Dall'11 aprile 2003 sono stati pubblicati 6544 articoli

AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

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Sensibilità antimicrobica di <i>M. bovis</i> del latte in Italia, Belgio e GermaniaUno studio ha valutato la sensibilità antimicrobica in vitro di 73 isolati di Mycoplasma bovis nel latte di mandrie bovine di Belgio, Germania e Italia. Si determinava la minima concentrazione inibente (MIC) per i seguenti antibiotici: eritromicina, spiramicina, tilmicosina, tilosina, lincomicina, enrofloxacina, doxiciclina, ossitetraciclina, florfenicolo e tiamulina. Si sceglievano macrolidi, florfenicolo, ossitetraciclina ed enrofloxacina poiché sono famiglie antimicrobiche comunemente utilizzate in numerosi paesi per il trattamento di M. bovis e i loro valori MIC nella popolazione bovina sono descritti in numerosi studi, consentendo quindi un confronto con i dati precedenti. Doxiciclina e tiamulina sono state scelte per valutare la sensibilità di M. bovis a nuovi antibiotici, dato che non sono registrati nell’Unione Europea per il trattamento delle bovine da latte.

Tra gli agenti delle diverse classi antimicrobiche, i macrolidi mostravano le maggiori MIC90, tutte al di sopra della maggiore concentrazione testata: >8 μg/mL per eritromicina, >16 μg/mL per spiramicina e >32 μg/mL per tilmicosina e tilosina.

Anche la MIC90 della lincomicina era superiore alla maggiore concentrazione testata (>32 μg/mL), ma la distribuzione dei valori MIC era quasi perfettamente bimodale: 41 isolati avevano una MIC ≤0,5 μg/mL e 30 isolati >32 μg/mL.

L’ossitetraciclina aveva una concentrazione due volte superiore della doxiciclina per l’inibizione del 50% degli isolati (2 vs. 0,5 μg/mL) e una MIC90 di una volta superiore (4 vs. 2 μg/mL).

L’enrofloxacina e il florfenicolo avevano entrambi una MIC90 di 2 μg/mL, mentre la tiamulina aveva una MIC90 di 0,5 μg/mL.

Si riscontravano differenze significative dei valori MIC di diversi antibiotici tra i tre paesi: rispetto alla Germania, Belgio e Italia mostravano MIC significativamente superiori per lincomicina, spiramicina e tilosina, e minori per ossitetraciclina e florfenicolo. Gli isolati del Belgio mostravano una MIC minore per l’enrofloxacina, rispetto a Germania e Italia.

I valori MIC ottenuti nello studio suggeriscono la presenza di un elevato livello di resistenza ai macrolidi degli isolati di M. bovis del latte dei 3 paesi analizzati. Al contrario, si riscontrava un basso livello di resistenza verso gli antibiotici non utilizzati nei bovini, quali tiamulina e doxiciclina, sottolineando il probabile legame tra trattamento antibiotico e sviluppo di resistenza nella popolazione di M. bovis studiata, concludono gli autori.


“Short communication: In vitro antimicrobial susceptibility of Mycoplasma bovis isolates identified in milk from dairy cattle in Belgium, Germany, and Italy” Barberio A, Flaminio B, De Vliegher S, Supré K, Kromker V, Garbarino C, Arrigoni N, Zanardi G, Bertocchi L, Gobbo F, Catania S, Moroni P. J Dairy Sci. August 2016 Volume 99, Issue 8, Pages 6578–6584

Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Sensibilità antimicrobica di <i>M. bovis</i> del latte in Italia, Belgio e GermaniaUno studio ha valutato la sensibilità antimicrobica in vitro di 73 isolati di Mycoplasma bovis nel latte di mandrie bovine di Belgio, Germania e Italia. Si determinava la minima concentrazione inibente (MIC) per i seguenti antibiotici: eritromicina, spiramicina, tilmicosina, tilosina, lincomicina, enrofloxacina, doxiciclina, ossitetraciclina, florfenicolo e tiamulina. Si sceglievano macrolidi, florfenicolo, ossitetraciclina ed enrofloxacina poiché sono famiglie antimicrobiche comunemente utilizzate in numerosi paesi per il trattamento di M. bovis e i loro valori MIC nella popolazione bovina sono descritti in numerosi studi, consentendo quindi un confronto con i dati precedenti. Doxiciclina e tiamulina sono state scelte per valutare la sensibilità di M. bovis a nuovi antibiotici, dato che non sono registrati nell’Unione Europea per il trattamento delle bovine da latte.

