Dall'11 aprile 2003 sono stati pubblicati 6544 articoli

AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

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Rischio Afta in Europa e in Italia: il punto a  BresciaE’ stata eradicata nell’Unione europea agli inizi degli anni ’90, momento in cui è stata anche bandita la vaccinazione preventiva. Ma l’Afta Epizootica continua ad essere, anche in Europa, la malattia infettiva animale più temuta per l’estrema contagiosità e le devastanti conseguenze al patrimonio zootecnico. La malattia è infatti endemica in molti Paesi del mondo, dove tra l’altro è frequente il riscontro di nuove varianti virali. La circolazione del virus in Paesi confinanti comporta un reale e costante rischio epidemiologico anche per l’Unione europea, come ha dimostrato la devastante epidemia inglese del 2001. Per questo è necessario mantenere costantemente alto il livello di attenzione verso l’infezione, affinché possano essere prontamente riconosciuti e gestiti eventuali sospetti o conferme di afta epizootica.

Su tali basi nasce l’importante iniziativa del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che ha organizzato il Convegno “Afta epizootica: aggiornamento sulla situazione epidemiologica, diagnosi e strategie di controllo” per il prossimo 7 maggio (Auditorium Capretti, Via Giovanni Piamarta, 6 - 25121 Brescia).

La giornata prevede un iniziale aggiornamento sulla situazione epidemiologica della malattia nel mondo e sulle aree a rischio, seguito dalla discussione degli aspetti clinici e diagnostici della malattia nelle diverse specie animali, con approfondimento in particolare delle applicazioni diagnostiche idonee alle diverse finalità (conferma, sierosorveglianza, stato immunitario, differenziazione animali vaccinati-infetti). Saranno poi approfondite le misure di controllo previste per la gestione delle attività di eradicazione della malattia, con particolare attenzione alle misure innovative introdotte nella legislazione di riferimento, come la vaccinazione di emergenza.

Tra i realtori del convegno, Emiliana Brocchi (Dirigente biologo, Direttore del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari, IZS Lombardia ed Emilia Romagna) e Silvia Bellini (Dirigente veterinario del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari, IZS Lombardia ed Emilia Romagna).

Vet.journal: L'ultimo caso di Afta epizootica in Italia risale al 1993, ed è stato efficacemente controllato. Il nostro Paese è ancora esposto a un reale rischio epidemiologico?
Emiliana Brocchi, Silvia Bellini: Sì, e questo per tre principali motivi. Innanzitutto perché l’afta è presente in Paesi confinanti con la UE, poi perché in un mondo globalizzato sono intensi gli scambi di animali e prodotti, anche con Paesi fisicamente molto distanti, e infine perché l’Italia è un forte importatore di animali e prodotti di origine animale.

VJ: Nell’evenienza di un’introduzione dell'infezione nel nostro Paese, attualmente indenne, qual è la più probabile modalità di ingresso del virus?
EB, SB: La più probabile modalità di ingresso dell'infezione è l’introduzione di animali o prodotti infetti/contaminati.

VJ: La diagnosi specifica dell’infezione si basa sugli esami di laboratorio, caratterizzati da sensibilità e finalità diverse.
EB, SB: Sì, per la diagnosi diretta (dimostrazione dell’agente eziologico) abbiamo a disposizione quattro opzioni. L’isolamento virale in colture cellulari è caratterizzato da sensibilità elevata, può essere utilizzato su tutti i campioni (lesioni vescicolari, sangue, liquido oro-faringeo, saliva, ecc) ma deve essere associato ad un altro test di identificazione dell’agente isolato. E’ un test necessario per disporre del virus per ulteriori caratterizzazioni. E’ tuttavia un esame lento (2-6 giorni) che richiede un'esperienza specifica. La PCR ha sensibilità pari o maggiore all’isolamento, è un esame veloce (risultati entro 1 giorno) e le procedure validate sono in grado di identificare tutti i virus aftosi ma senza distinzione del sierotipo. Il test ELISA è pratico, semplice, identifica anche il sierotipo ma è meno sensibile; è idoneo per la conferma dei casi clinici e si effettua su campioni tissutali di lesioni vescicolari. Infine il Penside test. Un test di questo tipo è stato sviluppato con la collaborazione dell’istituto Zooprofilattico di Brescia e validato, si utilizza per la diagnosi diretta (pan-afta) ed è caratterizzato da sensibilità pari (o migliore) al test ELISA di laboratorio.
Due sono invece le possibilità per la diagnosi indiretta (dimostrazione di anticorpi). Il test ELISA identifica gli anticorpi verso i virus, ha capacità di distinguere la specificità verso i diversi sierotipi. Sono quindi necessari test diversi per i diversi sierotipi. Identifica gli anticorpi indotti sia dall’infezione sia dalla vaccinazione, senza possibilità di distinzione. Il test ELISA “DIVA” identifica gli anticorpi verso proteine non strutturali dei virus. Questi anticorpi sono presenti solo in animali infettati (non nei vaccinati), quindi il test può essere utilizzato per la distinzione tra animali infetti e vaccinati. Un unico test è in grado di identificare gli animali infetti con qualunque sierotipo.

