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AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO PERMANENTE IN MEDICINA VETERINARIA

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Schermata 2018 01 31 alle 14.23.07Nonostante la comparsa di popolazioni di ciatostomi resistenti ai farmaci in tutto il mondo, sono pochi i dati circa le specie parassitarie responsabili di “eliminazione precoce delle uova” in coorti di cavalli sottoposti a trattamento con antielmintici ampiamente utilizzati come l’ivermectina (IVM). In uno studio, si determinava il tempo di ricomparsa di uova di ciatostomi (ERP) dopo trattamento con IVM in una coorte di yearling di una grande scuderia di Purosangue (TB) nel Regno Unito, identificando le specie di ciatostomi con ridotto ERP.

Si prelevavano campioni fecali individuali dai TB con infezione da ciatostomi prima del trattamento IVM e 14, 21, 28, 35, 42 e 49 giorni dopo il trattamento. Si effettuava la conta delle uova fecali (FEC) per ciascun campione per determinare l’ERP. Inoltre, si effettuava la coltura individuale delle larve e numeri rappresentativi di larve di terzo stadio (L3) raccolte da ciascuna coltura erano sottoposti a identificazione molecolare della specie mediante PCR-Reverse Line Blot (RLB).

Prima del trattamento IVM si identificano nelle feci 11 specie: Cyathostomum catinatum, Cylicostephanus longibursatus, Cylicostephanus goldi, Cylicocyclus nassatus, Cylicostephanus calicatus, Cyathostomum pateratum, Cylicocyclus radiatus, Paraposteriostomum mettami, Coronocyclus labratus, Cylicocyclus insigne e Cylicocyclus radiatus variante A.

Tra queste, le uova di Cya. catinatum, Cys. longibursatus, Cyc. nassatus e Cyc. radiatus potevano essere identificate 28 giorni dopo il trattamento, mentre dal giorno 42 in avanti la composizione delle specie di ciatostomi rifletteva i dati raccolti prima del trattamento, con l’eccezione delle uova di Cor. labratus e Cyc. insigne che non venivano più identificate dopo il trattamento.

Lo studio fornisce validi dati sulla presenza di resistenza a IVM nei ciatostomi in UK. Ulteriori studi dovrebbero chiarire la prevalenza e l’incidenza della farmaco-resistenza in questo paese così come in altre aree del mondo in cui il commercio equino è sostanziale, concludono gli autori.

Schermata 2018 01 31 alle 13.18.18Yersinia enterocolitica, responsabile di tossinfezioni alimentari negli esseri umani, viene trasmesso principalmente da carne di maiale cruda o poco cotta. I suini costituiscono il principale serbatoio di ceppi patogeni per gli esseri umani. In uno studio è stata indagata la presenza di Yersinia enterocolitica in 376 campioni di tessuto prelevati, dopo taglio ed eviscerazione, dalle tonsille di altrettante carcasse di suino provenienti da un unico mattatoio in Abruzzo, Italia.

Trentacinque su 376 campioni (9,31%) sono risultati positivi a Yersinia enterocolitica per un totale di 47 ceppi isolati. Il bio sierotipo principale è risultato 4/O:3 (95,74%) seguito dal bio sierotipo 4/O:9 (2,13%) e dal 3/O:9 (2,13%). Tutti i ceppi sono stati caratterizzati mediante DNA microarray e suddivisi in 2 gruppi: al gruppo più grande appartenevano i ceppi caratterizzati dalla presenza dei geni plasmidici dell'apparato di secrezione e dei geni del meccanismo di trasporto flagellare, mentre al gruppo più piccolo appartenevano i ceppi caratterizzati solo dalla presenza dei geni del meccanismo di trasporto flagellare.

Schermata 2018 01 29 alle 10.27.01L’obesità è un problema crescente nel cavallo. Uno studio ha analizzato gli effetti dell’obesità materna sul metabolismo e l’infiammazione di basso grado durante la gravidanza nella madre e sulla crescita, il metabolismo, l’infiammazione di basso grado, la maturazione testicolare e le lesioni osteocondrosiche nei puledri fino a 18 mesi di età.

Si includevano 24 cavalle che venivano separate in due gruppi all’inseminazione in accordo al punteggio di condizione corporea (BCS): Normali (N, n = 10, BCS ≤4) e Obese (O, n = 14, BCS ≥4,25). Si monitoravano durante la gestazione le concentrazioni sieriche di glucosio, insulina, trigliceridi, urea, acidi grassi non esterificati, amiloide sierica A (SAA), leptina e adiponectina. A 300 giorni di gestazione, si effettuava un Frequently Sampled Intravenous Glucose Tolerance Test (FSIGT). Dopo il parto, si monitoravano il peso e dimensioni dei puledri fino a 18 mesi di età, determinando a intervalli regolari SAA, leptina, adiponectina, triiodiotironina (T3), tiroxina (T4) e cortisolo plasmatici. A 6, 12 e 18 mesi d’età si effettuavano l’FSIGT e la valutazione ostearticolare. I maschi venivano castrati a un anno di età e si analizzava l’espressione dei geni coinvolti nella maturazione testicolare mediante RT-qPCR.