Tra gli agenti delle diverse classi antimicrobiche, i macrolidi mostravano le maggiori MIC90, tutte al di sopra della maggiore concentrazione testata: >8 μg/mL per eritromicina, >16 μg/mL per spiramicina e >32 μg/mL per tilmicosina e tilosina.

Anche la MIC90 della lincomicina era superiore alla maggiore concentrazione testata (>32 μg/mL), ma la distribuzione dei valori MIC era quasi perfettamente bimodale: 41 isolati avevano una MIC ≤0,5 μg/mL e 30 isolati >32 μg/mL.

L’ossitetraciclina aveva una concentrazione due volte superiore della doxiciclina per l’inibizione del 50% degli isolati (2 vs. 0,5 μg/mL) e una MIC90 di una volta superiore (4 vs. 2 μg/mL).

L’enrofloxacina e il florfenicolo avevano entrambi una MIC90 di 2 μg/mL, mentre la tiamulina aveva una MIC90 di 0,5 μg/mL.

Si riscontravano differenze significative dei valori MIC di diversi antibiotici tra i tre paesi: rispetto alla Germania, Belgio e Italia mostravano MIC significativamente superiori per lincomicina, spiramicina e tilosina, e minori per ossitetraciclina e florfenicolo. Gli isolati del Belgio mostravano una MIC minore per l’enrofloxacina, rispetto a Germania e Italia.

I valori MIC ottenuti nello studio suggeriscono la presenza di un elevato livello di resistenza ai macrolidi degli isolati di M. bovis del latte dei 3 paesi analizzati. Al contrario, si riscontrava un basso livello di resistenza verso gli antibiotici non utilizzati nei bovini, quali tiamulina e doxiciclina, sottolineando il probabile legame tra trattamento antibiotico e sviluppo di resistenza nella popolazione di M. bovis studiata, concludono gli autori.


“Short communication: In vitro antimicrobial susceptibility of Mycoplasma bovis isolates identified in milk from dairy cattle in Belgium, Germany, and Italy” Barberio A, Flaminio B, De Vliegher S, Supré K, Kromker V, Garbarino C, Arrigoni N, Zanardi G, Bertocchi L, Gobbo F, Catania S, Moroni P. J Dairy Sci. August 2016 Volume 99, Issue 8, Pages 6578–6584

Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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IBR: il punto della situazione dopo tre anni di vaccinazioni in Valle d’AostaIl piano di controllo e protezione della Rinotracheite Infettiva Bovina (IBR) condotto nella regione autonoma Valle D'Aosta, ha evidenziato come, con un adeguato sistema di controllo della biosicurezza degli allevamenti ed attraverso incentivi agli allevatori per liberarsi dei capi infetti, ha permesso di ridurre la presenza del virus negli anni in esame (dal 2006 al 2008).

L'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle D'Aosta ha eseguito, nel periodo di interesse, oltre 140.000 test sulla quasi totalità dei capi presenti nel territorio valdostano, il che dimostra una validità del piano regionale ed ha permesso di valutare alcune caratteristiche della zootecnia valdostana in relazione alla prevalenza dell’infezione da virus BHV-1. Per quanto riguarda l'aspetto sierologico, ci si è avvalsi del test ELISA anticorpi totali, ELISA anticorpi anti-gE, ELISA anticorpi anti-gB e la sieroneutralizzazione.

Analizzando gli esiti dei capi testati, si può evidenziare una diminuzione dei capi positivi presenti nelle aziende di 9 punti percentuali (dal 19% di capi positivi nel 2006 si è passati al 10% nel 2008). Inoltre si può evidenziare come ci sia un aumento di 12 punti percentuali per quanto concerne la quantità di capi vaccinati (dal 2006 al 2008) che riflette la massiccia campagna di sensibilizzazione condotta dalla regione Val d’Aosta con il 40% di capi vaccinati nel 2008 su quasi 29.000 capi testati. Di conseguenza, anche a livello di classificazione aziendale, utilizzando il confronto con i numeri indici a base fissa 2006 si evidenziano una diminuzione del 35% di aziende con almeno 1 capo positivo.