VJ: La legislazione di riferimento per l’Afta epizootica ha introdotto misure innovative, quale la vaccinazione di emergenza. Di cosa si tratta?
EB, SB: La vaccinazione di emergenza può essere utilizzata, quando ritenuto necessario, per arginare la diffusione dell’infezione ad integrazione delle misure di eradicazione che vengono applicate nelle aziende infette, sospette infette, sospette contaminate. La vaccinazione di emergenza viene effettuata sugli animali sani e può essere di due tipi: 1) soppressiva, serve per bloccare la diffusione dell’infezione ma gli animali vaccinati verranno poi abbattuti. 2) profilattica, gli animali vaccinati verranno invece mantenuti in vita. Al termine delle operazioni di vaccinazione deve essere effettuata una sorveglianza sierologica sui vaccinati (con test DIVA), per evidenziare l’eventuale ulteriore diffusione del virus che potrebbe essersi verificata durante la campagna di vaccinazione. Con la vaccinazione di emergenza soppressiva, secondo quanto previsto dal codice OIE, sono più rapidi i tempi di riacquisizione della qualifica di indennità e, in certi contesti zootecnici, potrebbe essere economicamente vantaggiosa per l’esportazione degli animali e dei prodotti.



(allegato: pdf locandina convegno)



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Rischio Afta in Europa e in Italia: il punto a  BresciaE’ stata eradicata nell’Unione europea agli inizi degli anni ’90, momento in cui è stata anche bandita la vaccinazione preventiva. Ma l’Afta Epizootica continua ad essere, anche in Europa, la malattia infettiva animale più temuta per l’estrema contagiosità e le devastanti conseguenze al patrimonio zootecnico. La malattia è infatti endemica in molti Paesi del mondo, dove tra l’altro è frequente il riscontro di nuove varianti virali. La circolazione del virus in Paesi confinanti comporta un reale e costante rischio epidemiologico anche per l’Unione europea, come ha dimostrato la devastante epidemia inglese del 2001. Per questo è necessario mantenere costantemente alto il livello di attenzione verso l’infezione, affinché possano essere prontamente riconosciuti e gestiti eventuali sospetti o conferme di afta epizootica.

Su tali basi nasce l’importante iniziativa del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che ha organizzato il Convegno “Afta epizootica: aggiornamento sulla situazione epidemiologica, diagnosi e strategie di controllo” per il prossimo 7 maggio (Auditorium Capretti, Via Giovanni Piamarta, 6 - 25121 Brescia).

La giornata prevede un iniziale aggiornamento sulla situazione epidemiologica della malattia nel mondo e sulle aree a rischio, seguito dalla discussione degli aspetti clinici e diagnostici della malattia nelle diverse specie animali, con approfondimento in particolare delle applicazioni diagnostiche idonee alle diverse finalità (conferma, sierosorveglianza, stato immunitario, differenziazione animali vaccinati-infetti). Saranno poi approfondite le misure di controllo previste per la gestione delle attività di eradicazione della malattia, con particolare attenzione alle misure innovative introdotte nella legislazione di riferimento, come la vaccinazione di emergenza.

Tra i realtori del convegno, Emiliana Brocchi (Dirigente biologo, Direttore del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari, IZS Lombardia ed Emilia Romagna) e Silvia Bellini (Dirigente veterinario del Centro Nazionale di Referenza per le Malattie Vescicolari, IZS Lombardia ed Emilia Romagna).

Vet.journal: L'ultimo caso di Afta epizootica in Italia risale al 1993, ed è stato efficacemente controllato. Il nostro Paese è ancora esposto a un reale rischio epidemiologico?
Emiliana Brocchi, Silvia Bellini: Sì, e questo per tre principali motivi. Innanzitutto perché l’afta è presente in Paesi confinanti con la UE, poi perché in un mondo globalizzato sono intensi gli scambi di animali e prodotti, anche con Paesi fisicamente molto distanti, e infine perché l’Italia è un forte importatore di animali e prodotti di origine animale.

VJ: Nell’evenienza di un’introduzione dell'infezione nel nostro Paese, attualmente indenne, qual è la più probabile modalità di ingresso del virus?
EB, SB: La più probabile modalità di ingresso dell'infezione è l’introduzione di animali o prodotti infetti/contaminati.

VJ: La diagnosi specifica dell’infezione si basa sugli esami di laboratorio, caratterizzati da sensibilità e finalità diverse.
EB, SB: Sì, per la diagnosi diretta (dimostrazione dell’agente eziologico) abbiamo a disposizione quattro opzioni. L’isolamento virale in colture cellulari è caratterizzato da sensibilità elevata, può essere utilizzato su tutti i campioni (lesioni vescicolari, sangue, liquido oro-faringeo, saliva, ecc) ma deve essere associato ad un altro test di identificazione dell’agente isolato. E’ un test necessario per disporre del virus per ulteriori caratterizzazioni. E’ tuttavia un esame lento (2-6 giorni) che richiede un'esperienza specifica. La PCR ha sensibilità pari o maggiore all’isolamento, è un esame veloce (risultati entro 1 giorno) e le procedure validate sono in grado di identificare tutti i virus aftosi ma senza distinzione del sierotipo. Il test ELISA è pratico, semplice, identifica anche il sierotipo ma è meno sensibile; è idoneo per la conferma dei casi clinici e si effettua su campioni tissutali di lesioni vescicolari. Infine il Penside test. Un test di questo tipo è stato sviluppato con la collaborazione dell’istituto Zooprofilattico di Brescia e validato, si utilizza per la diagnosi diretta (pan-afta) ed è caratterizzato da sensibilità pari (o migliore) al test ELISA di laboratorio.
Due sono invece le possibilità per la diagnosi indiretta (dimostrazione di anticorpi). Il test ELISA identifica gli anticorpi verso i virus, ha capacità di distinguere la specificità verso i diversi sierotipi. Sono quindi necessari test diversi per i diversi sierotipi. Identifica gli anticorpi indotti sia dall’infezione sia dalla vaccinazione, senza possibilità di distinzione. Il test ELISA “DIVA” identifica gli anticorpi verso proteine non strutturali dei virus. Questi anticorpi sono presenti solo in animali infettati (non nei vaccinati), quindi il test può essere utilizzato per la distinzione tra animali infetti e vaccinati. Un unico test è in grado di identificare gli animali infetti con qualunque sierotipo.