Durante lo studio, il BCS materno era maggiore nelle cavalle O rispetto alle cavalle N. Durante la gestazione, l’urea e l’adiponectina plasmatiche erano ridotte mentre SAA e leptina erano aumentate nelle cavalle O rispetto alle N. Le cavalle O erano inoltre più resistenti all’insulina rispetto alle cavalle N, con una maggiore efficacia del glucosio.

Dopo la nascita, non si osservano differenze tra i gruppi nella crescita della prole. Tuttavia, la concentrazione di SAA plasmatica era maggiore nei puledri O rispetto ai puledri N fino a 6 mesi, e i puledri O erano consistentemente più resistenti all’insulina, con una maggiore efficacia del glucosio. A 12 mesi di età, i puledri O erano significativamente più affetti da osteocondrosi rispetto ai puledri N. Tutti i restanti parametri non differivano tra i gruppi.

L’obesità materna alterava il metabolismo e aumentava l’infiammazione di basso grado sia nella madre sia nel puledro. Il rischio di sviluppare osteocondrosi all’età di 12 mesi era inoltre maggiore nei puledri nati da cavalle obese.


Maternal obesity increases insulin resistance, low-grade inflammation and osteochondrosis lesions in foals and yearlings until 18 months of age.” Robles M et al. PLoS One. 2018 Jan 26;13(1):e0190309.

Schermata 2018 01 29 alle 09.21.31Anaplasma phagocytophilum è un batterio intracellulare obbligato trasmesso dalle zecche e responsabile della anaplasmosi granulocitica nell’uomo e in numerose specie mammifere, inclusi i ruminanti domestici, in cui causa la Tick-borne fever (TBF). Ne esistono diverse varianti genetiche ma il loro impatto su possibili differenze di associazione con gli ospiti e patogenicità non è completamente conosciuto.

In uno studio sono state analizzate le infezioni naturali da A. phagocytophilum in una mandria da latte in Germania nel corso di una stagione di pascolo, utilizzando la sierologia, l’ematologia, l’ematochimica e la PCR. Si effettuava il sequenziamento parziale dei geni di A. phagocytophilum 16S rRNA, groEL, msp2 e msp4 al fine di tracciare possibili varianti genetiche e le loro relazioni con bovini, caprioli (Capreolus capreolus) e zecche (Ixodes ricinus) nell’area geografica coinvolta.

Si esaminavano in totale 533 campioni di 58 bovini, 310 zecche, 3 caprioli e un cinghiale. I risultati mostravano i tipici segni clinici della TBF nelle manze alla prima infezione, quali febbre elevata, ridotta produzione lattea, edema degli arti e i tipici rilevi ematologici e biochimici quali grave leucopenia, eritropenia, neutropenia, linfocitopenia, monocitopenia, un significativo aumento di creatinina e bilirubina e una significativa diminuzione di albumina, γ-GT, GLDH, magnesio e calcio sierici.

Inoltre, lo studio evidenziava una prevalenza complessiva elevata delle infezioni da A. phagocytophilum nella mandria, Infatti il 78,9% (15/19) delle manze naïve erano positive alla PCR e nel 75,9% (44/58) dell’intera mandria si rilevava la sieroconversione. Infine, si osservava un elevato livello di variazioni di sequenze nei geni analizzati, con 5 varianti del gene 16S rRNA, 2 varianti del gene groEL, 3 varianti del gene msp2 e 4 varianti del gene msp4, con specifiche combinazioni di tali varianti.

Nei bovini si osservavano combinazioni particolari delle varianti genetiche di A. phagocytophilum, mentre 3 caprioli mostravano variazioni differenti. Ciò è indicativo della circolazione simpatrica di varianti in questa piccola regione geografica (< 1 km/2). In 5 bovini si osservavano re- e super-infezioni, mostrando che l’infezione non determina un’immunità sterile. Per la prevenzione dei casi clinici gli autori suggeriscono il pascolo di manze giovani non gravide per ridurre le perdite economiche.

Schermata 2018 01 26 alle 12.38.35Nell’uomo, l’eziologia della disfunzione cardiaca correlata all’obesità (ORCD) è legata alla sindrome metabolica. Alcuni studi hanno indicato che i cani obesi presentano alcune componenti della sindrome metabolica, stimolando la valutazione della ORCD anche nel cane obeso. Uno studio ha valutato la struttura e la funzione cardiaca (ecocardiografia standard e sotto sforzo) e le variabili metaboliche (rapporto insulina:glucosio, lipidi, adiponectina, marker infiammatori) nei cani obesi, a confronto con cani di peso normale. Si includevano 46 cani sani di piccola taglia (<11 kg), 29 obesi e 17 di peso ideale.