La campagna di controllo e protezione dal virus IBR ha permesso la riduzione della presenza del virus BHV-1 ed ha impostato delle solide basi per una potenziale eradicazione.





“Il punto della situazione dopo tre anni di vaccinazioni per il controllo della rinotracheite infettiva del bovino (IBR) in Valle d’Aosta” Palermo P., Bisignano G., Bisone M., Ferraris M., Guidetti C., Domenis L. & Orusa R. Istituto Zooprofilattico Sperimentale Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta - Servizio Statistico e Laboratorio di Sierologia

Il pdf dell'articolo full text è disponibile allegato alla notizia.




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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IBR: il punto della situazione dopo tre anni di vaccinazioni in Valle d’AostaIl piano di controllo e protezione della Rinotracheite Infettiva Bovina (IBR) condotto nella regione autonoma Valle D'Aosta, ha evidenziato come, con un adeguato sistema di controllo della biosicurezza degli allevamenti ed attraverso incentivi agli allevatori per liberarsi dei capi infetti, ha permesso di ridurre la presenza del virus negli anni in esame (dal 2006 al 2008).

L'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle D'Aosta ha eseguito, nel periodo di interesse, oltre 140.000 test sulla quasi totalità dei capi presenti nel territorio valdostano, il che dimostra una validità del piano regionale ed ha permesso di valutare alcune caratteristiche della zootecnia valdostana in relazione alla prevalenza dell’infezione da virus BHV-1. Per quanto riguarda l'aspetto sierologico, ci si è avvalsi del test ELISA anticorpi totali, ELISA anticorpi anti-gE, ELISA anticorpi anti-gB e la sieroneutralizzazione.

Analizzando gli esiti dei capi testati, si può evidenziare una diminuzione dei capi positivi presenti nelle aziende di 9 punti percentuali (dal 19% di capi positivi nel 2006 si è passati al 10% nel 2008). Inoltre si può evidenziare come ci sia un aumento di 12 punti percentuali per quanto concerne la quantità di capi vaccinati (dal 2006 al 2008) che riflette la massiccia campagna di sensibilizzazione condotta dalla regione Val d’Aosta con il 40% di capi vaccinati nel 2008 su quasi 29.000 capi testati. Di conseguenza, anche a livello di classificazione aziendale, utilizzando il confronto con i numeri indici a base fissa 2006 si evidenziano una diminuzione del 35% di aziende con almeno 1 capo positivo.

La campagna di controllo e protezione dal virus IBR ha permesso la riduzione della presenza del virus BHV-1 ed ha impostato delle solide basi per una potenziale eradicazione.





“Il punto della situazione dopo tre anni di vaccinazioni per il controllo della rinotracheite infettiva del bovino (IBR) in Valle d’Aosta” Palermo P., Bisignano G., Bisone M., Ferraris M., Guidetti C., Domenis L. & Orusa R. Istituto Zooprofilattico Sperimentale Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta - Servizio Statistico e Laboratorio di Sierologia

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MRSA in veterinaria: aumentare la consapevolezzaGli MRSA (Staphylococcus aureus meticillino-resistente) costituiscono un problema crescente sia negli animali che nell'uomo ed è necessaria un'azione urgente, basata su una responsabilità condivisa tra medicina veterinaria e sanità pubblica. È questa la principale conclusione della recente conferenza sugli MRSA organizzata dalla Federation of Veterinarians of Europe (FVE) a Bruxelles (8 aprile 2008).

MRSA nei suini, una nuova zoonosi?
Inizialmente, si riconoscevano soltanto due tipi di MRSA in medicina umana: MRSA nosocomiali e comunitari. Nel 2004, tre casi di infezioni umana da MRSA venivano correlati all'allevamento suino in Olanda. Il successivo screening dei suini del paese mostrava un'incidenza stimata del 39% nei soggetti all'ingrasso. Gli MRSA associati ai suini non erano identificabili con le tipizzazioni abituali e venivano denominati NT-MRSA, appartenenti a un unico clone specifico (ST398).