VJ: La legislazione di riferimento per l’Afta epizootica ha introdotto misure innovative, quale la vaccinazione di emergenza. Di cosa si tratta?
EB, SB: La vaccinazione di emergenza può essere utilizzata, quando ritenuto necessario, per arginare la diffusione dell’infezione ad integrazione delle misure di eradicazione che vengono applicate nelle aziende infette, sospette infette, sospette contaminate. La vaccinazione di emergenza viene effettuata sugli animali sani e può essere di due tipi: 1) soppressiva, serve per bloccare la diffusione dell’infezione ma gli animali vaccinati verranno poi abbattuti. 2) profilattica, gli animali vaccinati verranno invece mantenuti in vita. Al termine delle operazioni di vaccinazione deve essere effettuata una sorveglianza sierologica sui vaccinati (con test DIVA), per evidenziare l’eventuale ulteriore diffusione del virus che potrebbe essersi verificata durante la campagna di vaccinazione. Con la vaccinazione di emergenza soppressiva, secondo quanto previsto dal codice OIE, sono più rapidi i tempi di riacquisizione della qualifica di indennità e, in certi contesti zootecnici, potrebbe essere economicamente vantaggiosa per l’esportazione degli animali e dei prodotti.



(allegato: pdf locandina convegno)



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Dinamiche di trasmissione dell’epatite E tra i suiniL’infezione da virus dell’epatite E (HEV) avviene nel suino in tempi sufficientemente precoci da rendere minimo il rischio d’infezione umana. Il rischio è invece maggiore se il tasso d’infezione da HEV nel suino si riduce; a bassi tassi d’infezione infatti la probabilità di passaggio del virus dall’animale all’uomo al macello aumenta. Sono le ipotesi di uno studio pubblicato su BMC Veterinary Research.

L’infezione HEV è una zoonosi nella quale il suino gioca un ruolo di ospite serbatoio. Il virus, presente in varie parti del mondo, può causare epatite nell’uomo, sia attraverso l’ingestione di acqua contaminata da feci suine sia attraverso il consumo di carne di maiale.

Gli autori dello studio hanno analizzato i campioni ematici di 2500 suini, ospiti naturali del virus, in allevamenti giapponesi e hanno riscontrato che, all’età di 150 giorni, più del 95% dei suini era stato infettato da HEV. Le stime hanno indicato che l’età media di infezione era pari a 59,0-67,3 giorni. I lattonzoli non contraggono il virus nei primi 30 giorni di vita, grazie agli anticorpi materni

Gli studi sull’inoculazione del virus hanno dimostrato che il virus è presente nelle feci di suino e in alcuni organi fino a 30 giorni dopo l’infezione. Ciò significa che le probabilità che il suino elimini il virus al momento della macellazione, cioè all’età di 180 giorni, sono attualmente basse. Tuttavia, se la forza infettiva declina, l’età degli animali al momento dell’infezione cresce, aumentando il numero di suini portatori ed eliminatori del virus al macello. Aumentando così il rischio di trasmissione del virus all’uomo.


“Transmission dynamics of hepatitis E among swine: Potential impact upon human infection” Kunio Satou and Hiroshi Nishiura. BMC Veterinary Research 2007, 3:9




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Dinamiche di trasmissione dell’epatite E tra i suiniL’infezione da virus dell’epatite E (HEV) avviene nel suino in tempi sufficientemente precoci da rendere minimo il rischio d’infezione umana. Il rischio è invece maggiore se il tasso d’infezione da HEV nel suino si riduce; a bassi tassi d’infezione infatti la probabilità di passaggio del virus dall’animale all’uomo al macello aumenta. Sono le ipotesi di uno studio pubblicato su BMC Veterinary Research.

L’infezione HEV è una zoonosi nella quale il suino gioca un ruolo di ospite serbatoio. Il virus, presente in varie parti del mondo, può causare epatite nell’uomo, sia attraverso l’ingestione di acqua contaminata da feci suine sia attraverso il consumo di carne di maiale.

Gli autori dello studio hanno analizzato i campioni ematici di 2500 suini, ospiti naturali del virus, in allevamenti giapponesi e hanno riscontrato che, all’età di 150 giorni, più del 95% dei suini era stato infettato da HEV. Le stime hanno indicato che l’età media di infezione era pari a 59,0-67,3 giorni. I lattonzoli non contraggono il virus nei primi 30 giorni di vita, grazie agli anticorpi materni

Gli studi sull’inoculazione del virus hanno dimostrato che il virus è presente nelle feci di suino e in alcuni organi fino a 30 giorni dopo l’infezione. Ciò significa che le probabilità che il suino elimini il virus al momento della macellazione, cioè all’età di 180 giorni, sono attualmente basse. Tuttavia, se la forza infettiva declina, l’età degli animali al momento dell’infezione cresce, aumentando il numero di suini portatori ed eliminatori del virus al macello. Aumentando così il rischio di trasmissione del virus all’uomo.


“Transmission dynamics of hepatitis E among swine: Potential impact upon human infection” Kunio Satou and Hiroshi Nishiura. BMC Veterinary Research 2007, 3:9




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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FeLV: vaccinare ogni due o tre anni. E solo se a rischioLo European Advisory Board on Cat Diseases (ABCD) ha pubblicato le prime Linee Guida europee per la prevenzione e il trattamento dell’infezione da Virus della leucemia felina (FeLV). La prevalenza generale dell’infezione nella maggior parte dei paesi europei è bassa, attorno o inferiore all’1%, ma in alcune regioni è superiore al 20%.

