regione è caratterizzata da vaste aree pastorali per gli ovini e rappresenta la regione che più si presta allo studio della distribuzione e della prevalenza del virus della febbre catarrale (BTV, Bluetongue virus) in Italia. La finalità è quella di comprendere al meglio la diffusione della malattia ed elaborare valide strategie di controllo.

Uno studio ha condotto un'indagine sui modelli spaziali della trasmissione del BTV per definire un profilo di rischio per tutte le aziende sarde utilizzando un modello misto multilivello logistico che tenga conto degli aspetti agrometeorologici (altitudine, uso del suolo, precipitazioni, evapotraspirazione, superficie dell'acqua) nonché delle caratteristiche e della gestione dell'azienda (densità degli animali, vaccinazione, focolai precedenti, uso di repellenti, trattamento contro i vettori, pulizia, presenza di fango e letame).

Il modello misto multilivello logistico ha mostrato il ruolo fondamentale dei fattori climatici nella diffusione della malattia e il ruolo protettivo rappresentato da una gestione scrupolosa, piani vaccinali, epidemie dell'anno precedente e altitudine. Sono state sviluppate mappe di rischio regionali, utilizzate per identificare, con 20 giorni di anticipo, le aree a più alto rischio. Il profilo di rischio per ciascuna azienda, fornirebbe informazioni specifiche sul ruolo di ciascun fattore e aiuterebbe nell’elaborazione di strategie di prevenzione e controllo della BT.

 

“Retrospective analysis of Bluetongue farm risk profile definition, based on biology, farmmanagement practices and climatic data” Cappai S, et al. “Prev Vet Med. 2018 Jul 1;155:75-85. doi: 10.1016/j.prevetmed.2018.04.004. Epub 2018 Apr 12.

puppy dog and mouseLa diagnosi precoce di leptospirosi acuta è ancora una grande sfida nel cane.

Lo scopo di uno studio prospettico era quello di valutare l'idoneità di due test rapidi, che rilevano anticorpi IgM e IgG contro la Leptospira, nella diagnosi della leptospirosi canina. Le prestazioni dei due test rapidi sono state confrontate con il test di agglutinazione microscopica (MAT, microscopic agglutination test) effettuato su sieri acuti e secondo i criteri diagnostici adottati in questo studio per confermare l'infezione da leptospirosi (MAT all'ammissione, MAT convalescente e PCR quantitativa in tempo reale sul sangue e/o urina).

I cani sono stati arruolati sulla base dell'esposizione ai fattori di rischio conosciuti e sulla base della presentazione clinica (danno renale acuto e/o sindrome da risposta infiammatoria sistemica con danno multiorgano). Gli ottantanove cani inclusi nello studio sono stati suddivisi in 3 gruppi sulla base dei criteri diagnostici adottati: casi confermati di leptospirosi (42/89 cani, gruppo 1); casi negativi di leptospirosi (36/89 cani, gruppo 2); casi non confermati di leptospirosi (11/89 cani, gruppo 3).

I risultati supportano l'utilità dei due test diagnostici rapidi come primo strumento di screening in clinica in caso di sospetta leptospirosi. Risultati positivi ai test nei cani con segni clinici e alterazioni di laboratorio compatibili supportano fortemente la diagnosi di leptospirosi acuta, mentre i risultati negativi richiedono ulteriori indagini diagnostiche per escludere l'infezione. I test di conferma raccomandati per la leptospirosi canina sono ancora necessari in aggiunta all'uso di test rapidi in clinica.

 

“Prospective evaluation of rapid point-of-care tests for the diagnosis of acute leptospirosis in dogs” Troia R, et al. The Veterinary Journal 2018 Jul, 237:37-42.

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