Uno studio nell'uomo identificava nel contatto con suini e bovini un fattore di rischio per l'infezione da NT-MRSA, definita come una nuova malattia emergente degli animali zootecnici, non altamente virulenta ma degna di attenzione. Gli studi definivano "improbabile" la via di trasmissione alimentare di NT-MRSA nella popolazione umana. Tuttavia, gli MRSA dovrebbero essere considerati possibili agenti zoonosici. Come per gli MRSA nosocomiali, gli NT-MRSA sono emersi in un contesto di elevata pressione antibiotica, quello della produzione animale; altri possibili fattori sono la densità e i sistemi di allevamento.

Altri studi in diversi paesi hanno identificato quali fattori di rischio per l'infezione umana il contatto con suini, bovini, cani e l'occupazione professionale in cliniche per grossi animali.


MRSA negli animali d'affezione
La grande maggioranza dei casi di MRSA negli animali da compagnia è stata osservata in seguito a infezione della ferita chirurgica, soprattutto in caso di impianti ortopedici, probabilmente a causa del biofilm che si formava sugli impianti. Gli MRSA sono definiti un'infezione nosocomiale emergente nelle cliniche veterinarie.

Uno studio irlandese stimava che il 13% dei cani con infezioni cliniche in un ospedale veterinario di riferimento era portatore di MRSA, contro l'8% dei cani di un ambulatorio di base e lo 0,6% dei cani sani. Nel Regno Unito, era portatore il 9% dei cani esaminati presso il Royal Veterinary College,e in Germania era positivo per MRSA il 7,5% dei cani “con ferite”. L'origine degli MRSA negli animali da compagnia potrebbe essere legata a uno “spill over” delle infezioni nosocomiali dell'uomo. Ma si è parlato di un'infezione che può agire in entrambe le direzioni.

MRSA nel cavallo
Uno studio effettuato in Nordamerica ha mostrato che il contatto regolare con più di 20 cavalli (ad esempio grossi allevamenti) era un fattore di rischio per la colonizzazione da CA-MRSA sia nell'uomo che nel cavallo. Sebbene la prevalenza degli MRSA in questa specie sia sconosciuta, sembrano essere presenti ceppi non comuni nella popolazione umana. I cavalli potrebbero agire da serbatoio e fonte di infezione per l'uomo mediante contatto ravvicinato. Benché vi siano poche evidenze che gli MRSA equini costituiscano un rischio per la salute pubblica, i Veterinari dovrebbero essere considerati un gruppo a rischio elevato.




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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MRSA in veterinaria: aumentare la consapevolezzaGli MRSA (Staphylococcus aureus meticillino-resistente) costituiscono un problema crescente sia negli animali che nell'uomo ed è necessaria un'azione urgente, basata su una responsabilità condivisa tra medicina veterinaria e sanità pubblica. È questa la principale conclusione della recente conferenza sugli MRSA organizzata dalla Federation of Veterinarians of Europe (FVE) a Bruxelles (8 aprile 2008).

MRSA nei suini, una nuova zoonosi?
Inizialmente, si riconoscevano soltanto due tipi di MRSA in medicina umana: MRSA nosocomiali e comunitari. Nel 2004, tre casi di infezioni umana da MRSA venivano correlati all'allevamento suino in Olanda. Il successivo screening dei suini del paese mostrava un'incidenza stimata del 39% nei soggetti all'ingrasso. Gli MRSA associati ai suini non erano identificabili con le tipizzazioni abituali e venivano denominati NT-MRSA, appartenenti a un unico clone specifico (ST398).

Uno studio nell'uomo identificava nel contatto con suini e bovini un fattore di rischio per l'infezione da NT-MRSA, definita come una nuova malattia emergente degli animali zootecnici, non altamente virulenta ma degna di attenzione. Gli studi definivano "improbabile" la via di trasmissione alimentare di NT-MRSA nella popolazione umana. Tuttavia, gli MRSA dovrebbero essere considerati possibili agenti zoonosici. Come per gli MRSA nosocomiali, gli NT-MRSA sono emersi in un contesto di elevata pressione antibiotica, quello della produzione animale; altri possibili fattori sono la densità e i sistemi di allevamento.