I gatti giovani sono particolarmente suscettibili all’infezione; altri fattori di rischio sono l’elevata densità di popolazione (case con più gatti e gattili), l’accesso all’esterno (contatto con gatti infetti) e l’elevata prevalenza locale dell’infezione. “Un sistema immunitario sano può contrastare l’infezione, ma nelle condizioni di affollamento un gatto su tre può divenire persistentemente viremico” ha detto Hans Lutz (Zurich Veterinary Faculty), membro dell’ABCD.

Il vaccino contro la FeLV è l’unico vaccino retrovirale disponibile oggi in Europa, medicina umana inclusa. La vaccinazione dovrebbe essere effettuata solo nei soggetti a rischio, di sicuro nei gatti giovani con accesso all’esterno e in contatto con altri gatti e nelle aree con elevata prevalenza di infezione. Il gattino dovrebbe essere vaccinato inizialmente a 9 e 12 settimane d’età, con richiami annuali. Considerata la bassa suscettibilità dei gatti più adulti, l’ABCD consiglia di effettuare i richiami non più di una volta ogni due o tre anni nei gatti di età maggiore a tre anni, e solo se a rischio.

Se l’anamnesi del gatto è sconosciuta, dovrebbe essere effettuato un test pre-vaccinale per identificare gli eventuali antigeni FeLV nel sangue; la vaccinazione di un soggetto viremico è infatti inutile. Tuttavia, i risultati positivi dei test effettuati in ambulatorio vanno interpretati con cautela, soprattutto nei soggetti sani e nelle aree con bassa prevalenza; la probabilità di falsi positivi aumenta infatti al decrescere della prevalenza dell’infezione. Per questo, l’ABCD consiglia di verificare sempre un inaspettato risultato positivo mediante PCR effettuata in laboratorio. Inoltre, un vero risultato positivo può indicare una viremia transitoria, che si verifica nel 30-40% dei gatti senza che essi siano necessariamente a rischio di sviluppare malattia.

I gatti con viremia FeLV persistente dovrebbero essere tenuti isolati e sottoposti a regolari controlli, esami ematologici e biochimici e delle urine. Il trattamento dei gatti ammalati e viremici con l’interferone felino omega ha mostrato di migliorare i segni clinici e prolungare la sopravvivenza, ma non di risolvere la viremia.




Testo completo delle Linee Guida ABCD disponibile nel pdf allegato



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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FeLV: vaccinare ogni due o tre anni. E solo se a rischioLo European Advisory Board on Cat Diseases (ABCD) ha pubblicato le prime Linee Guida europee per la prevenzione e il trattamento dell’infezione da Virus della leucemia felina (FeLV). La prevalenza generale dell’infezione nella maggior parte dei paesi europei è bassa, attorno o inferiore all’1%, ma in alcune regioni è superiore al 20%.

I gatti giovani sono particolarmente suscettibili all’infezione; altri fattori di rischio sono l’elevata densità di popolazione (case con più gatti e gattili), l’accesso all’esterno (contatto con gatti infetti) e l’elevata prevalenza locale dell’infezione. “Un sistema immunitario sano può contrastare l’infezione, ma nelle condizioni di affollamento un gatto su tre può divenire persistentemente viremico” ha detto Hans Lutz (Zurich Veterinary Faculty), membro dell’ABCD.

Il vaccino contro la FeLV è l’unico vaccino retrovirale disponibile oggi in Europa, medicina umana inclusa. La vaccinazione dovrebbe essere effettuata solo nei soggetti a rischio, di sicuro nei gatti giovani con accesso all’esterno e in contatto con altri gatti e nelle aree con elevata prevalenza di infezione. Il gattino dovrebbe essere vaccinato inizialmente a 9 e 12 settimane d’età, con richiami annuali. Considerata la bassa suscettibilità dei gatti più adulti, l’ABCD consiglia di effettuare i richiami non più di una volta ogni due o tre anni nei gatti di età maggiore a tre anni, e solo se a rischio.

Se l’anamnesi del gatto è sconosciuta, dovrebbe essere effettuato un test pre-vaccinale per identificare gli eventuali antigeni FeLV nel sangue; la vaccinazione di un soggetto viremico è infatti inutile. Tuttavia, i risultati positivi dei test effettuati in ambulatorio vanno interpretati con cautela, soprattutto nei soggetti sani e nelle aree con bassa prevalenza; la probabilità di falsi positivi aumenta infatti al decrescere della prevalenza dell’infezione. Per questo, l’ABCD consiglia di verificare sempre un inaspettato risultato positivo mediante PCR effettuata in laboratorio. Inoltre, un vero risultato positivo può indicare una viremia transitoria, che si verifica nel 30-40% dei gatti senza che essi siano necessariamente a rischio di sviluppare malattia.

I gatti con viremia FeLV persistente dovrebbero essere tenuti isolati e sottoposti a regolari controlli, esami ematologici e biochimici e delle urine. Il trattamento dei gatti ammalati e viremici con l’interferone felino omega ha mostrato di migliorare i segni clinici e prolungare la sopravvivenza, ma non di risolvere la viremia.




Testo completo delle Linee Guida ABCD disponibile nel pdf allegato



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Calicivirus: richiamo annuale per i gatti a rischioLo European Advisory Board on Cat Diseases (ABCD) ha pubblicato il 3 aprile scorso le prime linee guida europee per la prevenzione e il trattamento delle infezioni da Calicivirus felino (FCV) nel gatto. Tali linee sono state adottate durante il quinto meeting dell’ABCD tenutosi a Roma (31 gennaio-2 febbraio 2007).