Rispetto ai controlli di peso ideale, i cani obesi presentavano modificazioni cardiache caratterizzate da: maggiore rapporto tra ampiezza del setto interventricolare in diastole e dimensioni interne del ventricolo sinistro in diastole, ridotto rapporto tra peak early e peak late della velocità di flusso ventricolare sinistra e peak early e peak late della velocità anulare mitralica, e aumento delle percentuali di accorciamento frazionale e frazione di eiezione. La pressione ematica sistolica non differiva significativamente tra i due gruppi.

linfIl linfoma maligno di tipo B è la neoplasia ematopoietica più comune nel cane. Cambiamenti del miocrobiota intestinale sono stati implicati in alcuni tipi di tumori umani. Uno studio prospettico caso-controllo ha inteso determinare le differenze del microbiota fecale tra cani di controllo sani e cani con linfoma multicentrico.

Si includevano 12 cani affetti da linfoma multicentrico di tipo B in stadio III-IV e 21 cani sani. I campioni fecali di ciascun cane erano analizzati consequenziamento dei geni 16S rRNA e con PCR quantitativa (qPCR) alla ricerca di gruppi batterici selezionati. La diversità alfa risultava significativamente più bassa nei cani con linfoma. Le coordinate dei tracciati principali mostravano raggruppamenti batterici differenti e l'analisi lineare evidenziava 28 gruppi batterici presenti in quantità diverse nei cani con linfoma e nei controlli.

Schermata 2018 01 26 alle 09.35.12E’ di alcune settimane fa la notizia, riferita dalla prestigiosa Rivista statunitense Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, di una peculiare forma di encefalopatia in alcuni esemplari di stenella striata (Stenella coeruleoalba) e di tursiope (Tursiops truncatus) rinvenuti spiaggiati lungo le coste spagnole. Il lavoro in oggetto, a firma di Danièlle Gunn-Moore e collaboratori, riporta che i succitati animali, appartenenti a due specie cetologiche ampiamente diffuse nel Mediterraneo così come nelle acque temperate dei mari e degli oceani del nostro Pianeta, mostravano lesioni encefaliche sovrapponibili a quelle osservate nel cervello di pazienti umani con malattia di Alzheimer, vale a dire la presenza di “depositi e/o placche di beta-amiloide”, nonché di “aggregati neurofibrillari di proteina tau”.

Al di là del fatto che quella sopra menzionata costituisce la prima descrizione di una siffatta neuropatia centrale nei Cetacei e, più in generale, in qualsivoglia specie animale selvatica, questo studio riconosce il suo principale elemento di forza nell’identificazione della stenella striata e del tursiope quali “nuove” specie potenzialmente in grado di “ricapitolare” le caratteristiche neuropatologiche e, presumibilmente, anche i fondamentali aspetti neuropatogenetici tipici della malattia di Alzheimer. Infatti, con la sola eccezione della specie felina e, assai di recente, pure del macaco, i modelli animali fino ad allora caratterizzati - ivi compresi quelli murini - sarebbero risultati capaci di “riassumere” solo una parte, più o meno consistente, dei succitati aspetti neuropatologici propri della malattia umana, che peraltro rappresenta la forma di demenza maggiormente diffusa a livello globale.

Ne consegue che i delfini e, più precisamente, stenella striata e tursiope potrebbero candidarsi come validi “modelli di neuropatologia comparata” per lo studio della malattia di Alzheimer, qualificandosi ancor più “compiutamente” in tal senso qualora anche nei delfini - come già documentato nella nostra specie - la “proteina prionica cellulare” fungesse da recettore nei confronti degli “oligomeri solubili di beta-amiloide”, molecole a spiccata azione neurotossica che svolgerebbero un ruolo cruciale nella patogenesi della malattia di Alzheimer.

Quest’ultima sottolineatura trova riscontro, unitamente ad un commento sull’intrigante articolo in questione, in una Letter to the Editor a firma del professor Giovanni Di Guardo, docente di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo, che è stata appena pubblicata su Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association. Come riportato dal professor Di Guardo, l’espressione della proteina prionica cellulare è già stata descritta, nell’ambito di un precedente lavoro svolto in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana “M. Aleandri” e con l’Università degli Studi di Padova, a livello sia del tessuto cerebrale sia di una serie di organi e tessuti linfatici di Cetacei rinvenuti spiaggiati lungo le coste italiane, cosa che potrebbe agevolare l’acquisizione delle importanti conoscenze neuropatogenetiche di cui sopra. A tal fine non andrebbe minimamente trascurato, aggiunge Di Guardo, lo stato di conservazione/preservazione post-mortale in cui vengono rinvenuti i Cetacei spiaggiati, il grado di “freschezza/integrità” dei cui tessuti costituisce un prerequisito di cruciale rilevanza ai fini dello svolgimento di indagini laboratoristiche così delicate quanto sofisticate e, nondimeno, dell’attendibilità dei risultati ottenuti.