Altri studi in diversi paesi hanno identificato quali fattori di rischio per l'infezione umana il contatto con suini, bovini, cani e l'occupazione professionale in cliniche per grossi animali.


MRSA negli animali d'affezione
La grande maggioranza dei casi di MRSA negli animali da compagnia è stata osservata in seguito a infezione della ferita chirurgica, soprattutto in caso di impianti ortopedici, probabilmente a causa del biofilm che si formava sugli impianti. Gli MRSA sono definiti un'infezione nosocomiale emergente nelle cliniche veterinarie.

Uno studio irlandese stimava che il 13% dei cani con infezioni cliniche in un ospedale veterinario di riferimento era portatore di MRSA, contro l'8% dei cani di un ambulatorio di base e lo 0,6% dei cani sani. Nel Regno Unito, era portatore il 9% dei cani esaminati presso il Royal Veterinary College,e in Germania era positivo per MRSA il 7,5% dei cani “con ferite”. L'origine degli MRSA negli animali da compagnia potrebbe essere legata a uno “spill over” delle infezioni nosocomiali dell'uomo. Ma si è parlato di un'infezione che può agire in entrambe le direzioni.

MRSA nel cavallo
Uno studio effettuato in Nordamerica ha mostrato che il contatto regolare con più di 20 cavalli (ad esempio grossi allevamenti) era un fattore di rischio per la colonizzazione da CA-MRSA sia nell'uomo che nel cavallo. Sebbene la prevalenza degli MRSA in questa specie sia sconosciuta, sembrano essere presenti ceppi non comuni nella popolazione umana. I cavalli potrebbero agire da serbatoio e fonte di infezione per l'uomo mediante contatto ravvicinato. Benché vi siano poche evidenze che gli MRSA equini costituiscano un rischio per la salute pubblica, i Veterinari dovrebbero essere considerati un gruppo a rischio elevato.




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Prevalenza di Salmonella nei tacchini europeiLa European Food Safety Authority (EFSA) ha pubblicato un'indagine sulla diffusione di Salmonella negli allevamenti di tacchini dell'Unione Europea, analizzando 539 allevamenti da riproduzione e 3769 allevamenti di tacchini all’ingrasso tra ottobre 2006 e settembre 2007.

La presenza media del range completo dei sierotipi di Salmonella era del 30,7% negli allevamenti di tacchini per il consumo umano e nel 13,6% negli allevamenti da riproduzione.

Salmonella Enteritidis e Salmonella Typhimurium, i due sierotipi responsabili della maggior parte delle infezioni alimentari da Salmonella nell'uomo, erano identificate nel 3,8% degli allevamenti per il consumo umano e nell'1,7% di quelli da riproduzione.

Salmonella è la seconda causa di malattia di origine alimentare in Europa. Le infezioni possono indurre una gastroenterite da lieve a grave e, in alcuni gruppi vulnerabili come i bambini e gli anziani, possono essere fatali.


pdf allegato:
"Report of the Task Force on Zoonoses Data Collection on the Analysis of the baseline survey on the prevalence of Salmonella in turkey flocks, in the EU, 2006-2007 - Part A: Salmonella prevalence estimates" 28 April 2008.

Eurosurveillance, Volume 13, Issue 20, 15 May 2008









Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Prevalenza di Salmonella nei tacchini europeiLa European Food Safety Authority (EFSA) ha pubblicato un'indagine sulla diffusione di Salmonella negli allevamenti di tacchini dell'Unione Europea, analizzando 539 allevamenti da riproduzione e 3769 allevamenti di tacchini all’ingrasso tra ottobre 2006 e settembre 2007.

La presenza media del range completo dei sierotipi di Salmonella era del 30,7% negli allevamenti di tacchini per il consumo umano e nel 13,6% negli allevamenti da riproduzione.

Salmonella Enteritidis e Salmonella Typhimurium, i due sierotipi responsabili della maggior parte delle infezioni alimentari da Salmonella nell'uomo, erano identificate nel 3,8% degli allevamenti per il consumo umano e nell'1,7% di quelli da riproduzione.