Come la maggior parte degli RNA-virus, FCV è un virus molto variabile che muta costantemente. “Esistono numerosi ceppi di Calicivirus felino e molti altri possono formarsi ogni giorno” ha spiegato Alan Radford (Liverpool University), membro dell’ABCD ed esperto internazionale di calicivirus felino. “Questo è anche il motivo per cui osserviamo variazioni nella virulenza, antigenicità e immunità post-infezione. I gatti guariti da una malattia FCV-associata probabilmente non dispongono di una protezione durevole per tutta la vita contro ulteriori episodi patologici, soprattutto se causati da ceppi diversi”.

L’ABCD raccomanda che i richiami siano effettuati a intervalli di tre anni nei gatti che vivono in situazioni di basso rischio (es. gatti che vivono solo in casa senza contatti con altri felini). I gatti che vivono invece in ambienti affollati e ad alto rischio come i gattili dovrebbero essere rivaccinati ogni anno. In tutte le altre situazioni deve essere presa una decisione basata su un’analisi del rischio-beneficio.

In virtù della variabilità di FCV, sono stati sviluppati numerosi ceppi vaccinali. In assenza di dati pubblicati definitivi, attualmente è difficile raccomandare l’utilizzo di uno specifico vaccino. Tuttavia, in caso di malattia associata a FCV in gatti vaccinati che vivono in gruppo, l’utilizzo di un diverso antigene vaccinale può migliorare la situazione clinica.

Tipicamente, le infezioni acute da FCV causano ulcere orali, sintomi delle vie respiratorie superiori e ipertermia. Il virus può causare anche un’artrite transitoria. Inoltre, FCV è presente in quasi tutti i gatti affetti da stomatite o gengivite cronica. Benché questi segni possano essere dovuti a una reazione immunomediata, il ruolo preciso del virus resta da chiarire.

Infine, recentemente si è osservata l’incidenza di una più grave forma di infezione sistemica da FCV, sia in Europa che Negli Stati Uniti e che colpisce principalmente gatti adulti, inducendo gravi segni clinici sistemici. I vaccini attualmente disponibili sembrano fornire una protezione limitata verso questa forma spesso fatale, fortunatamente rara, di infezione.

L’ABCD raccomanda che tutti i gatti e i gattini sani siano vaccinati per ottenere una protezione ottimale contro FCV. La prima vaccinazione dovrebbe essere effettuata nei gattini, e la seconda dose non dovrebbe essere somministrata prima di 12 settimane d’età.

“Nelle situazioni a rischio elevato, come rifugi, pensioni e colonie feline, è consigliabile somministrare ai gattini una terza dose di vaccino all’età di 16 settimane, poiché gli anticorpi materni contro il virus possono persistere oltre le 12 settimane” ha aggiunto Radford. Ciò vale soprattutto per le situazioni in cui, in passato, FCV ha causato malattia nei gattini vaccinati.

Le linee guida dell’ABCD contengono anche raccomandazioni per situazioni specifiche come i gatti immunocompromessi, le colonie riproduttive e i soggetti sottoposti a trattamento con corticosteroidi.



Le linee guida sono disponibili nel pdf allegato alla notizia.




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Calicivirus: richiamo annuale per i gatti a rischioLo European Advisory Board on Cat Diseases (ABCD) ha pubblicato il 3 aprile scorso le prime linee guida europee per la prevenzione e il trattamento delle infezioni da Calicivirus felino (FCV) nel gatto. Tali linee sono state adottate durante il quinto meeting dell’ABCD tenutosi a Roma (31 gennaio-2 febbraio 2007).

Come la maggior parte degli RNA-virus, FCV è un virus molto variabile che muta costantemente. “Esistono numerosi ceppi di Calicivirus felino e molti altri possono formarsi ogni giorno” ha spiegato Alan Radford (Liverpool University), membro dell’ABCD ed esperto internazionale di calicivirus felino. “Questo è anche il motivo per cui osserviamo variazioni nella virulenza, antigenicità e immunità post-infezione. I gatti guariti da una malattia FCV-associata probabilmente non dispongono di una protezione durevole per tutta la vita contro ulteriori episodi patologici, soprattutto se causati da ceppi diversi”.

L’ABCD raccomanda che i richiami siano effettuati a intervalli di tre anni nei gatti che vivono in situazioni di basso rischio (es. gatti che vivono solo in casa senza contatti con altri felini). I gatti che vivono invece in ambienti affollati e ad alto rischio come i gattili dovrebbero essere rivaccinati ogni anno. In tutte le altre situazioni deve essere presa una decisione basata su un’analisi del rischio-beneficio.

In virtù della variabilità di FCV, sono stati sviluppati numerosi ceppi vaccinali. In assenza di dati pubblicati definitivi, attualmente è difficile raccomandare l’utilizzo di uno specifico vaccino. Tuttavia, in caso di malattia associata a FCV in gatti vaccinati che vivono in gruppo, l’utilizzo di un diverso antigene vaccinale può migliorare la situazione clinica.

Tipicamente, le infezioni acute da FCV causano ulcere orali, sintomi delle vie respiratorie superiori e ipertermia. Il virus può causare anche un’artrite transitoria. Inoltre, FCV è presente in quasi tutti i gatti affetti da stomatite o gengivite cronica. Benché questi segni possano essere dovuti a una reazione immunomediata, il ruolo preciso del virus resta da chiarire.

Infine, recentemente si è osservata l’incidenza di una più grave forma di infezione sistemica da FCV, sia in Europa che Negli Stati Uniti e che colpisce principalmente gatti adulti, inducendo gravi segni clinici sistemici. I vaccini attualmente disponibili sembrano fornire una protezione limitata verso questa forma spesso fatale, fortunatamente rara, di infezione.