“Alzheimer's disease in humans and other animals: A consequence of postreproductive life span and longevity rather than aging.” Gunn-Moore D, Kaidanovich-Beilin O, Gallego Iradi MC3, Gunn-Moore F, Lovestone S. Alzheimers Dement. 2017 Sep 30 [Epub ahead of print]

“Alzheimer's disease, cellular prion protein, and dolphins.” Di Guardo G. Alzheimers Dement. 2018 Jan 17. [Epub ahead of print]

Schermata 2018 01 26 alle 08.59.22Il report “EU summary report on zoonoses, zoonotic agents and food-borne outbreaks 2016” pubblicato congiuntamente, a dicembre 2017, dallo European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), fornisce un quadro della situazione relativa alle zoonosi e ai focolai epidemici di malattie trasmesse da alimenti (MTA) e acqua nell’Unione europea (Ue). Tuttavia, il documento non va ad analizzare gli aspetti specifici dei singoli Paesi che, per vari motivi (legati sia alle caratteristiche epidemiologiche, ecologiche e sociali, sia alle capacità dei sistemi di sorveglianza nazionali), richiedono alcuni approfondimenti. Questo breve commento mira ad aggiungere alcuni dettagli ai dati già pubblicati nel report Efsa-Ecdc in modo da favorire la lettura della situazione italiana riguardo alle zoonosi trasmesse da alimenti.

Salmonella

Schermata 2018 01 24 alle 15.55.11Uno studio ha valutato l’antibioticoresistenza e la produzione di biofilm in 51 ceppi di Staphylococcus pseudintermedius isolati da casi clinici di piodermite canina. Tutti gli isolati sono stati testati per la suscettibilità ad un panel di 14 antibiotici con il metodo della diffusione su piastra su Muller Hinton Agar. La produzione di biofilm è stata valutata con il test su piastre microtiter (MtP) e, per alcuni ceppi, con la microscopia elettronica (TEM).

Tutti gli isolati di S. pseudintermedius sono risultati produttori di biofilm con il metodo MtP; in particolare 17 ceppi sono stati classificati come deboli produttori di biofilm, 26 ceppi come moderatamente produttori e 8 come forti produttori.

ibdLa diagnosi di IBD nel cavallo è complessa e richiede un approccio multimodale, dato che non sono disponibili test diagnostici conclusivi. Uno studio ha effettuato un’analisi delle caratteristiche della popolazione, dei risultati dei test diagnostici, delle modalità di trattamento e dell’esito in un ampio gruppo (N = 78) di cavalli ritenuti affetti da IBD che venivano visitati presso 4 grosse cliniche di referenza per cavalli; inoltre ha effettuato un’indagine esplorativa delle possibili associazioni tra i risultati dei test diagnostici, le modalità di trattamento e l’esito.

Letargia, diarrea, coliche ricorrenti e dimagrimento venivano registrati rispettivamente nel 21,8%, 14,1%, 28,2% e 78,2% dei casi. Oltre il 70% dei soggetti ritenuti affetti da IBD aveva un OGTT (test di tolleranza al glucosio orale) non normale. Solo il dimagrimento era significativamente associato a risultati non normali delle biopsie enteriche (duodenali e rettali) ma non a risultati OGTT non normali o riduzione delle proteine ematiche. Non vi erano associazioni tra un risultato della biopsia non normale e un alterato OGTT, né tra risultati OGTT o delle biopsie enteriche e bassa concentrazione di proteine ematiche, presenza di ulcera gastrica o aspetto endoscopico anormale dell’ingresso del duodeno.

Il dimagrimento è un sintomo altamente prevalente nei cavalli con sospetta IBD. Le biopsie enteriche possono essere un ausilio diagnostico utile nell’iter della sospetta IBD del cavallo, tuttavia sono necessari ulteriori studi per dimostrarne il reale valore diagnostico. In attesa di studi scientifici più standardizzati, occorre interpretare con cautela i risultati delle biopsie enteriche. E’ necessaria una migliore standardizzazione delle procedure bioptiche enteriche e della loro classificazione istopatologica, concludono gli autori.

Inflammatory bowel disease (IBD) in horses: a retrospective study exploring the value of different diagnostic approaches.” Boshuizen B et al. BMC Vet Res. 2018 Jan 19; 14 (1): 21.

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