Salmonella è la seconda causa di malattia di origine alimentare in Europa. Le infezioni possono indurre una gastroenterite da lieve a grave e, in alcuni gruppi vulnerabili come i bambini e gli anziani, possono essere fatali.


pdf allegato:
"Report of the Task Force on Zoonoses Data Collection on the Analysis of the baseline survey on the prevalence of Salmonella in turkey flocks, in the EU, 2006-2007 - Part A: Salmonella prevalence estimates" 28 April 2008.

Eurosurveillance, Volume 13, Issue 20, 15 May 2008









Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Trasmissione di TSE con seme ed embrioni: rischio esistente ma bassoIn un parere pubblicato il 6 gennaio, il gruppo di esperti scientifici sui pericoli biologici (BIOHAZ) dell’EFSA ha affermato che il rischio di trasmissione di scrapie classica attraverso l’inseminazione artificiale e il trasferimento di embrioni negli ovini e nei caprini varia da trascurabile a basso. Gli esperti hanno tuttavia sottolineato che i dati non sono sufficienti per concludere che il rischio sia trascurabile.

A causa delle analogie nel processo di evoluzione della malattia tra la scrapie classica e la BSE nei piccoli ruminanti gli esperti hanno ritenuto che le conclusioni per la scrapie classica fossero valide anche per la BSE. Gli esperti non sono stati in grado di valutare il rischio posto dalla scrapie atipica, un’altra encefalopatia spongiforme trasmissibile (TSE), a causa della scarsità di conoscenze sul processo evolutivo di questa particolare malattia e sulla distribuzione dell’agente infettivo negli animali colpiti.

Dopo aver esaminato tutte le informazioni scientifiche disponibili nel campo, gli esperti hanno sottolineato che vi è un rischio iatrogeno di trasmissione della TSE, vale a dire un rischio insito nelle attività stesse di inseminazione artificiale e trasferimento di embrioni, ad esempio attraverso l’uso di ormoni di derivazione animale associato a tali prassi. Nel suo parere il gruppo di esperti scientifici BIOHAZ ha inoltre rilevato che l’assenza di cifre attendibili sul numero annuo di inseminazioni artificiali e trasferimenti di embrioni nei piccoli ruminanti nell’Unione europea (UE) compromette la valutazione quantitativa del rischio di trasmissione della TSE collegato a queste pratiche. Gli esperti hanno formulato alcune raccomandazioni che, se applicate, potrebbero ridurre il rischio di trasmissione della TSE associato a queste tecnologie di riproduzione e agevolare le future valutazioni del rischio in questo settore.



"Scientific Opinion on Risk of transmission of TSEs via semen and embryo transfer in small ruminants (sheep and goats)" EFSA Panel on Biological Hazards. 6 gennaio 2010




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Trasmissione di TSE con seme ed embrioni: rischio esistente ma bassoIn un parere pubblicato il 6 gennaio, il gruppo di esperti scientifici sui pericoli biologici (BIOHAZ) dell’EFSA ha affermato che il rischio di trasmissione di scrapie classica attraverso l’inseminazione artificiale e il trasferimento di embrioni negli ovini e nei caprini varia da trascurabile a basso. Gli esperti hanno tuttavia sottolineato che i dati non sono sufficienti per concludere che il rischio sia trascurabile.

A causa delle analogie nel processo di evoluzione della malattia tra la scrapie classica e la BSE nei piccoli ruminanti gli esperti hanno ritenuto che le conclusioni per la scrapie classica fossero valide anche per la BSE. Gli esperti non sono stati in grado di valutare il rischio posto dalla scrapie atipica, un’altra encefalopatia spongiforme trasmissibile (TSE), a causa della scarsità di conoscenze sul processo evolutivo di questa particolare malattia e sulla distribuzione dell’agente infettivo negli animali colpiti.

Dopo aver esaminato tutte le informazioni scientifiche disponibili nel campo, gli esperti hanno sottolineato che vi è un rischio iatrogeno di trasmissione della TSE, vale a dire un rischio insito nelle attività stesse di inseminazione artificiale e trasferimento di embrioni, ad esempio attraverso l’uso di ormoni di derivazione animale associato a tali prassi. Nel suo parere il gruppo di esperti scientifici BIOHAZ ha inoltre rilevato che l’assenza di cifre attendibili sul numero annuo di inseminazioni artificiali e trasferimenti di embrioni nei piccoli ruminanti nell’Unione europea (UE) compromette la valutazione quantitativa del rischio di trasmissione della TSE collegato a queste pratiche. Gli esperti hanno formulato alcune raccomandazioni che, se applicate, potrebbero ridurre il rischio di trasmissione della TSE associato a queste tecnologie di riproduzione e agevolare le future valutazioni del rischio in questo settore.