L’ABCD raccomanda che tutti i gatti e i gattini sani siano vaccinati per ottenere una protezione ottimale contro FCV. La prima vaccinazione dovrebbe essere effettuata nei gattini, e la seconda dose non dovrebbe essere somministrata prima di 12 settimane d’età.

“Nelle situazioni a rischio elevato, come rifugi, pensioni e colonie feline, è consigliabile somministrare ai gattini una terza dose di vaccino all’età di 16 settimane, poiché gli anticorpi materni contro il virus possono persistere oltre le 12 settimane” ha aggiunto Radford. Ciò vale soprattutto per le situazioni in cui, in passato, FCV ha causato malattia nei gattini vaccinati.

Le linee guida dell’ABCD contengono anche raccomandazioni per situazioni specifiche come i gatti immunocompromessi, le colonie riproduttive e i soggetti sottoposti a trattamento con corticosteroidi.



Le linee guida sono disponibili nel pdf allegato alla notizia.




Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Mercoledì, 08 Ottobre 2008 12:06

Rabbia nel gatto: prime linee guida europee

Rabbia nel gatto: prime linee guida europee In occasione della Giornata mondiale della rabbia tenutasi il 28 settembre, il Comitato Consultivo Europeo sulle malattie del gatto (European Advisory Board on Cat Diseases, ABCD) ha pubblicato le prime linee guida europee per la prevenzione e il trattamento della rabbia in questa specie.

La rabbia è una delle più antiche e temute malattie dell'uomo e degli animali ed è presente in tutto il mondo. Tuttavia, negli ultimi anni ampie aree d'Europa sono riuscite ad eliminare la rabbia silvestre grazie ai programmi vaccinali attuati nelle volpi. Gli animali rabidi rappresentano l’unica fonte di contaminazione virale.

Sospettare dei cambiamenti improvviso del comportamento
La maggioranza dei segni clinici è indotta dall’azione del virus sul sistema nervoso centrale e periferico, con conseguenti alterazioni neurologiche e comportamentali, come ad esempio episodi di aggressività, agitazione e atassia. “La comparsa improvvisa di qualsiasi tipo di comportamento aggressivo non giustificato nel gatto deve essere considerata estremamente sospetta”, conferma Tadeusz Frymus, membro dell’ABCD e direttore del Dipartimento di malattie infettive e di epidemiologia presso la Facoltà di Veterinaria di Varsavia. “In gatti sani e normali il comportamento aggressivo nei confronti dell’uomo non è un evento comune”.

È necessario sospettare la presenza della rabbia non solo in seguito ad un recente episodio di morsicatura da parte di un animale rabido o all’esposizione ad animali infetti, ma anche quando esiste la possibilità che un gatto non vaccinato sia entrato in contatto con animali selvatici potenzialmente infetti, come i pipistrelli.

La vaccinazione
La vaccinazione antirabbica si è dimostrata in grado di indurre una risposta immunitaria protettiva a seguito di una singola somministrazione. “I vaccini inattivati attualmente disponibili sono sicuri ed estremamente efficaci e sono in grado di indurre un’eccellente immunità, che spesso persiste per un periodo superiore a un anno” spiega il Professor Frymus, aggiungendo che “è necessario vaccinare tutti i gatti che vivono all’aperto nei Paesi o nelle regioni dove la rabbia è endemica”.

“Sebbene gli attuali vaccini siano estremamente efficaci, in Europa sono allo studio nuove soluzioni vaccinali per la rabbia, come quelle che utilizzano le tecnologie con vettori vivi ricombinanti", afferma Jean-Christophe Thibault, Direttore tecnico e scientifico per i prodotti biologici di Merial. “Queste tecnologie mostrano vantaggi promettenti rispetto ai vaccini tradizionali, perché non solo sono sicuri ed efficaci e non richiedono la manipolazione del virus della rabbia, ma sono anche in grado di indurre una minore infiammazione nella sede di iniezione, grazie alla completa assenza di adiuvanti”.

La rabbia importata
I cani e i gatti non vaccinati possono contrarre l’infezione in seguito al contatto con animali selvatici rabidi. Tuttavia, questi casi in Europa occidentale sono diventati rari e i casi più recenti della cosiddetta rabbia silvestre possono essere fatti risalire ad animali da compagnia infetti importati illegalmente da regioni dell’Africa dove la rabbia è endemica. Per questa ragione l’ABCD raccomanda ai Medici Veterinari di ricercare sempre la possibile presenza di sintomi della rabbia in cani e gatti anche nelle aree considerate indenni dalla rabbia.


Le Linee guida sulla rabbia, disponibili nel pdf allegato, sono state adottate nel corso del IX Incontro dell’ABCD, tenutosi a Uppsala, in Svezia, dal 18 al 20 giugno 2008.





Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Rabbia nel gatto: prime linee guida europee In occasione della Giornata mondiale della rabbia tenutasi il 28 settembre, il Comitato Consultivo Europeo sulle malattie del gatto (European Advisory Board on Cat Diseases, ABCD) ha pubblicato le prime linee guida europee per la prevenzione e il trattamento della rabbia in questa specie.

La rabbia è una delle più antiche e temute malattie dell'uomo e degli animali ed è presente in tutto il mondo. Tuttavia, negli ultimi anni ampie aree d'Europa sono riuscite ad eliminare la rabbia silvestre grazie ai programmi vaccinali attuati nelle volpi. Gli animali rabidi rappresentano l’unica fonte di contaminazione virale.

Sospettare dei cambiamenti improvviso del comportamento
La maggioranza dei segni clinici è indotta dall’azione del virus sul sistema nervoso centrale e periferico, con conseguenti alterazioni neurologiche e comportamentali, come ad esempio episodi di aggressività, agitazione e atassia. “La comparsa improvvisa di qualsiasi tipo di comportamento aggressivo non giustificato nel gatto deve essere considerata estremamente sospetta”, conferma Tadeusz Frymus, membro dell’ABCD e direttore del Dipartimento di malattie infettive e di epidemiologia presso la Facoltà di Veterinaria di Varsavia. “In gatti sani e normali il comportamento aggressivo nei confronti dell’uomo non è un evento comune”.

È necessario sospettare la presenza della rabbia non solo in seguito ad un recente episodio di morsicatura da parte di un animale rabido o all’esposizione ad animali infetti, ma anche quando esiste la possibilità che un gatto non vaccinato sia entrato in contatto con animali selvatici potenzialmente infetti, come i pipistrelli.

La vaccinazione
La vaccinazione antirabbica si è dimostrata in grado di indurre una risposta immunitaria protettiva a seguito di una singola somministrazione. “I vaccini inattivati attualmente disponibili sono sicuri ed estremamente efficaci e sono in grado di indurre un’eccellente immunità, che spesso persiste per un periodo superiore a un anno” spiega il Professor Frymus, aggiungendo che “è necessario vaccinare tutti i gatti che vivono all’aperto nei Paesi o nelle regioni dove la rabbia è endemica”.

“Sebbene gli attuali vaccini siano estremamente efficaci, in Europa sono allo studio nuove soluzioni vaccinali per la rabbia, come quelle che utilizzano le tecnologie con vettori vivi ricombinanti", afferma Jean-Christophe Thibault, Direttore tecnico e scientifico per i prodotti biologici di Merial. “Queste tecnologie mostrano vantaggi promettenti rispetto ai vaccini tradizionali, perché non solo sono sicuri ed efficaci e non richiedono la manipolazione del virus della rabbia, ma sono anche in grado di indurre una minore infiammazione nella sede di iniezione, grazie alla completa assenza di adiuvanti”.

La rabbia importata
I cani e i gatti non vaccinati possono contrarre l’infezione in seguito al contatto con animali selvatici rabidi. Tuttavia, questi casi in Europa occidentale sono diventati rari e i casi più recenti della cosiddetta rabbia silvestre possono essere fatti risalire ad animali da compagnia infetti importati illegalmente da regioni dell’Africa dove la rabbia è endemica. Per questa ragione l’ABCD raccomanda ai Medici Veterinari di ricercare sempre la possibile presenza di sintomi della rabbia in cani e gatti anche nelle aree considerate indenni dalla rabbia.


Le Linee guida sulla rabbia, disponibili nel pdf allegato, sono state adottate nel corso del IX Incontro dell’ABCD, tenutosi a Uppsala, in Svezia, dal 18 al 20 giugno 2008.





Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Leptospirosi: dichiarazione di consenso europeaLa leptospirosi è una malattia zoonosica con distribuzione mondiale che interessa la maggior parte delle specie mammifere. La leptospirosi clinica è comune nel cane ma sembra essere rara nel gatto. Tuttavia, sia il cane sia il gatto possono eliminare leptospire con le urine, con possibile esposizione dell'uomo. Il controllo della leptospirosi è quindi importante non solo per la salute animale ma anche per quella pubblica.

Nel Settembre 2012, la International Society of Companion Animal Infectious Diseases (ISCAID) ha riunito un comitato di esperti per discutere tali importanti aspetti della leptospirosi in Europa e sviluppare una dichiarazione di consenso peer-reviewed rivolta ai medici veterinari. La dichiarazione ha avuto lo scopo di accrescere la consapevolezza su questa infezione e definire le conoscenze attuali circa epidemiologia, aspetti clinici, strumenti diagnostici, prevenzione e trattamento rilevanti per la leptospirosi canina e felina in Europa.


"European consensus statement on leptospirosis in dogs and cats" S. Schuller, T. Francey, K. Hartmann, M. Hugonnard, B. Kohn, J. E. Nally and J. Sykes. Journal of Small Animal Practice. Volume 56, Issue 3, pages 159–179, March 2015



Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Leptospirosi: dichiarazione di consenso europeaLa leptospirosi è una malattia zoonosica con distribuzione mondiale che interessa la maggior parte delle specie mammifere. La leptospirosi clinica è comune nel cane ma sembra essere rara nel gatto. Tuttavia, sia il cane sia il gatto possono eliminare leptospire con le urine, con possibile esposizione dell'uomo. Il controllo della leptospirosi è quindi importante non solo per la salute animale ma anche per quella pubblica.

Nel Settembre 2012, la International Society of Companion Animal Infectious Diseases (ISCAID) ha riunito un comitato di esperti per discutere tali importanti aspetti della leptospirosi in Europa e sviluppare una dichiarazione di consenso peer-reviewed rivolta ai medici veterinari. La dichiarazione ha avuto lo scopo di accrescere la consapevolezza su questa infezione e definire le conoscenze attuali circa epidemiologia, aspetti clinici, strumenti diagnostici, prevenzione e trattamento rilevanti per la leptospirosi canina e felina in Europa.


"European consensus statement on leptospirosis in dogs and cats" S. Schuller, T. Francey, K. Hartmann, M. Hugonnard, B. Kohn, J. E. Nally and J. Sykes. Journal of Small Animal Practice. Volume 56, Issue 3, pages 159–179, March 2015



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Mercoledì, 17 Giugno 2009 10:50

Nuova influenza e salute dei suini

Nuova influenza e salute dei suiniSi è discusso di nuova influenza nell’interfaccia uomo-animale in una sessione brainstorming di scienziati ed esperti di rischio sanitario dal titolo "What needs to be done in Europe in the next months?" (Bruxelles, 9 giugno 2009), con l’assistenza di EFSA ed ECDC.