"Scientific Opinion on Risk of transmission of TSEs via semen and embryo transfer in small ruminants (sheep and goats)" EFSA Panel on Biological Hazards. 6 gennaio 2010




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Ebola: in Europa basso rischio di trasmissione a cani e gatti La probabilità che un cane o un gatto domestico siano esposti al virus Ebola attraverso il contatto con persone infette in Europa è molto bassa, poiché, in genere, le persone colpite vengono prontamente messe in isolamento. E’ questa una delle conclusioni di una valutazione effettuata da esperti dell’EFSA, del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dagli Stati membri sul rischio che in Europa gli animali domestici (cioè, in questo ambito, i cani e i gatti tenuti in casa e con i quali il proprietario ha uno contatto fisico ravvicinato) possano trasmettere il virus Ebola all’uomo.

La valutazione ha voluto rispondere a 3 domande: 1) la probabilità che un cane o gatto domestico venga in contatto con un essere umano affetto da Ebola; 2) la probabilità che un cane o gatto domestico sia esposto al virus Ebola e 3) la probabilità che un cane o gatto domestico infettato o contaminato dal virus sia in grado di trasmettere il virus a un essere umano non infetto.

Sono state individuate parecchie lacune nelle conoscenze e carenze di dati. Per esempio non vi è prova che i cani possano sviluppare la malattia e trasmettere il virus, né che i gatti possano infettarsi. In particolare, vi sono molte incertezze circa la probabilità che un cane o un gatto si infetti in caso di contatto con una persona infetta, e anche sulla viremia e l’escrezione del virus negli animali domestici. Infine, anche la probabilità di esposizione umana al virus attraverso il contatto con un cane un gatto esposto è difficile da valutare e può variare in base alle circostanze specifiche.

Gli esperti hanno raccomandato che le autorità veterinarie e di sanità pubblica valutino il rischio che gli animali domestici possano infettarsi e trasmettere la malattia caso per caso. Il tipo di contatto e la fase dell’infezione sono i due fattori di cui le autorità devono tenere conto nella loro valutazione. Gli esperti hanno inoltre individuato varie misure precauzionali a seconda dei diversi scenari, come ad esempio l’automonitoraggio delle persone e la messa in isolamento degli animali domestici.

Per i mesi prossimi è atteso ulteriore lavoro su Ebola, a seguito di richieste di consulenza pervenute dalla Commissione europea. L’EFSA e l’ECDC uniranno di nuovo le forze per valutare i fattori che stanno alla base del rischio di trasmissione di Ebola dagli animali agli esseri umani in Africa occidentale, la cosiddetta “infezione spillover” (infezione provocata in una popolazione ospite suscettibile da parte di una popolazione serbatoio, dove il patogeno si mantiene).

All’EFSA è stato inoltre chiesto di fornire consulenza scientifica sul rischio di trasmissione di Ebola attraverso la catena alimentare. In particolare l’EFSA valuterà i rischi associati al consumo di alimenti crudi importati dai Paesi africani colpiti dall’epidemia. All’inizio di novembre l’EFSA aveva valutato il rischio di trasmissione di Ebola tramite il consumo di selvaggina africana.


“Risk related to household pets in contact with Ebola cases in humans” EFSA Journal 2014; 12 (11): 3930 [12 pp.].


Altre letture:
Il virus Ebola negli animali (vet.journal, 13-10-2014)


Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Ebola: in Europa basso rischio di trasmissione a cani e gatti La probabilità che un cane o un gatto domestico siano esposti al virus Ebola attraverso il contatto con persone infette in Europa è molto bassa, poiché, in genere, le persone colpite vengono prontamente messe in isolamento. E’ questa una delle conclusioni di una valutazione effettuata da esperti dell’EFSA, del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dagli Stati membri sul rischio che in Europa gli animali domestici (cioè, in questo ambito, i cani e i gatti tenuti in casa e con i quali il proprietario ha uno contatto fisico ravvicinato) possano trasmettere il virus Ebola all’uomo.