La probabile trasmissione dall'uomo al suino del nuovo virus H1N1 è stata descritta in un'occasione in Canada (poi messa in discussione ) e alcune sperimentazioni condotte in Europa hanno mostrato che i suini sono suscettibili al nuovo virus. A causa della continua diffusione nella popolazione umana, il rischio che il virus raggiunga gli allevamenti suini in Europa dovrebbe aumentare nei prossimi mesi.

Dal punto di vista della salute animale, le evidenze attuali derivate dal singolo episodio in campo e dai risultati di studi sperimentali suggeriscono che è improbabile che il nuovo virus, nella sua attuale forma, possa causare nei suini problemi di salute più significativi di quelli che si osservano con i virus influenzali normalmente circolanti nei maiali europei: un'infezione autolimitante delle vie respiratorie con una certa morbilità ma generalmente seguita da guarigione senza conseguenze.

L’influenza suina non è una zoonosi trasmessa dagli alimenti. Non vi sono evidenze che il nuovo virus si comporti in modo diverso da altri virus influenzali suini e diffonda all'uomo attraverso la carne di maiale o i suoi derivati. L'infezione sperimentale dei suinetti ha determinato l'interessamento del solo apparato respiratorio e l'assenza di una viremia identificabile.

Le misure da adottare negli allevamenti suini in relazione alla trasmissione da uomo a suino, da suino a suino e da suino a uomo dovrebbe essere proporzionata a 1) rischio rappresentato dai suini, se esistente, nella trasmissione del nuovo virus all'uomo, rispetto al ruolo giocato dalla trasmissione da uomo a uomo, 2) gravità della malattia negli animali e nell'uomo e 3) fattori di rischio per l'uomo.

La misura più importante per ridurre il rischio di trasmissione del virus dall'uomo al suino è l'implementazione delle misure di biosicurezza negli allevamenti suini volte in particolare a ridurre il rischio che persone infette vengano a contatto con i suini, inclusa la vaccinazione degli animali. La vigilanza della possibile circolazione del nuovo virus negli allevamenti suini dovrebbe essere aumentata, soprattutto negli animali potenzialmente esposti a persone infette o che presentano sintomi respiratori.

Le autorità di sanità pubblica e veterinaria degli Stati membri dovrebbero garantire un'adeguata informazione di allevatori, medici veterinari liberi professionisti e medici circa la prevenzione e le misure di sorveglianza, e che i laboratori veterinari possiedano le necessarie capacità diagnostiche.

È troppo precoce, allo stato attuale, prevedere un ruolo della vaccinazione per la prevenzione e il controllo del nuovo virus nei suini.


Le conclusioni della Commissione sono disponibili nel pdf allegato







Maria Grazia Monzeglio Med Vet PhD
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Nuova influenza e salute dei suiniSi è discusso di nuova influenza nell’interfaccia uomo-animale in una sessione brainstorming di scienziati ed esperti di rischio sanitario dal titolo "What needs to be done in Europe in the next months?" (Bruxelles, 9 giugno 2009), con l’assistenza di EFSA ed ECDC.

La probabile trasmissione dall'uomo al suino del nuovo virus H1N1 è stata descritta in un'occasione in Canada (poi messa in discussione ) e alcune sperimentazioni condotte in Europa hanno mostrato che i suini sono suscettibili al nuovo virus. A causa della continua diffusione nella popolazione umana, il rischio che il virus raggiunga gli allevamenti suini in Europa dovrebbe aumentare nei prossimi mesi.

Dal punto di vista della salute animale, le evidenze attuali derivate dal singolo episodio in campo e dai risultati di studi sperimentali suggeriscono che è improbabile che il nuovo virus, nella sua attuale forma, possa causare nei suini problemi di salute più significativi di quelli che si osservano con i virus influenzali normalmente circolanti nei maiali europei: un'infezione autolimitante delle vie respiratorie con una certa morbilità ma generalmente seguita da guarigione senza conseguenze.

L’influenza suina non è una zoonosi trasmessa dagli alimenti. Non vi sono evidenze che il nuovo virus si comporti in modo diverso da altri virus influenzali suini e diffonda all'uomo attraverso la carne di maiale o i suoi derivati. L'infezione sperimentale dei suinetti ha determinato l'interessamento del solo apparato respiratorio e l'assenza di una viremia identificabile.

Le misure da adottare negli allevamenti suini in relazione alla trasmissione da uomo a suino, da suino a suino e da suino a uomo dovrebbe essere proporzionata a 1) rischio rappresentato dai suini, se esistente, nella trasmissione del nuovo virus all'uomo, rispetto al ruolo giocato dalla trasmissione da uomo a uomo, 2) gravità della malattia negli animali e nell'uomo e 3) fattori di rischio per l'uomo.

La misura più importante per ridurre il rischio di trasmissione del virus dall'uomo al suino è l'implementazione delle misure di biosicurezza negli allevamenti suini volte in particolare a ridurre il rischio che persone infette vengano a contatto con i suini, inclusa la vaccinazione degli animali. La vigilanza della possibile circolazione del nuovo virus negli allevamenti suini dovrebbe essere aumentata, soprattutto negli animali potenzialmente esposti a persone infette o che presentano sintomi respiratori.

Le autorità di sanità pubblica e veterinaria degli Stati membri dovrebbero garantire un'adeguata informazione di allevatori, medici veterinari liberi professionisti e medici circa la prevenzione e le misure di sorveglianza, e che i laboratori veterinari possiedano le necessarie capacità diagnostiche.

È troppo precoce, allo stato attuale, prevedere un ruolo della vaccinazione per la prevenzione e il controllo del nuovo virus nei suini.


Le conclusioni della Commissione sono disponibili nel pdf allegato







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