La valutazione ha voluto rispondere a 3 domande: 1) la probabilità che un cane o gatto domestico venga in contatto con un essere umano affetto da Ebola; 2) la probabilità che un cane o gatto domestico sia esposto al virus Ebola e 3) la probabilità che un cane o gatto domestico infettato o contaminato dal virus sia in grado di trasmettere il virus a un essere umano non infetto.

Sono state individuate parecchie lacune nelle conoscenze e carenze di dati. Per esempio non vi è prova che i cani possano sviluppare la malattia e trasmettere il virus, né che i gatti possano infettarsi. In particolare, vi sono molte incertezze circa la probabilità che un cane o un gatto si infetti in caso di contatto con una persona infetta, e anche sulla viremia e l’escrezione del virus negli animali domestici. Infine, anche la probabilità di esposizione umana al virus attraverso il contatto con un cane un gatto esposto è difficile da valutare e può variare in base alle circostanze specifiche.

Gli esperti hanno raccomandato che le autorità veterinarie e di sanità pubblica valutino il rischio che gli animali domestici possano infettarsi e trasmettere la malattia caso per caso. Il tipo di contatto e la fase dell’infezione sono i due fattori di cui le autorità devono tenere conto nella loro valutazione. Gli esperti hanno inoltre individuato varie misure precauzionali a seconda dei diversi scenari, come ad esempio l’automonitoraggio delle persone e la messa in isolamento degli animali domestici.

Per i mesi prossimi è atteso ulteriore lavoro su Ebola, a seguito di richieste di consulenza pervenute dalla Commissione europea. L’EFSA e l’ECDC uniranno di nuovo le forze per valutare i fattori che stanno alla base del rischio di trasmissione di Ebola dagli animali agli esseri umani in Africa occidentale, la cosiddetta “infezione spillover” (infezione provocata in una popolazione ospite suscettibile da parte di una popolazione serbatoio, dove il patogeno si mantiene).

All’EFSA è stato inoltre chiesto di fornire consulenza scientifica sul rischio di trasmissione di Ebola attraverso la catena alimentare. In particolare l’EFSA valuterà i rischi associati al consumo di alimenti crudi importati dai Paesi africani colpiti dall’epidemia. All’inizio di novembre l’EFSA aveva valutato il rischio di trasmissione di Ebola tramite il consumo di selvaggina africana.


“Risk related to household pets in contact with Ebola cases in humans” EFSA Journal 2014; 12 (11): 3930 [12 pp.].


Altre letture:
Il virus Ebola negli animali (vet.journal, 13-10-2014)


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Bluetongue in UK: i vettori infetti portati dal ventoIl Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) inglese ha pubblicato il primo rapporto epidemiologico del focolaio di bluetongue verificatosi nel Regno Unito nei mesi scorsi. Il rapporto conclude che l’infezione è stata verosimilmente introdotta per la prima volta nell’isola britannica (Norfolk, Suffolk ed Essex) nell’agosto scorso dai culicoidi infetti trasportati dal vento provenienti dall’Europa continentale.

Il rapporto descrive inoltre la generale bassa morbilità, mortalità e prevalenza dell’infezione negli animali colpiti. Nella maggior parte degli ambienti coinvolti era presente un unico animale infetto.



Il rapporto è disponibile nel pdf allegato.



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Bluetongue in UK: i vettori infetti portati dal ventoIl Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) inglese ha pubblicato il primo rapporto epidemiologico del focolaio di bluetongue verificatosi nel Regno Unito nei mesi scorsi. Il rapporto conclude che l’infezione è stata verosimilmente introdotta per la prima volta nell’isola britannica (Norfolk, Suffolk ed Essex) nell’agosto scorso dai culicoidi infetti trasportati dal vento provenienti dall’Europa continentale.

Il rapporto descrive inoltre la generale bassa morbilità, mortalità e prevalenza dell’infezione negli animali colpiti. Nella maggior parte degli ambienti coinvolti era presente un unico animale infetto.



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Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Mercoledì, 22 Novembre 2006 13:56

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